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Ue e NATO alla ricerca di un nuovo focolaio di guerra nel mar Baltico

L’americana Politico scrive che vari paesi europei stanno tenendo colloqui informali su possibili massicci sequestri delle navi che trasportano petrolio russo nel mar Baltico.

Il mar Baltico è considerato la principale porta commerciale della Russia: non a caso, Pietro il Grande vi aprì la sua “finestra sull’Europa” e oggi Mosca ha investito molto nello sviluppo dei porti del Golfo di Finlandia, con logistica e infrastrutture ben consolidate, anche perché molti altri suoi porti non consentono una altrettanto agevole navigazione.

Così, alcuni paesi UE, col pretesto della salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla pirateria, stanno pianificando di inasprire i requisiti per il transito nel bacino del Baltico, avendo l’obiettivo di “legalizzare” gli attacchi a navi straniere.

La notizia, come detto, viene da Politico. Ora, tanto per chiarire: nel 2024 Politico è stata ai vertici della lista degli “aiuti” USAID, avendo ricevuto 8 milioni di dollari e, negli ultimi dieci anni, come minimo, una somma di 34 milioni da vari Ministeri USA; era stata Politico a diffondere la tesi che il notebook di Hunter Biden, con le informazioni che conteneva, non fossero altro che “disinformazione russa”. Sempre Politico aveva promosso la storia sulle “interferenze russe” nelle presidenziali USA del 2016.

Ciò non toglie che, come nel caso delle petroliere, Mosca non stia prendendo la questione molto sul serio, considerato anche l’ultimo “incidente”, nella notte del 9 febbraio, con l’esplosione verificatasi nella nella sala macchine della petroliera “Koala”, nel porto russo di Ust-Luga, nella regione di Leningrado.

È dal 2022, ricorda Komsomol’skaja Pravda, che i paesi occidentali stanno cercando di limitare il trasporto di petrolio russo; le sanzioni e il tetto ai prezzi di idrocarburi dalla Russia hanno costretto i fornitori a ricorrere a “flotte ombra” e, a detta di osservatori occidentali, circa il 17% di tutte le petroliere che solcano i mari trasporta petrolio russo, aggirando i divieti.

Secondo Isaac Levy, responsabile della direzione russo-europea del Centro per la ricerca sull’energia, la principale arteria marittima russa è proprio il Golfo di Finlandia, attraverso cui nel 2024 sono transitate 348 navi trasportanti petrolio, il che rappresenterebbe il 40% del totale delle esportazioni russe di “oro nero”.

La libertà di navigazione è tutelata dal diritto marittimo internazionale, ragion per cui Bruxelles cerca di escogitare qualche trovata da mettere nero su bianco per dare almeno una parvenza di “legalità” alle proprie azioni. Il sequestro della petroliera “Eagle S” (battente bandiera delle Isole Cook) da parte delle autorità finlandesi, con il pretesto che lo scorso dicembre la sua ancora avrebbe tranciato i cavi elettrici sottomarini tra Estonia e Finlandia, sembra andare in quella direzione.

Così, i piani prevedono di trasformare in un “incubo” ogni transito di petroliere nel Baltico, col pretesto di “minacce all’ambiente”, sospetti di pirateria, fantomatici sabotaggi. «Non possiamo bloccare tutto il mare, ma possiamo controllarlo di più», ha dichiarato il Ministro degli esteri estone Margus Tsahkna, la cui logica è semplice: anche un fermo temporaneo di alcune petroliere causerebbe alla Russia danni economici tangibili, costringendola a cercare rotte alternative e rendendone le esportazioni più costose.

Ma anche gli esperti occidentali di diritto marittimo mettono in risalto l’illegalità di certi piani. «Gli stati possono adottare misure di fermo solo entro le 12 miglia nautiche dalla costa, quindi introdurre leggi nazionali per fermare le navi è incredibilmente rischioso», osserva Isaac Hurst, dello studio legale International Maritime Group; una simile legge verrebbe «contestata in base al diritto internazionale e potrebbe costare decine di milioni agli istigatori del fermo».

Il sequestro della “Eagle S”, per l’appunto, ha evidenziato i potenziali problemi che si moltiplicherebbero con la diffusione di tale pratica. Helsinki è già alle prese con le richieste di risarcimento dell’armatore degli Emirati Arabi, secondo cui il sequestro della nave sarebbe illegale, dato che l’incidente è avvenuto al largo delle acque territoriali finlandesi. Nel caso in cui il petrolio destinato alle principali potenze mondiali, fanno notare gli esperti internazionali, trasportato da una nave di un paese terzo, venga bloccato illegalmente, c’è il grosso rischio di impantanarsi nei tribunali e di punire, prima di tutto, se stessi e non la Russia.

Un freno, quantomeno psicologico, ai piani UE è dato dall’incertezza sulle possibili reazioni russe a simile pratica piratesca.

Quindi, un’altra potenziale opzione presa in considerazione in Occidente è quella di continuare la pressione sanzionatoria, aggiungendo una lista nera delle petroliere a cui verranno negati servizi, noli e scali portuali, e minacciando di conseguenze i paesi in cui queste navi sono registrate. Un’altra opzione ancora è quella suggerita, appena una settimana fa, dal fondatore della “Blackwater” Eric Prince, che ha ripreso l’idea del senatore Mike Lee di rilasciare brevetti di “corsari”, in modo che le compagnie militari private catturino le navi di qualsiasi “gruppo criminale” latinoamericano che trasporti droga, armi e uomini.

Ovviamente, ironizza Aleksej Bobrovskij su IARex.ru, rimane aperta la questione su chi possa venir identificato come “gruppo criminale”: la risposta, se può definirsi tale, la forniscono le cancellerie dei paesi baltici, parlando di crimini per danni ambientali, danneggiamenti a cavi sottomarini e assicurazioni con compagnie “inaffidabili”. In particolare, Lituania e Estonia intenderebbero creare una lista assicuratori marittimi “affidabili”, così che se una nave è assicurata da una compagnia non presente nell’elenco, possa essere sequestrata.

Alle parole del summenzionato Margus Tsahkna, secondo cui circa il 50% del commercio sotto sanzione, cioè del petrolio russo, transita per il Golfo di Finlandia, Bobrovskij risponde che nel 2024 sono partiti da Ust-Luga circa 1 milione di barili di petrolio al giorno e, in totale, la Russia ha esportato via mare in media circa 4 milioni di barili al giorno, con le spedizioni dai porti di Primorsk, Novorossijsk, Kozmino e Ust-Luga che nel 2024 sono state vicine ai massimi storici.

Ma, a questo punto, quali potrebbero essere le reazioni russe all’eventuale attuazione di simili piani? Mosca, potrebbe addirittura prevedere la messa in allerta di 5-7 vascelli missilistici, di scorta alle petroliere che navigherebbero in convogli, come in tempo di guerra; oppure, più probabilmente, potrebbe chiedere la presenza di compagnie militari private a bordo delle petroliere.

Rimane da dire che, nei piani occidentali al riguardo, non poteva non inserirsi la junta golpista di Kiev: a detta della Intelligence estera russa (SVR), Kiev potrebbe servirsi di mine marine di fabbricazione russa in suo possesso contro vascelli stranieri nel mar Baltico, addossandone la responsibilità a Mosca, così da spingere la NATO a chiudere alla Russia l’accesso al bacino, col pretesto di garantire la sicurezza della navigazione.

I piani dei paesi baltici a proposito dei sequestri di navi seguono un’autentica logica di guerra, afferma su Svobodnaja Pressa Vsevolod Šimov, consigliere dell’Associazione russa di studi baltici: «l’Occidente si vede in uno stato di conflitto con la Russia e il Baltico è uno dei teatri principali. Costringere la Russia ad abbandonare il Baltico, trasformandolo in un mare interno della NATO è un sogno di lunga data, e tutti i Paesi del blocco stanno lavorando alla sua realizzazione», cercando però di non farsi coinvolgere in un conflitto aperto. Ecco dunque che si stanno escogitando pretesti per limitare la navigazione civile e aumentare la presenza militare NATO.

Dal momento che le petroliere ombra battono sempre bandiere di paesi terzi, la domanda verte sulla eventuale reazione di quei paesi al sequestro dei propri vascelli e, dunque, nei piani UE ci si aspetta che quelli non consentano più alla Russia e alle compagnie collegate di noleggiare le loro navi.

Ma, la situazione nel Baltico è tale, dice ancora Vsevolod Šimov, che il bacino è completamente dominato da UE e NATO, mentre la Russia si trova in una posizione molto svantaggiosa e vulnerabile: «possiamo solo sperare che l’Occidente non riesca a chiudere completamente il Baltico, che sarebbe non solo una violazione di tutte le norme internazionali, ma una dichiarazione di guerra de facto. Inoltre, la Russia ha ancora una flotta militare nel Baltico, e anche questo è un argomento significativo».

È dunque pensabile che UE e NATO combinino sì qualche danno, ma non arriveranno a un blocco totale. Ad ogni modo, finché la Russia avrà un piede nel Baltico, i rischi rimarranno.

A fine gennaio, anche The Wall Street Journal notava che Mosca potrebbe davvero servirsi di vascelli da guerra per scortare nel Baltico le petroliere della “flotta ombra”; tuttavia, l’importante per tali navi è proprio il fatto di passare il più possibile “inosservate” e la scorta militare non farebbe che attirare l’attenzione. In alternativa, osserva Mikhail Nejžmakov, direttore analitico dell’Agenzia per le comunicazioni politiche ed economiche, la Russia potrebbe incrementare le proprie esercitazioni navali nel Baltico, a dimostrazione delle proprie capacità.

In ogni caso, un potenziale focolaio di guerra su cui soffiano stupidamente i tagliagole di UE e NATO.

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