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Venezuela. La reazione cinese

Molti “tastieristi inquieti” hanno lamentato nei giorni scorsi che Cina e Russia non abbiano reagito con la forza militare all’attacco statunitense contro il Venezuela. Molti opinionisti mainstream hanno fatto la stessa operazione, ovviamente in chiave opposta, magnificando lo strapotere Usa e irridendo l’impotenza di Pechino.

Un analista tedesco con intensi rapporti con la Cina, Kurt Grötsch *, dà informazioni piuttosto diverse, anche se non strombazzate con l’enfasi narcisistica di Donald Tump.

La Cina ha condannato fermamente la confisca e la violazione della sovranità del Venezuela, non solo con le parole del ministro degli esteri  e di altri portavoce governativi. Ha invece adottato una serie di misure economiche, con la consapevolezza che gli Stati Uniti hanno definito il controllo del petrolio venezuelano come un modo per fermare la presenza cinese in Sud America e bloccarne lo sviluppo.

A Pechino hanno insomma capito benissimo che l’aggressione al Venezuela è una dichiarazione di guerra alla proposta di un mondo multipolare e ai BRICS. Poche ore dopo la diffusione della notizia del rapimento del presidente Maduro, Xi Jinping avrebbe convocato una riunione d’emergenza del Comitato permanente del Politburo che ha attivato quella che gli strateghi cinesi chiamano una “Risposta Asimmetrica Globale”, progettata per contrastare l’aggressione contro i propri partner collocati nell’emisfero occidentale (quello che gli Usa dichiarano “cosa nostra”).

La prima fase della risposta è stata attivata il 4 gennaio, quando la Banca Popolare Cinese ha annunciato silenziosamente la sospensione temporanea di tutte le transazioni in dollari statunitensi con società legate al settore della difesa statunitense. Boeing, Lockheet Martin, Raytheon e General Dynamics, da quel giovedì, si ritrovano con le transazioni con la Cina congelate di fatto.

Lo stesso giorno, anche la State Gray Corporation of China, che controlla la rete elettrica, ha sospeso le operazioni annunciando una “revisione tecnica” di tutti i suoi contratti con i fornitori americani di apparecchiature elettriche; il che implica che la Cina stia avviando il disaccoppiamento dalla corrispondente tecnologia americana, annullando così un parte consistente delle future importazioni.

China National Petroleum Corporation, la più grande compagnia petrolifera statale al mondo, ha annunciato una riorganizzazione strategica delle sue rotte di approvvigionamento globali. Ciò comporta la cancellazione di contratti di fornitura di petrolio con le raffinerie americane per un valore di circa 47 miliardi di dollari all’anno.

La China Ocean Shipping Company, che controlla circa il 40% della capacità di trasporto globale, ha implementato quella che ha definito “Ottimizzazione Operativa delle Rotte”. Ciò ha comportato che le navi cargo cinesi abbiano iniziato a evitare i porti americani – Long Beach, Los Angeles, New York e Miami – che si affidano alla logistica marittima cinese per mantenere le loro catene di approvvigionamento. Questi porti devono ora fare i conti con la riduzione del 35% del loro normale traffico container.

Non ne saranno felici Walmart, Amazon, Target e altre piattaforme e-commerce che dipendono dalle navi cinesi per importare merci prodotte in Cina, visto che le loro catene di approvvigionamento sono parzialmente cancellate nel giro di poche ore.

L’aspetto più sorprendente di tutte queste misure è stata la loro simultaneità. Hanno creato un effetto a cascata che amplifica esponenzialmente l’impatto economico. Non si è trattato di un’escalation graduale, ma di un mini-shock sistemico con effetti crescenti nel tempo.

Contemporaneamente, la Cina ha attivato un nuovo pacchetto di misure miranti a mobilitare il Sud del mondo.

Sempre il 4 gennaio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha offerto a Brasile, India, Sudafrica, Iran, Turchia, Indonesia e altri 23 paesi, condizioni commerciali preferenziali immediate se si fossero impegnati pubblicamente a non riconoscere alcun governo venezuelano salito al potere con il sostegno criminale degli Stati Uniti.

In meno di 24 ore, 19 paesi hanno accettato l’offerta. Il Brasile è stato il primo, seguito da India, Sudafrica e Messico, rivelando in pratica un mondo multipolare in azione.

Il 5 gennaio il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese ha annunciato l’espansione della sua capacità operativa per assorbire qualsiasi transazione globale che cercasse di aggirare il sistema SWIFT, controllato da Washington.

Ciò significa che la Cina prova a fornire al mondo un’alternativa pienamente funzionale al sistema finanziario occidentale. Qualsiasi paese, azienda o banca che desideri operare senza dipendere dall’infrastruttura finanziaria americana può utilizzare il sistema cinese, tra l’altro più economico.

La risposta è stata immediata e massiccia: nelle prime 48 ore di operatività, sono state elaborate transazioni per un valore di 89 miliardi di dollari. Le banche centrali di 34 paesi hanno aperto conti operativi nel sistema cinese, a simboleggiare un’accelerazione della de-dollarizzazione di una delle più importanti fonti di finanziamento statunitensi.

Sul fronte tecnologico, il governo cinese, che controlla il 60% della produzione mondiale di terre rare – elementi essenziali per la produzione di semiconduttori e componenti elettronici – ha annunciato restrizioni temporanee sulle esportazioni di terre rare verso qualsiasi paese che abbia sostenuto il rapimento del presidente Nicolás Maduro.

Apple, Microsoft, Google, Intel – tutti i giganti tecnologici americani che dipendono dalle catene di fornitura cinesi per componenti essenziali – devono a questo punto trovare velocemente alterative affidabili alle forniture di Pechino.

Non sono mosse spettacolari da sparare sui giornali, ma pesano certo più di una strigliata verbale o di una “esibizione muscolare”.

KURT GRÖTSCH ha conseguito una laurea in Filologia e Psicologia, un dottorato presso l’Università di Norimberga, un MBA presso l’ESDEN di Madrid ed è stato insignito della Croce al Merito Federale della Germania. Ha iniziato la sua ricerca sulle esperienze e le emozioni nella cultura e nel turismo negli anni ’90, presentando il suo approccio Emotionware al Congresso TILE (Trends in Leisure and Entertainment, Strasburgo, 1998). È docente e relatore sia all’Università di Erlangen-Norimberga, sia in numerose università e centri di ricerca in Europa, Asia e America Latina. Nel 1982 ha fondato l’Istituto di Franconia per la Comunicazione. Nel 1987 ha diretto il Centro Culturale Tandem (Madrid), nel 1993 è stato direttore generale del marketing del Parque de los Descubrimientos (Siviglia) e Chief Project Manager del parco tematico dell’Esposizione Universale di Hannover nel 2000. Nel 1998 ha fondato l’azienda Trillennium e la Scuola di Imprenditoria. Dal 2006 è direttore del Museo del Baile Flamenco Cristina Hoyos (Siviglia). È socio di diverse associazioni turistiche e culturali, membro della Commissione delle Industrie Culturali della CEA, fondatore e CEO dell’azienda Chinese Friendly International nel 2011, successivamente Silk Road Experience Group. È cofondatore e vicepresidente della Cátedra China, vicepresidente del Consiglio Nazionale del Flamenco e ambasciatore della Minzu University of China.

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