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I palestinesi sfruttati in Cisgiordania e i permessi di lavoro: un sistema che non può avere futuro

Sicuramente avrete visto nei supermercati quegli enormi datteri che hanno scacciato dagli scaffali quelli più piccoli che c’erano prima. Quei datteri vengono da Israele, quasi sicuramente da territori palestinesi illegalmente invasi dai coloni israeliani, che rubano la terra migliore e l’acqua.

Ma oltre che essere il frutto di un crimine di guerra, quei datteri spesso sono anche il prodotto dello sfruttamento schiavista di coloro che quel crimine subiscono.

Oggi le truppe di Israele hanno chiuso i varchi nei muri che circondano i ghetti della Cisgiordania e di Gaza, ma quando non ci sono azioni di guerra, da quei check point ogni giorno da 150.000 a 200.000 palestinesi transitano per andare a lavorare per aziende israeliane.

Una o un palestinese che voglia lavorare per vivere, visto che gran parte della terra, delle risorse e delle attività sono rapinate dall’occupazione israeliana, deve innanzitutto alzarsi alle tre del mattino. Da casa sua dovrà raggiungere uno dei varchi e mettersi in una lunga fila per sottoporsi ai controlli della polizia di frontiera israeliana, nota per la sua brutalità ed il suo razzismo.

Se, dopo alcune ore, avrà evitato violenze e molestie sessuali, la lavoratrice o il lavoratore dovrà prendere un mezzo pubblico, abbastanza costoso, per raggiungere con un lungo viaggio il luogo di lavoro, dove comunque sarà un operaio senza diritti.

I palestinesi lavorano soprattutto nell’edilizia, in agricoltura e nei servizi e sono sottoposti tutti ad una sorta di caporalato di Stato, perché prima di tutto devono pagare il costosissimo permesso di lavoro, che teoricamente sarebbe a carico del padrone, ma che in realtà viene tolto dalla paga.

Gli stessi padroni israeliani fanno affari con i permessi di lavoro, di cui sono titolari in una versione più feroce della nostra Bossi Fini. I permessi hanno trovato un loro mercato autonomo, sempre ufficialmente condannato ma mai eliminato dalle autorità, e così finiscono in mano a “intermediari”, caporali diremmo noi, che li vendono ai palestinesi, che si indebitano con il padrone per pagarli.

Tutto questo per coloro che riescono ad ottenere un contratto regolare, per gli altri c’è il lavoro nero e clandestino, che il sistema stesso alimenta e che fa fare enormi profitti a veri e propri schiavisti, che minacciano si denunciare alla polizia militare chi non accetti condizioni e paghe disumane.

I lavoratori palestinesi subiscono tutti un trattamento discriminatorio sulle paghe e sulle condizioni di lavoro, per cui alla fine sono pagati circa la metà dei loro colleghi israeliani e muoiono il doppio per infortuni e avvelenamenti sul lavoro. Perché sono spesso donne e anche bambini della Cisgiordania che maneggiano i pesticidi ed i diserbanti con cui si fa gonfiare la frutta che arriva sulle nostre tavole.

Secondo quanto documenta l’International Trade Union Confederation (ITUC), i palestinesi non hanno diritto alle cure per malattia riservate agli israeliani, possono solo andare in un pronto soccorso, anche se da anni lavorano per la stessa azienda. Se si ammalano devono tornare a casa e perdere la retribuzione, non hanno ferie o permessi pagati, o meglio alcuni li hanno anche, ma non ne possono usufruire sennò perdono il lavoro.

I lavoratori regolarmente assunti pagano tasse, contributi sanitari e previdenziali che falcidiano la busta paga. Questi fondi per legge e diritto internazionale dovrebbero in gran parte andare all’autorità palestinese, ma il ministero delle Finanze israeliano li sequestra come rimborso delle spese di Stato per il “controllo e la sicurezza”. Una rapina che si aggiunge ai furti.

Formalmente un lavoratore palestinese avrebbe diritto di ricorrere ai tribunali del lavoro israeliani per difendere i propri diritti, ma se lo facesse finirebbe in tutti i guai possibili prima ancora che il tribunale possa dargli torto.

In sintesi, un lavoratore palestinese ha una giornata reale di lavoro di circa 16 ore per 6 giorni alla settimana, per una paga di 1500/1700 dollari al mese, poco più della metà di quella di un lavoratore israeliano. Tolte le trattenute e i furti legalizzati, alla fine di un mese di lavoro di oltre 350 ore reali il lavoratore palestinese porta a casa 1000/1200 euro, un po’ meno di 3 euro all’ora.

Con questi soldi devono vivere famiglie di 6/8 persone almeno. Solo la miseria e la fame estreme possono spingere le persone ad accettare simili condizioni di sfruttamento. E fame e miseria sono il prodotto diretto dell’occupazione militare e della colonizzazione illegale israeliana, che impediscono ogni sviluppo economico palestinese e costringono un esercito di disoccupati e poveri a farsi schiavo per mangiare.

Alla fine ci sono i soldi, i miliardi di dollari che ogni anno Israele raccoglie da terre non sue e da lavoratori sottoposti ad uno sfruttamento coloniale.

Nelson Mandela accusò Israele di praticare l’apartheid verso la popolazione palestinese, perché così è quando un intero popolo viene soggiogato e privato delle fondamentali libertà. Ma nel tempo il regime che ha fatto dei palestinesi persone di grado inferiore, è diventato un colossale affare.

L’apartheid verso tutta la popolazione è diventato uno specifico apartheid verso i lavoratori palestinesi, costretti ad accettare condizioni e paghe che se fossero liberi rifiuterebbero o lotterebbero per cambiare. Il disumano regime e controllo militare trasforma i lavoratori in schiavi coloniali.

Come si fa a pensare che questo sistema di sfruttamento abbia un futuro? E soprattutto come si fa a credere che chi vi è sottoposto prima o poi non si ribelli, con tutta la rabbia accumulata nei decenni?

Non comprate quei datteri.

* dal suo blog su IlFattoQuotidiano

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