Negli ultimi anni il Venezuela è diventato il centro di uno scontro geopolitico di prim’ordine. La fase culminata con l’operazione statunitense contro il governo di Caracas non nasce dal nulla e non è questione di pochi mesi: si inserisce in una strategia di pressione di lunga durata, iniziata già ai tempi di Hugo Chávez e proseguita con Nicolás Maduro.
Parliamo di anni di sanzioni, isolamento diplomatico, operazioni di intelligence, sostegno a settori dell’opposizione e tentativi di delegittimazione del governo venezuelano.
Non è un mistero che Washington abbia cercato in più momenti di favorire un cambio di regime a Caracas. Basti ricordare la stagione di Juan Guaidó, riconosciuto da parte degli Stati Uniti e di altri governi come “presidente ad interim”, o le tensioni seguite alle ultime elezioni, con denunce di brogli, proteste di piazza, accuse di tentativi di golpe e un clima costante di destabilizzazione interna.
In questo quadro, il governo venezuelano sostiene da tempo che il paese fosse oggetto di attività di spionaggio sotto varie coperture: dissidenti interni, ONG, operatori stranieri. Il governo degli Stati Uniti, dopo l’attacco di qualche giorno fa, lo conferma, raccontando di come abbiano preparato l’operazione da mesi con aiuti interni e infiltrati della Cia.
E’ un fatto: la preparazione di ogni operazione militare richiede informazioni dettagliate su territorio, infrastrutture, catena di comando e abitudini dei vertici politici. Ed è altrettanto vero che le operazioni di intelligence non si organizzano in poche settimane, ma sono il frutto di anni di lavoro sotterraneo.
Dentro questo contesto si inserisce anche il caso di Alberto Trentin, “cooperante” italiano arrestato dalle autorità venezuelane. Trentin lavorava per una ONG con sede negli Stati Uniti e operava in Venezuela nell’ambito di progetti umanitari [in realtà quella Ong opera in Cambogia e Tailandia, paesi non proprio confinanti con il Venezuela, ndr]. Le autorità di Caracas lo hanno ufficialmente accusato di spionaggio. Dietro l’attività umanitaria vi sarebbe stata la raccolta di informazioni sul territorio.
È una accusa pesante, che in qualunque paese del mondo comporta pene gravi e che rientra pienamente nel clima di guerra ibrida che circonda oggi il Venezuela. Sta alla magistratura venezuelana dimostrare queste accuse. Resta però un dato politico: quando un paese diventa teatro di scontro tra potenze e di operazioni militari o clandestine, ogni operatore straniero viene automaticamente letto dentro quella dinamica. ONG, giornalisti, missionari, cooperanti: tutti finiscono per muoversi su una linea sottilissima tra umanitario e sospetto.
Che cosa questo significhi nel caso specifico di Trentin lo stabiliranno i tribunali e le prove. Ma è innegabile che il suo arresto vada letto dentro la cornice più ampia della strategia statunitense di lungo corso contro il governo venezuelano, della raccolta di intelligence, delle accuse di tentativi di golpe, della costruzione di leadership alternative e del clima di conflitto politico permanente che attraversa il paese.
Per questo, discutere del suo caso non significa solo parlare di un singolo detenuto, ma interrogarsi sul rapporto tra ONG, intelligence, sovranità nazionale, diritti umani e conflitto geopolitico. In un’epoca in cui le guerre si organizzano molto prima dei primi spari, anche l’informazione diventa un campo di battaglia.
E così persone in carne e ossa si prestano alla guerra mediatica e allo spionaggio statunitense, vendendosi per denaro e calpestando valori, dignità e vite umane di interi popoli, fino a ridurre il proprio Paese a una colonia servile e miserabile, piegata agli interessi degli USA.
* Cuba Mambi, Gruppo di Azione Internazionalista
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