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The National Interest: una “veloce vittoria” ucraina non è nell’interesse USA

Quasi a far eco alla recente intervista concessa lo scorso dicembre a L’Antidiplomatico dall’ambasciatore Alberto Bradanini, in cui era detto, tra l’altro, che l’obiettivo USA per la guerra in Ucraina non è certo quello di sconfiggere la Russia, ma semmai quello di arrivare al «definitivo asservimento dell’Europa e l’estrazione della sua ricchezza a vantaggio dell’impero Usa» – intervista ampiamente ripresa un paio di giorni fa dal portale Stoletie – è ora l’americana The National Interest ad aggiustare il tiro, sostenendo che una “veloce vittoria” dell’Ucraina non è nell’interesse USA e quindi Kiev non riceverà i caccia F-35.

Altrimenti vincerebbe a mani basse… sembra di capire. Oh perbacco!

Nel servizio di TNI si specificano due ragioni per cui i velivoli non verranno forniti alla junta ucraina.

Primo: perché l’aereo verrebbe presto abbattuto dai russi, che si approprierebbero della sua tecnologia segreta. Vero è che, scrive il bimestrale, i russi hanno già in cantiere un proprio caccia di quinta generazione (Su-57), ma «ogni informazione sugli F-35 sarebbe una vittoria per la Russia». Strana teoria: fosse vera, in pratica, non dovrebbero mai essere usati in zone di guerra.

La seconda ragione consiste nella tesi secondo cui potrebbe non essere nell’interesse USA fornire all’Ucraina armi tali da poter cambiare le regole del gioco e “vincere facile” (ah!): «Quanto più a lungo la Russia sarà coinvolta nel conflitto, tanto più si indebolirà sul piano delle risorse militari e del capitale politico. Una Russia più debole è a vantaggio degli USA, e dovrebbe rimanere impegnata in eterno nella guerra», senza mai arrivare alla vittoria.

Ed è ancora The National Interest a “lanciare l’allarme” sul possibile impiego sul teatro ucraino, da parte russa, dei sistemi contraerei S-500 “Prometej” contro i caccia americani F-16, che Kiev potrebbe ricevere da alcuni paesi occidentali.

Ora, i sistemi S-500 sono stati messi a punto specificamente per la lotta ai caccia di quinta generazione e i suoi missili possono raggiungere distanze superiori ai 600 km. A detta degli esperti cinesi, il “Prometej” è in grado di intercettare missili alati e balistici, oltre a rappresentare una minaccia anche per satelliti orbitanti a bassa quota. Sarebbe questa la ragione della titubanza – è il caso della Danimarca – a fornire alla junta gli F-16.

E sullo sfondo di tutti gli ultimi tiraemolla sulle armi, tra Kiev e gli “alleati democratici”, ha fatto la sua seconda visita in Ucraina il premier britannico Rishi Sunak.

Ma se nel novembre del 2022 aveva “portato in dono” (si fa per dire) sistemi contraerei e un migliaio di relativi missili, questa volta è arrivato pressoché a mani vuote, recando solo allettanti promesse per 2,5 miliardi di sterline nel 2024.

La ragione è che Londra stessa, trovandosi con gli arsenali sguarniti da tanti invii a Kiev, è costretta ad acquistare artiglierie dalla Norvegia e missili da Israele. Gli osservatori suppongono che anche la somma promessa dai britannici vada solo a mettere una pezza alla grossa voragine (50 miliardi di dollari) scavata da Kiev nel proprio bilancio.

Una misera pezza, perché sembra che di quei 2,5 miliardi, in moneta sonante, Kiev vedrà appena il 10%; il resto Londra lo destinerà all’acquisto di droni e proiettili da spedire in Ucraina, oltre che all’addestramento di militari col tridente banderista.

In compenso, Sunak e Zelenskij hanno sottoscritto un accordo sulle “garanzie di sicurezza” che Londra accorderebbe a Kiev.

Avrebbe potuto Sunak ricevere Zelenskij a Londra per la firma dell’accordo, oppure avrebbero potuto i due sottoscrivere l’intesa ai margini del vertice di Davos che si apre tra pochi giorni? Avrebbero potuto benissimo farlo; ma Sunak ha scelto proprio il viaggio a Kiev, sottolinea Aleksandr Grišin su Komsomol’skaja Pravda: forse per sottrarsi per qualche giorno agli attacchi casalinghi, dopo l’inizio dei bombardamenti angloamericani sullo Yemen.

In ogni caso, pare che l’intesa sottoscritta non contenga granché di nuovo rispetto agli accordi già in corso tra i due paesi: allarga relativamente la collaborazione nei settori dell’intelligence e della cybersicurezza, dell’addestramento militare e sanitario e dell’industria militare.

L’efficacia dell’accordo si estende al caso di un “nuovo attacco russo”; nel caso Mosca attacchi, ha detto Sunak di fronte ai deputati della Rada, «noi forniremo tutto l’appoggio necessario all’Ucraina: armi moderne a terra, in mare e in cielo, sostegno economico e introdurremo nuove sanzioni che avranno un costo per la Russia».

E infatti proprio questi sono i concreti impegni britannici previsti dall’intesa: entro 24 ore (da un attacco russo) iniziare consultazioni sul da farsi, fornire aiuto e mezzi militari a Kiev, introdurre sanzioni. Nessuna promessa di inviare truppe britanniche a combattere in Ucraina.

Ad ogni buon conto, il presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev ha messo le mani avanti: un eventuale dislocamento ufficiale di contingenti britannici in Ucraina verrà considerato da Mosca come una dichiarazione di guerra.

A ben vedere, afferma il politologo ucraino Mikhail Pavliv in un’intervista a Ukraina.ru, la visita di Sunak non mirava ad accrescere le capacità belliche ucraine, o la stabilità del suo sistema finanziario: l’accordo è un gioco a quattro mani contro gli USA e i loro piani riguardo a Zelenskij, che entro giugno dovrà comunque tenere le presidenziali e perderle.

Un esito che ovviamente non piace né a Zelenskij, né al suo capo di gabinetto Andrej Ermak; così, durante il recentissimo tour baltico, i due si sono incontrati con uomini dei servizi segreti e dell’amministrazione britannici, dopo di che Sunak è arrivato Kiev.

«Tutto ciò non è che un tentativo di salvare Zelenskij e proseguire nella della “fase calda” in Ucraina» afferma Pavliv; «non so come faranno; credo che né Zelenskij né gli inglesi ci riusciranno: gli americani li fermeranno comunque. Gli inglesi hanno interesse a che il conflitto continui a indebolire e distruggere l’Unione europea. Sono interessati a creare forze armate da essi controllate, forti di baltici, ucraini e polacchi».

Ma, in sostanza, gli USA non hanno più bisogno di Zelenskij; nei loro piani c’è un conflitto congelato, a bassi costi, che possa però mantenere attivi tutti i punti di pressione sulla Russia.

Tutto il resto, che viene dai satelliti ruotanti – non per moto proprio – attorno all’asse yankee, rimane sospeso in orbite più o meno elevate, in grado al massimo di infastidire la Russia. Washington può benissimo irridere a quei satelliti alla maniera omerica: «non può vivere a lungo chi contro i numi combatte».

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