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Il Medio-Oriente nel mondo multipolare. L’analisi di Saïd Boumama

Per comprendere la portata del genocidio in corso a Gaza e l’incondizionato sostegno europeo e degli Stati Uniti a Israele, dobbiamo collocarlo nel contesto globale del rapporto di forza tra BRICS e i paesi occidentali, che si riflette nella frenetica volontà di questi ultimi a contenere i primi e a frenarne lo sviluppo.

Il giornalista Richard Medhurst riassume questo contesto globale come segue: “Questa è una delle principali ragioni geopolitiche del massacro di Israele a Gaza. Gli Stati Uniti, principale sostenitore di Israele, sono alla disperata ricerca di un modo per cercare di contenere i BRICS, e, più in particolare, di contrastare la Nuova Via della Seta cinese. La costruzione di un corridoio rivale conterrebbe in un sol colpo Cina, Iran e Siria e aiuterebbe Israele e gli Stati Uniti a mantenere il loro dominio economico e politico contro un mondo multipolare.

Per contrastare l’immenso progetto cinese di infrastrutture di trasporto della Via della Seta, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sviluppato un progetto concorrente che richiede il controllo di Gaza.

Annunciato al vertice del G20 a settembre 2023, questo progetto chiamato “Corridoio India-Europa-Medio Oriente” e presentato come segue da una nota informativa della Casa Bianca del 9 settembre:

Oggi noi dirigenti di Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia e Unione Europea abbiamo annunciato un memorandum d’intesa in cui ci impegniamo a lavorare insieme per stabilire un nuovo corridoio economico IndiaMedio OrienteEuropa. Gli Stati Uniti e i suoi partner intendono collegare i due continenti a dei poli commerciali e facilitare lo sviluppo e l’esportazione di energia pulita, installare cavi sottomarini, collegare le reti energetiche e le linee di telecomunicazione, per promuovere un accesso affidabile all’elettricità, consentire l’innovazione nelle tecnologie avanzate e collegare le comunità a un Internet sicuro e stabile.

Due mesi dopo è stato il turno di Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 24 novembre 2023 di descrivere il suo impegno per il corridoio:

Il piano per un nuovo Medio Oriente, un corridoio economico che si estende dall’India agli Emirati Arabi Uniti, passando per l’Arabia Saudita, la Giordania, Israele e infine l’Europa, eliminerà le strozzature e ridurrà notevolmente il costo delle merci, delle comunicazioni e dell’energia per oltre 2 miliardi di persone.

In maniera dimostrativa, Netanyahu nel suo discorso ha brandito una mappa che non mostrava la Palestina. Che questo piano arrivi oggi non è sorprendente. É stato concluso dopo un anno pieno di fallimenti per il campo occidentale, ovvero un tentativo fallito di imporre sanzioni contro la Russia, la conclusione di un accordo di pace tra Arabia Saudita, Iran e Siria, l’apertura di negoziati tra Yemen e Arabia Saudita, decine di Paesi che chiedono di aderire ai BRICS, l’ingresso di Iran ed Egitto negli stessi BRICS, l’adesione di 150 Paesi al progetto cinese della Nuova Via della Seta, la firma di un accordo ferroviario tra Iran e Iraq, la firma di un partenariato strategico tra Siria e Cina che apre l’accesso al Mediterraneo alla Nuova Via della Seta attraverso il porto siriano di Latakia.

La questione energetica al centro del conflitto

Il corridoio progettato dagli Stati Uniti e dai loro alleati in opposizione alla Nuova Via della Seta fa parte della stessa strategia generale, la cui fase precedente era quella di impedire l’approvvigionamento di gas russo e iraniano all’Europa. In merito al gas russo, è uno degli obiettivi della guerra in Ucraina, la cui prima concretizzazione fu la fomentazione del golpe di Maidan nel 2014. Il controllo dell’Ucraina è in realtà il controllo di una parte dei gasdotti che forniscono il gas russo all’Europa. L’altra parte è costituita dai gasdotti Nord Stream che sono esplosi “opportunamente” nel settembre 2022. Il risultato di questo sabotaggio è duplice: in primo luogo, l’interruzione della fornitura di gas russo all’Europa e poi l’indebolimento della Germania e, attraverso di essa, l’intera Unione Europea, che, pur essendo un alleato, è comunque un concorrente economico.

Per quanto riguarda il gas iraniano, la messa in scena dello pseudo pericolo nucleare ha reso possibile l’imposizione di sanzioni, tra cui quella di non poter più vendere il suo petrolio e il suo gas all’Europa. É già possibile prevedere la prossima tappa della strategia degli Stati Uniti. L’eliminazione di alcuni dei principali fornitori di gas dell’Europa in generale e della Germania in particolare, ovvero la Russia e l’Iran, segue la stessa sequenza storica della scoperta di un enorme giacimento di gas al largo delle coste di Palestina, Libano e Siria.

Denominato “Leviatano” e scoperto nel 2010, è stato oggetto il 15 giugno 2022 di un accordo tra Egitto, Israele e l’Unione Europea con l’obiettivo “il trasporto di gas naturale da Israele all’Egitto, per liquefazione e poi spedizione verso l’Europa”. Il controllo del “Leviatano” e dei giacimenti del “Karish” al largo delle coste del Libano, così come di quelli nella stessa Striscia di Gaza, è l’ultimo atto di una strategia israelo-statunitense che mira a rendere l’Europa dipendente del gas della regione. Dopo aver messo fuori uso i porti libanesi e siriani, aver eliminato gli altri concorrenti l’Iran e la Russia non resta che il porto di Haifa controllato da Israele per trasportare verso l’Europa il gas necessario per i paesi dell’Unione Europea e in particolare per la Germania.

Nel pieno del massacro a Gaza, il 29 ottobre scorso, Israele ha concesso 12 licenze per lo sfruttamento del gas del “Leviatano”. É questo nuovo contesto che spiega la violenza senza precedenti dello Stato sionista. Questa violenza non è certamente nuova, ma la sua portata supera in orrore tutti i precedenti episodi di violenza sionista. La questione del gas legata allo sviluppo dei BRICS, alle sconfitte degli Stati Uniti nell’ultimo decennio dal punto di vista economico, così come militare e diplomatico, al desiderio degli Stati Uniti di accerchiare, isolare e disgregare la Russia e la Cina, alla volontà di esplodere il progetto cinese della Nuove Via della Seta, questo aspetto dà allo Stato sionista la speranza di poter di poter realizzare il suo progetto storico di colonizzare l’intera Palestina.

Un tale progetto richiede una pulizia etnica attraverso il genocidio da un lato e la fuga dei palestinesi nel Sinai egiziano dall’altro. La proposta degli Stati Uniti di cancellare il debito dell’Egitto in cambio in cambio dell’accettazione dei rifugiati gazawi nel Sinai, conferma i suoi obiettivi di guerra, ovvero una nuova Nakba. Il rifiuto dei palestinesi di abbandonare Gaza nonostante gli orrori subiti spiega di aver compreso appieno i suoi obiettivi di guerra. L’ostinazione a restare, nonostante il dolore e la distruzione, è già un fallimento del progetto occidentale.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito ha effettuato una serie di attacchi aerei nello Yemen per conto della NATO, che hanno colpito la capitale Sana’a, città di Al-Ḥudayda e Saada.

La Resistenza yemenita e la rappresaglia occidentale

L’obiettivo di questi bombardamenti è ufficialmente quello di neutralizzare gli attacchi yemeniti contro navi israeliane da un lato e le navi dirette verso porto della Palestina dall’altro. Per gli Stati Uniti, questi attacchi minaccerebbero la libertà di navigazione nel Mar Rosso. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha giustificato così gli attacchi: “Questi bombardamenti sono difensivi. Abbiamo preso di mira capacità molto specifiche in posizioni molto precise con munizioni di precisione per ridurre il rischio di danni collaterali ai civili. Questi attacchi mirano a preservare la libertà di navigazione in una delle rotte di navigazione più importanti del mondo.

Il discorso di “bombardamenti chirurgici” non è una novità: è stato utilizzato in Iraq per far credere alla possibilità di una guerra o di un attacco che risparmia i civili. La realtà è ovviamente è ben diversa, come dimostra il numero di vittime civili nelle due guerre d’Iraq, del 1990 e del 2003, che furono presentate come guerre intelligenti che proteggono i civili. Un articolo di Le Monde Diplomatique del febbraio 1991 sulla prima guerra d’Iraq presentava in questo modo la realtà di questi attacchi chirurgici:

La competenza tecnologica, la precisione della guida, l’efficienza dei sistemi di inibizione, il tracciamento dei bersagli, le armi intelligenti capaci di effettuare attacchi chirurgici, questo è il vocabolario di una guerra in cui in realtà assistiamo a un intervento pesante con conseguente perdita di vite umane.

Gli attacchi anglo-americani sono stati effettuati nel quadro di una forza internazionale istituita dagli Stati Uniti e che comprende 10 paesi, ovvero Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna, Olanda, Norvegia, Canada e Bahrein e le Seychelles. Questa forza è dotata di tre cacciatorpediniere americani e uno britannico, di una fregata francese, ecc. L’entità delle risorse impiegate in risposta che viene presentata come una “ribellione” Houti è un messaggio significativo del sostegno incondizionato a Israele da parte delle forze occidentali.

Smascherando le bugie americane, il ministro degli affari esteri yemenita smentisce qualsiasi ostacolo alla circolazione marittima nel Mar Rosso:

Il nostro paese sta affrontando un attacco massiccio da parte di navi americane e britanniche, di sottomarini e aerei. Non c’è alcuna giustificazione per questa aggressione contro lo Yemen, poiché non c’è alcuna minaccia per la navigazione internazionale nel Mar Rosso. L’obiettivo era e rimarrà quello delle navi israeliane o di quelle dirette ai porti della Palestina occupata.

Effettivamente tutte le imbarcazioni colpite nelle ultime settimane dagli attacchi yemeniti erano israeliane o che commerciavano con lo Stato di Israele, mentre secondo le parole delle stesse Nazioni Unite, quest’ultimo sta commettendo un genocidio in Palestina. L’obiettivo degli attacchi degli Stati Uniti e del Regno Unito non ha quindi nulla a che vedere con la libertà di circolazione nel Mar Rosso. In realtà, è un sostegno allo Stato genocidario di Israele.

Questi attacchi americani e britannici arrivano in un momento in cui lo Yemen sta vivendo un disastro umanitario senza precedenti. In 8 anni di guerra secondo i dati dell’UNICEF quasi il 70% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari d’emergenza. 17,4 milioni di persone sono in situazione di grave insicurezza alimentare, 17 milioni, di cui 9 milioni di bambini, non hanno accesso all’acqua potabile, ecc. I cosiddetti “attacchi chirurgici” in un simile contesto non possono che essere catastrofici per la popolazione civile. Il vocabolario utilizzato da quasi tutti i media mainstream è incentrato sul termine “Houthi”. Gli articoli parlano di “Houti ribelli” o di “ribellione Houthi”.

Lungi dall’essere semplicemente descrittivo, questo vocabolario è riduttivo e punta a ridurre la protesta sociale e politica a una componente etnica e religiosa, a depoliticizzare una questione eminentemente politica. La maggior parte degli articoli aggiunge il termine “sciita” e “filo-iraniano” per parlare del governo di Sana’a, che si oppone al presidente Rachad al Alimi, che vive in Arabia Saudita dal 2015. L’Arabia Saudita è da marzo 2015 a capo di una coalizione con gli Emirati Arabi Uniti che ha effettuato quasi 25.000 raid aerei contro ribelli Houthi, con più di 30.000 vittime e lo sfollamento di 2,5 milioni di persone.

Una protesta politica popolare di lunga durata, con gli inizi della rivolta contro il governo a partire dal 2014, si riduce così a una “ribellione” etnica e religiosa manipolata dall’Iran. I cosiddetti ribelli Houthi, che preferiscono chiamarsi governo yemenita, hanno sempre espresso la loro solidarietà al popolo palestinese. In risposta al genocidio in atto, hanno deciso di colpire lo Stato di Israele al portafoglio, attaccando il suo commercio marittimo nel Mar Rosso. É quindi per sostenere l’alleato israeliano che intervengono i bombardamenti americani e britannici, e non perché ci sia una qualche minaccia al commercio mondiale.

*intervento di Saïd Boumama all’incontro del 25 febbraio organizzato dalla Rete dei Comunisti a Milano “Il Medio-Oriente nel mondo multipolare ed il conflitto arabo-israeliano”. Said Boumama è un saggista franco-algerino, collaboratore della rivista Investig’action

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