L’apertura del valico di Rafah domenica non è stata un evento umanitario passeggero nel contesto della guerra, ma piuttosto un momento cruciale in una battaglia ben più profonda dei semplici aiuti umanitari e del passaggio temporaneo.
Non è un segreto che Israele inizialmente volesse che il valico fosse aperto solo per le uscite, ma è stato costretto ad accettare l’apertura in entrambe le direzioni.
Pertanto, la disputa in corso sul numero di palestinesi in entrata e in uscita non è un mero dettaglio amministrativo, ma la cruda espressione di una lotta strategica su destino, geografia e identità.
Israele sta spingendo per aumentare il numero di coloro che lasciano il valico; ne consentirà la partenza a mezzo milione. Nel frattempo, l’Egitto insiste su un numero uguale di persone in entrata e in uscita, non solo per mantenere un superficiale equilibrio umanitario, ma anche per paura che il suo territorio si trasformi da corridoio temporaneo in un insediamento permanente per i nuovi sfollati.
L’esperienza storica nella regione ha insegnato al Cairo che ciò che inizia sotto le mentite spoglie di aiuti umanitari può diventare una realtà politica permanente, e che il “passaggio temporaneo” può trasformarsi in un insediamento permanente senza ritorno.
Questa preoccupazione egiziana non è infondata. Un ampio dibattito politico israeliano, sostenuto da ministri attuali ed ex ministri e fortemente sostenuto dall’opinione pubblica israeliana, non ha mai nascosto il fatto che l’apertura di Rafah potrebbe essere la porta d’accesso a esodi di massa. In effetti, l’idea di espellere centinaia di migliaia di palestinesi è stata ripetutamente sollevata, sotto vari nomi: evacuazione umanitaria, reinsediamento, zone sicure o migrazione volontaria. Ma la sua essenza rimane la stessa: ridurre la presenza palestinese sul territorio.
Al centro di questo scenario c’è la posizione di Benjamin Netanyahu, che rifiuta qualsiasi ricostruzione di Gaza prima del disarmo di Hamas. Apparentemente, questa condizione sembra essere legata alla sicurezza. Ma in realtà, mantenere Gaza devastata, le sue infrastrutture distrutte, la sua economia esaurita e la sua speranza soffocata è una scommessa.
Una Striscia senza prospettive di vita si trasforma automaticamente in un ambiente che respinge sia la vita che i suoi abitanti, dove la partenza diventa una scelta forzata, non volontaria, e in ogni caso rimane un crimine di guerra, pienamente conforme al diritto internazionale, perché è il risultato di un atto di guerra.
Persino progetti commercializzati con nomi scintillanti, come la “Città Verde” di Rafah, portano con sé un pericoloso paradosso: la ristrutturazione cosmetica di un piano duro. Dal punto di vista della pianificazione israeliana, l’idea non è tanto la ricostruzione di Gaza quanto la sua ingegneria demografica: svuotare vaste aree della Striscia e confinare la popolazione in una stretta striscia vicino al valico, dove la geografia si interseca con il concetto di sfollamento.
Assomiglia a un campo di concentramento civilizzato, con una facciata urbana e un linguaggio urbanistico moderno, ma con un’unica funzione politica: gestire un surplus di popolazione indesiderato.
In questo contesto, ciò che sta accadendo non può essere separato dal piano proposto dal presidente degli Stati Uniti Trump, che ha promosso la ridefinizione della mappa di Gaza e della sua popolazione con pretesti di sicurezza e umanitari, sfollando 1,8 milioni di persone.
Questo piano non è stato uno sviluppo improvviso, ma piuttosto parte di una visione israeliana più ampia e profonda che vede l’esito della guerra come un’opportunità per provocare un ampio cambiamento demografico, potenzialmente in grado di colpire centinaia di migliaia, o addirittura più di un milione, di palestinesi.
La vera minaccia esistenziale per Israele, secondo questa logica, non è l’Iran, i suoi missili o il suo programma nucleare, ma piuttosto i numeri silenziosi che si accumulano tra il fiume e il mare: circa sette milioni e mezzo di ebrei rispetto a un numero simile di palestinesi. Questo è il tema generale su cui si basano tutte le politiche, tutte le guerre e tutti i progetti di “sicurezza” e “accordi definitivi”. Tutto il resto è mero dettaglio in una battaglia per l’equilibrio tra popolazione, identità e futuro.
Rafah, quindi, non è semplicemente un valico di frontiera. È un punto di contatto tra geografia e demografia, tra guerra e memoria, tra ciò che viene detto pubblicamente e ciò che viene pianificato a porte chiuse.
Chiunque legga la scena al di fuori di questo contesto più ampio vedrà solo il movimento di un valico. Ma chiunque lo legga alla luce della lunga lotta per la terra e per le persone si renderà conto che ciò che si apre oggi potrebbe non essere solo un passaggio, ma un varco verso una nuova equazione storica, destinata a cambiare per sempre il volto della realtà palestinese. Questo, almeno, è ciò che Israele progetta e spera.
“Ciò che sta accadendo oggi al valico di Rafah è uno scontro tra la ‘sovranità geografica’, che garantisce il diritto al ritorno e al movimento, e un’estrema ‘ingegneria preventiva’ che cerca di soffocare questo diritto attraverso la tecnologia.
Il passaggio di 5 persone in 12 ore è un campanello d’allarme tecnico che richiede una revisione del protocollo operativo internazionale per garantire la dignità del viaggiatore palestinese e impedire lo sfollamento forzato sotto le mentite spoglie di ‘ispezione tecnica’.”
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