Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate nelle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka ed una nei dontorni di Kobane/Ain al Arab.
L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene messo, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.
Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate delle fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.
I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.
Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’”alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.
Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.
Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X: ”Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare…
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno….
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco…
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.
Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: ”Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.
La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e l’identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.
Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta e delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.
In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.
Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.
Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.
I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.
Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.
E’ fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.
In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.
Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.
“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.
In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.
Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.
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