Menu

Cosa si diranno Xi e Biden a San Francisco

Un anno e molti malintesi dopo il loro ultimo faccia a faccia, c’è grande attesa per l’incontro tra Xi Jinping e Joe Biden previsto per la prossima settimana a San Francisco.

I presidenti delle prime due economie del pianeta si vedranno in occasione del vertice dall’Asia Pacific Economic Cooperation (Apec), il forum economico delle 21 nazioni che si affacciano su quel Pacifico agitato dalla competizione geopolitica e tecnologica tra Pechino e Washington.

Un oceano al centro della rete globale di commerci della Cina e dei nuovi partenariati che gli Stati Uniti (e la Nato) stanno stringendo per contenerne l’ascesa.

A San Francisco saranno rilanciate le relazioni Cina-Usa? Evidentemente no. La rivalità strategica tra i due paesi – manifestatasi con Obama, esplosa con Trump, e acuitasi con Biden – è destinata a durare a lungo.

Dunque nessuna svolta in vista. Ma un segnale di distensione potrebbe arrivare se, al termine del loro colloquio, i due capi di stato diramassero un comunicato congiunto. Per ora c’è un minimo comune denominatore: gestire e stabilizzare la relazione bilaterale, migliorare la comunicazione, ridurre le incomprensioni.

Il confronto tra le due amministrazioni, preparato dal viavai degli ultimi mesi, in entrambi i paesi, di alti funzionari cinesi e statunitensi, riparte ufficialmente, perché, evidentemente – dopo un anno e mezzo segnato dalla visita a Taiwan dell’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, e dal clamoroso abbattimento sui cieli Usa di un “pallone spia” cinese – lo desiderano entrambe, seppur con obiettivi in parte diversi.

Pechino mira essenzialmente a prendere tempo: il prossimo presidente degli Stati Uniti, tra poco più di un anno, forse non sarà Biden, potrebbe essere di nuovo Donald Trump, o un repubblicano ancor più anti-Cina. Riavviare il dialogo evita di esasperare una tensione che danneggia i piani di sviluppo economico e militare della Cina. E permette alla leadership di concentrarsi sui problemi dell’economia cinese.

In quest’ottica, per Xi Jinping presenziare al summit dell’Apec serve anche per riaffermare la sua visione di scambi e investimenti internazionali aperti, contrapponendola al “de-risking” decretato dall’amministrazione Biden e dalla Commissione Ue.

L’amministrazione Biden vede invece l’incontro come un’importante possibilità per “guardare negli occhi” Xi Jinping (che è stato l’ultima volta negli Usa nel 2017, ospite di Trump), per cercare di decifrare l’effetto che le inedite politiche fin qui varate – da quelle per negare alla Cina l’accesso alle tecnologie più avanzate nei settori del semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e dell’informatica quantistica, ai partenariati stretti dalla Nato con Giappone e Corea del Sud, alla cooperazione militare nel Pacifico in ambito Aukus, con Australia e Regno Unito, alle ripetute, ambigue fughe in avanti, seguite da retromarce ufficiali, su Taiwan – stanno producendo sull’avversario.

Cina e Stati Uniti potrebbero annunciare simbolici passi avanti sul contrasto al cambiamento climatico; la ripresa del dialogo tra i vertici militari (dopo che Pechino ha rimosso il ministro della difesa Li Shangfu, sotto sanzioni Usa); un accordo sul contrasto al traffico dalla Cina agli Usa di Fentanyl, l’oppioide che sta facendo stragi negli Stati Uniti.

Misure utili a favorire il dialogo, ma che non incidono sulle questioni che più dividono i due paesi: il containment hi-tech Usa, Taiwan, il Mar cinese meridionale. Nonché le due guerre in corso in Ucraina e a Gaza.

Pechino vorrebbe la cancellazione delle tariffe sulle importazioni cinesi imposte da Trump e di alcuni divieti di export hi-tech Usa decretati da Biden: accordo molto difficile da raggiungere, soprattutto per microchip e dintorni.

Secondo indiscrezioni di buona fonte, il 15 novembre Xi Jinping sarà l’ospite d’onore di una cena (organizzata dal Council on Foreign Relations, dalla US Chamber of Commerce e dalla Asia Society) alla quale parteciperà il gotha della comunità degli affari statunitense.

Nelle scorse settimane il Partito comunista ha preparato il terreno, dando il benvenuto in Cina a Jamie Dimon di JPMorgan Chase’s, Elon Musk di Tesla, e Tim Cook di Apple. Al ricevimento di San Francisco è atteso un “importante discorso” del presidente cinese.

Xi Jinping proverà a rassicurare le principali multinazionali Usa circa le opportunità che i mercati cinesi continueranno a offrire nei prossimi anni, e l’ambiente favorevole che il governo centrale e le amministrazioni locali garantirà agli investimenti di queste corporation: il capitale straniero è benvenuto e ben tutelato in Cina.

Negli ultimi mesi il governo cinese ha faticato a contenere la fuga di capitali stranieri. Venerdì 3 novembre l’Amministrazione statale dei cambi ha riportato un deficit – nel terzo trimestre di quest’anno – di 11,8 miliardi di dollari in investimenti diretti esteri, che rappresenta il primo dato negativo da quando l’agenzia ha iniziato a monitorare i dati nel 1998.

Una “anticipazione” di ciò che potrebbe dire Xi a margine del summit dell’Apec è arrivata da Bi Jingquan che l’altro ieri ha parlato al Bloomberg New Economy Forum di Singapore. A capo del China Centre for International Economic Exchanges – tra i più influenti think tank governativi cinesi – Bi ha detto che:

Anche sullo sfondo delle tensioni geopolitiche degli ultimi anni, il commercio tra Cina e Stati Uniti ha continuato a svilupparsi, così come il commercio Cina-Europa. Dobbiamo tutti fare ciò che porterà soddisfazione ai due popoli. I legami economici e commerciali rappresentano tuttora l’àncora delle relazioni Cina-Usa. I capitali si spostano sempre verso luoghi con i costi più bassi e i profitti più alti, spero che i signori e le signore che hanno lasciato la Cina, soprattutto quelli che se ne sono andati durante la pandemia, tornino in Cina per dare un’occhiata. La Cina rimane un buon posto per opportunità di investimento e occupazione per tutti i paesi.

Durante il China International Import Expo che si è appena chiuso a Shanghai, lo US Soybean Export Council, la multinazionale alimentare Cargill e lo US Grains Council hanno siglato accordi di fornitura per imprese statali cinesi.

Ciò fa seguito alla recente firma di undici accordi di acquisto del valore di miliardi di dollari tra una delegazione di importatori cinesi di materie prime e compagnie Usa tra cui ADM, Bunge e Cargill. Lunedì scorso, l’ambasciatore americano a Pechino, Nicholas Burns, ha affermato che il suo Paese desidera più scambi commerciali con la Cina piuttosto che il “decoupling”.

Secondo i dati doganali cinesi, nei primi 10 mesi di quest’anno il commercio bilaterale tra i due paesi è diminuito del 13%, raggiungendo i 550,8 miliardi di dollari. Nello stesso arco di tempo, la riduzione delle importazioni dalla Cina ha prodotto una riduzione del 20% del deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina.

Con il varo della sua strategia di sicurezza nazionale, che identifica la Cina come la principale sfida per li Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha fatto scattare un embargo hi-tech su determinate tecnologie Usa (nei campi dei microchip, dell’intelligenza artificiale e dell’informatica quantistica) fondamentali per l’innovazione industriale e militare.

In questi ambiti tutto lascia pensare che tra Cina e Stati Uniti sia in atto un vero e proprio “decoupling” che, tuttavia, non impedisce al grosso del commercio bilaterale di andare avanti, e alle Corporation a stelle e strisce di ottenere più spazio nei mercati cinesi.

E mentre gli Stati Uniti – che nelle ultime settimane hanno istituito con la Cina tre gruppi di lavoro, su economia, commercio e finanza – riavviano il dialogo con la Cina, l’Unione Europea reclama a gran voce la sua fetta di torta e minaccia ritorsioni.

Tra un paio di settimane si svolgerà a Pechino un vertice Unione Europea-Cina in vista del quale le istituzioni comunitarie hanno alzato la voce. L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza, Josep Borrell lunedì ha dichiarato:

L’Unione Europea ha un deficit commerciale abissale nei confronti della Cina. Sarà difficile per la Cina mantenere l’accesso al mercato europeo in un momento in cui le aziende europee trovano sempre più difficile lavorare in Cina.

Se la Cina continua a negare la realtà e le conseguenze di questo squilibrio, corre il rischio di vedere una crescente domanda di maggiore protezione in Europa. Non siamo protezionisti, ma forse dobbiamo proteggerci. Se la Cina non apre forse dovremo chiudere.

Lo stesso giorno Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione a caccia di un secondo mandato, ha dipinto la Cina come una minaccia globale:

L’obiettivo chiaro del Partito Comunista Cinese è un cambiamento sistemico dell’ordine internazionale, ovviamente con la Cina al centro. Lo abbiamo visto con le posizioni della Cina negli organismi multilaterali, che mostrano la sua determinazione a promuovere una visione alternativa dell’ordine mondiale.

La Cina afferma di essere imparziale e di favorire soluzioni pacifiche, consentendo e sostenendo al tempo stesso alcune delle forze più destabilizzanti del mondo. Eppure, Cina ed Europa hanno un interesse comune alla stabilità in Medio Oriente.

Quindi ogni misura di influenza che Pechino ha su Hamas e sull’Iran deve essere utilizzata per prevenire un’ulteriore escalation. Devono svolgere il loro ruolo.

Le preoccupazioni circa le pratiche sleali e talvolta predatorie che distorcono il nostro mercato unico sono assolutamente tangibili e crescenti – misurabili. Ad esempio, la Cina ha spesso fatto ricorso alla coercizione commerciale, al boicottaggio delle merci europee e ai controlli sulle esportazioni di materie prime critiche.

L’UE ha avviato un’indagine sui sussidi nel settore dei veicoli elettrici in Cina, una mossa che potrebbe portare l’Unione a imporre ingenti dazi compensativi sulle importazioni di veicoli elettrici dalla Cina. E a Bruxelles c’è chi spinge per ulteriori inchieste anti-dumping, sui dispositivi medici e sulle turbine eoliche.

* da Rassegna Cina

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • matteo

    La von der Leyen è certamente una sciagura per l’UE ma più che ad un secondo mandato come Presidente della Commissione europea, mi pare che con la sua retorica ultra-bellicista e suprematista aspiri di più a prendere il posto di Stoltenberg come S.G.della Nato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *