Questo articolo è una risposta a quelli che purtroppo esistono e mi hanno detto che sono in molti e che dicono: “eh ma ci sono 10 gradi, come fanno a morire di freddo? Eh ma non li coprono?“.
L’analisi clinica delle condizioni di sopravvivenza nella Striscia di Gaza, rilevata nel gennaio 2026, permette di isolare una fenomenologia patologica definita dai medici locali come sindrome della tenda umida. Questa definizione, coniata dal professor Abdul Raouf Al-Manama, descrive un quadro di insufficienza multi-organica e collasso termoregolatorio che colpisce i neonati esposti a variabili ambientali estreme. ( https://www.972mag.com/gaza-wet-tent-syndrome )
Il decesso per ipotermia dei neonati Shaza Abu Jarad e Aisha Ayesh Al-Agha, avvenuto rispettivamente a Gaza City e Khan Younis nel corso dell’ultimo mese, evidenzia il fallimento dei sistemi biologici di conservazione del calore in ambienti ad alta igroscopia. I neonati possiedono un rapporto superficie-massa elevato.
La loro capacità di termogenesi dipende quasi esclusivamente dal metabolismo del tessuto adiposo bruno. In condizioni di malnutrizione cronica, queste riserve lipidiche risultano esaurite. L’umidità costante delle tende agisce come un conduttore termico potente. Essa accelera la perdita di calore per evaporazione e conduzione.
La letteratura medica recente conferma che l’esposizione prolungata a ambienti saturi d’acqua riduce drasticamente l’efficacia isolante di qualunque materiale tessile. Il dottor Al-Manama chiarisce questo nesso in un intervento pubblico del gennaio 2026:
«La sindrome della tenda umida rappresenta una condizione causata da circostanze di vita durissime. Il freddo estremo si somma all’umidità e alla ventilazione insufficiente. Questi elementi caratterizzano l’esistenza all’interno delle strutture provvisorie» (Al-Manama, Abdul Raouf, Intervista sulla crisi sanitaria a Gaza, gennaio 2026).
L’ambiente ristretto della tenda favorisce la proliferazione di microrganismi opportunisti. La mancanza di ricambio d’aria trasforma questi spazi in camere di incubazione per funghi e batteri. Si osserva un incremento esponenziale di infezioni cutanee come l’impetigine.
La presenza di muffa nera, sovrapponibile ai ceppi di Stachybotrys chartarum, agisce come un irritante polmonare severo. Questo quadro clinico richiama il caso di Awaab Ishak, deceduto a Manchester nel 2020 per insufficienza respiratoria causata da muffe domestiche.
Nel contesto di Gaza, la saturazione delle vie aeree da parte di spore fungine precede spesso l’insorgenza di polmoniti batteriche. La carenza di presidi medici fondamentali aggrava la prognosi. Il dottor Ahmed Al-Farra ha segnalato l’assenza totale di inalatori di Ventolin nelle farmacie ospedaliere del sud della Striscia. La disponibilità di distanziatori per l’erogazione di farmaci bronchiali risulta inutile senza il principio attivo.
La diffusione dell’influenza di tipo A nel distretto di Khan Younis ha mostrato una virulenza paragonabile alla pandemia di influenza suina del 2009. Il collasso delle infrastrutture igieniche impedisce il lavaggio delle mani e la detersione degli indumenti.
Queste mancanze rendono la guarigione un obiettivo statisticamente improbabile per i soggetti fragili. Il governo israeliano classifica i materiali da costruzione e le case mobili come articoli a duplice uso. Questa restrizione impedisce la sostituzione delle tende con strutture isolate.
Il rapporto di Save The Children del gennaio 2026 indica che ventiquattro neonati sono morti per cause riconducibili al freddo dall’inizio delle ostilità. Le autorità israeliane dichiarano di aver permesso l’ingresso di circa 380.000 materiali per il riparo.
Le agenzie umanitarie contestano questi dati. Esse rilevano che solo 90.000 tende complete sono effettivamente giunte a destinazione. La discrepanza tra le forniture dichiarate e le necessità reali crea una massa di circa un milione e mezzo di sfollati privi di protezione termica adeguata.
«Le condizioni abitative inadeguate influenzano la salute della pelle. Esse danneggiano gli occhi e compromettono l’integrità psichica delle persone» (Ministero della Salute del Regno Unito, Linee guida aggiornate sull’impatto dei contesti abitativi, agosto 2024, p. 12).
(Parentesi tecnica microbiologica)
«La proteina disaccoppiante (UCP1) risiede nella membrana mitocondriale interna. Essa consente ai protoni di rientrare nella matrice mitocondriale bypassando il complesso dell’ATP sintasi. L’energia derivante dal gradiente elettrochimico viene dissipata sotto forma di calore invece di essere convertita in legami chimici» (Cannon e Nedergaard, Brown Adipose Tissue: Function and Physiological Significance, Physiological Reviews, 2004, p. 29).
In uno scenario di stress calorico e malnutrizione cronica, questa sequenza biochimica incontra un limite insuperabile. La produzione di calore dipende dalla disponibilità di acidi grassi a catena lunga. Se le riserve lipidiche sono esaurite a causa di un bilancio energetico negativo persistente, la termogenina resta inattiva. La cellula non può sostenere il disaccoppiamento mitocondriale in assenza di substrato ossidativo. Il neonato perde la capacità di contrastare il gradiente termico esterno.
La persistenza dell’umidità nelle tende accelera la dispersione termica per conduzione. Questo fenomeno fisico sottrae calore alla superficie corporea più velocemente di quanto il metabolismo basale depauperato possa produrne. Quando la temperatura corporea scende sotto la soglia critica dei trentacinque gradi centigradi, le reazioni enzimatiche rallentano drasticamente. Si instaura un circolo vizioso in cui l’ipossia tissutale aggrava l’acidosi metabolica.
Il collasso metabolico si manifesta con una letargia profonda e una riduzione della risposta motoria. La materia biologica smette di produrre l’energia necessaria al mantenimento delle funzioni vitali. In assenza di fonti di calore esterne o di integrazione calorica immediata, l’ipotermia evolve verso la bradicardia e l’arresto respiratorio.
Questa è la realtà molecolare che si cela dietro i casi clinici osservati nei campi profughi. Ogni decesso neonatale rappresenta il punto di rottura di un equilibrio biochimico che la privazione alimentare e l’esposizione ambientale rendono impossibile da preservare.)
* da Facebook
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