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Perché il Minnesota è diventato il laboratorio del metodo trumpiano di governo

L’amministrazione Trump inciampa sull’azione dell’ICE, che doveva essere lo strumento attraverso cui soddisfare il proprio elettorato sul tema razziale… e i propri finanziatori miliardari, affinché la crisi egemonica statunitense fosse gestita, sul piano interno, facendo ricadere la rabbia sociale contro gli ultimi e i più ricattabili.

Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.

Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.

Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city“, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali“, come ha detto Walz.

È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause“, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.

Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.

In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di c’era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.

Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.

Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE…

È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale“. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.

L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (e basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.

In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.

A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.

Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.

Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.

È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.

Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo,  facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il pattern dell'”immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.

In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.

Un target – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.

E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.

Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.

Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.

Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i fondamentali riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.

La risposta, Trump, ce l’ha già pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.

Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.

È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.

Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.

Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.

Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.

Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione di questa assertività – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.

Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte innanzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di vincerle anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).

Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole… ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo“.

Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.

Un ultimo appunto. L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.

Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.

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