La visita del ministro degli Interni della Russia, Vladimir Kolokoltsev, a L’Avana non è un fatto accidentale o rituale, bensì il segno tangibile di una rinnovata e determinata alleanza tra Cuba e Mosca, in un momento in cui le pressioni politiche, economiche e militari degli Stati Uniti cercano di riscrivere il destino dei popoli che osano opporsi al consenso imposto di Washington.
Nel Palazzo della Rivoluzione Miguel Díaz‑Canel ha definito quell’incontro “di enorme significato” nel momento storico che viviamo, e le relazioni tra Cuba e la Federazione Russa si rafforzano nonostante la “turbulent geopolitical situation”, proprio perché solo l’intreccio di solidarietà, cooperazione e dialogo multipolare può contrastare il blocco e le minacce di aggressione imperiale.
Questa resistenza non è affatto teorica: mentre Cuba continua a subire l’assedio economico e diplomatico degli Stati Uniti, e la retorica di un blocco totale sembra voler isolare l’isola dal mondo, altri attori globali – come il Messico – si schierano in solidarietà, annunciando la continuazione degli invii di petrolio a Cuba in un gesto di sostegno concreto e solidale di fronte alle difficoltà dell’embargo.
Allo stesso tempo, sul piano multilaterale, i BRICS – gruppo che rappresenta una porzione significativa della popolazione mondiale e della produzione economica – mostrano posizioni sempre più chiare sulla necessità di un ordine mondiale alternativo al dominio unipolare di Washington, invitando a una cooperazione che non sia subalterna alle strategie geopolitiche statunitensi.
Nel cuore di questa resistenza si trova anche il Venezuela bolivariano, da tempo sotto attacco con strumenti ibridi di pressioni economiche, militari, diplomatiche e mediatiche. Le operazioni che il 3 gennaio hanno visto la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie in un’azione degli Stati Uniti sono state denunciate da Caracas come una violazione del diritto internazionale, un atto di aggressione che travalica la retorica anti‑narcotraffico per rivelare i reali interessi geopolitici e geoeconomici di Washington sulla regione.
Nel contesto di questi attacchi, la presidenta incaricata Delcy Rodríguez ha sottolineato come il Venezuela stia affrontando un “cammino doloroso” e abbia denunciato pubblicamente la aggressione statunitense e il sequestro del presidente come violazioni del diritto internazionale, mentre il paese lavora a consolidare un orizzonte di sovranità e autodeterminazione.
E in realtà, i dati parlano chiaro: negli ultimi tempi il governo venezuelano ha annunciato l’ingresso di circa 300 milioni di dollari dalle prime vendite petrolifere, frutto di accordi commerciali con acquirenti internazionali, in un quadro di lotta per la sopravvivenza economica sotto pressioni e sanzioni continue.
Allo stesso tempo, Caracas ha mobilitato il proprio popolo e le sue istituzioni per difendere la sovranità nazionale, denunciando atti compiuti come “pirateria” in acque internazionali e richiamando la comunità internazionale a rigettare la cronica aggressione.
Se la resistenza cubana e venezuelana è oggi un esempio palpabile di dignità e fermezza davanti alle forze egemoniche, è doloroso constatare come altrove questa battaglia per la sovranità venga fraintesa, ignorata o addirittura ostacolata da forze politiche che dovrebbero guardare all’indipendenza dei popoli come un valore fondamentale. In Italia, la destra parlamentare non si vergogna di dichiararsi apertamente filo‑USA, sposando le narrazioni più aggressive e il pregiudizio secondo cui il governo Maduro sarebbe un covo di “narco‑terroristi”.
Nonostante non ci siano prove concrete di un “Cartel de los Soles” di cui Maduro sia capo — e mentre gli Stati Uniti continuano a manipolare narrative a favore delle loro compagnie petrolifere — quelle stesse forze politiche sostengono senza esitazione l’idea che l’intervento statunitense sia giustificato da un presunto vuoto di legittimità.
Il quadro è ancor più desolante guardando alle posizioni espresse dai giornali e dalle forze politiche dominanti: il presidente del Consiglio e i suoi media giustificano una narrativa di incompatibilità tra “sinistra” e diritti civili, squalificando chi denuncia l’ipocrisia delle politiche imperialiste; ripetono slogan su salari irrisori in Venezuela e presentano esuli venezuelani che dissentono da Maduro come strumenti mediatici, ideali per video “acchiappa‑click” volti a rafforzare le tesi trumpiane di controllo sul petrolio.
Questo clima alimenta un fraintendimento profondo di cosa significhi autodeterminazione dei popoli e solidarietà internazionale, consegnando la politica estera italiana nelle mani di chi pensa di “schierarsi” a favore del dominio economico globale piuttosto che della pace.
E mentre in Italia anche la sinistra parlamentare sembra balbettare, denunciando l’attacco degli Stati Uniti ma con difficoltà a collocarlo nella sua lunga storia di imperialismo nel continente americano, non manca chi arriva a criticare la resistenza venezuelana come se fosse compatibile con un’autocrazia da condannare, perdendo di vista che la sovranità di una nazione è un principio che va ben oltre la caricatura politica.
Tali posizioni finiscono per legittimare, se non supportare, un disegno egemonico che mira a ridisegnare l’America Latina secondo i propri interessi energetici e geostrategici.
Sconcerta anche la posizione del Vaticano che dinanzi all’inarrestabile ondata di violenza geopolitica e all’aggressione diretta al Venezuela, per bocca del cardinale Pietro Parolin sceglie la strada di una diplomazia silente, dell’equilibrismo esasperato, evitando accuratamente di chiamare le cose con il loro nome.
Ciò che colpisce è il tono sommesso, la mancanza di una condanna esplicita e chiara alle azioni statunitensi: nemmeno di fronte a un intervento che rappresenta con evidenza una violazione del diritto internazionale, la diplomazia vaticana ha alzato la voce con risolutezza.
È un silenzio che stride con la reiterata richiesta della pace e della giustizia internazionale lanciata fin dal giorno della sua elezione, l’8 maggio scorso, da Papa Leone XIV, e che in contrasto con la linea di Papa Francesco, pesa come un macigno mentre interi popoli continuano a pagare il prezzo di scelte geopolitiche violente e punitive, con la sovranità nazionale calpestata e le aspirazioni di autodeterminazione negate
In definitiva, la rinnovata alleanza tra Cuba e la Russia, i segnali multilaterali dei BRICS e la ferma resistenza del Venezuela davanti alle aggressioni ibride e alle pressioni economiche rappresentano un banco di prova cruciale per il futuro della politica internazionale.
È un banco di prova della nostra capacità di essere dalla parte della giustizia, della sovranità dei popoli e del diritto internazionale. Il che significa in realtà non essere succubi delle logiche di potenza e di sfruttamento. In questo crogiolo di tensioni, più che mai, la voce della solidarietà internazionale deve farsi sentire con forza, perché la difesa delle nazioni libere dal giogo imperialista è la vera frontiera di una politica degna di questo nome.
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