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Trionfo di Takaichi in Giappone. Strada spianata al riarmo del Sol Levante

La scommessa lanciata da Sanae Takaichi, da ottobre nominata prima presidente del Partito Liberale Democratico (PLD) e poi prima ministra del Giappone, è riuscita. Le elezioni anticipate chiamate per rafforzare la sua risicata maggioranza le hanno consegnato non solo la maggioranza assoluta della camera bassa del Sol Levante, ma i due terzi necessari per avviare modifiche costituzionali.

Con i dati in sostanza definitivi risulta che il PLD abbia conquistato 316 seggi dei 465 disponibili. Stando a quel che scrive Ultimora.net, sembra addirittura che 14 che dovevano andare al PLD “sono andati all’opposizione perché tutti i candidati nelle liste risultavano già eletti“.

L’affluenza ha raggiunto il 56%, tipica delle “democrazie” in uno stato di assoluto scollamento tra la classe dirigente e gli interessi della maggioranza della popolazione. L’opposizione può dare ancora battaglia nella Camera Alta, dove il PLD dovrà contrattare ogni voto, ma il passaggio del numero di seggi dell’alleanza centrista nata per contrastare Takaichi da 167 a 49 rappresenta un terremoto politico che non può non avere ripercussioni sull’intero corpo dei partiti coinvolti.

Takaichi ha escluso per ora un rimpasto di governo, anche se è evidente che gli equilibri interni della maggioranza si spostano nettamente a favore del suo partito. L’Ishin, altro partito della destra che fino a ora aveva garantito i voti necessari a governare, vedi il numero di seggi più o meno invariato. Cresce nettamente il Sanseito, partito di estrema destra che passa da 3 a 15 seggi.

Del resto, la stessa Takaichi ha usato una retorica, nella breve campagna elettorale, fortemente nazionalista, di attacco agli stranieri, e con il voto ha cercato un mandato più netto rispetto alle sue politiche economiche e quell riguardanti il riarmo giapponese. La prima ministra ha promesso di affrontare il nodo dell’inflazione e dell’aumento del debito, e allo stesso tempo ha affermato la propria adesione a politiche conservatrici in economia.

Ma la contraddizione che forse più delle altre mette in allarme i mercati è la promessa fatta a Donald Trump di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL. La maggioranza appena conquistata potrebbe consentire anche la revisione costituzionale dell’articolo 9, che in teoria proibisce a Tokyo di avere delle forze armate. Il Sol Levante dispone infatti solo di “Forze di Autodifesa” (Jieitai).

Nei fatti, i paletti costituzionali sono già stati superati da tempo, e basta pensare a come vengono liberamente interpretati nell’adesione del Giappone al QUAD, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza con USA, India e Australia. Ad ogni modo, una campagna di revisione della Costituzione sarebbe perfettamente in linea con la postura aggressiva tenuta nei confronti della Cina, in associazione con Taiwan.

Sul terreno della modifica della Costituzione potrebbe essere avanzata anche la revisione da tempo propugnata dei documenti strategici e del tipo di alleanze (anche economiche) lungo la First Island Chain, la linea di isole che rappresenta la prima linea di contenimento del Dragone secondo la strategia statunitense.

Ciò significherebbe, anche per il Giappone, la possibilità di rendere l’economia di guerra un volano economico, almeno nella propaganda governativa. Una politica di minaccia che porterebbe ad alzare la tensione lungo le coste asiatiche del Pacifico, ma che si adatta bene alla deriva bellicista dell’imperialismo occidentale e alla nuova postura trumpiana.

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