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L’Occidente sta perdendo la lotta di classe

Iniziò tutto nel 1973, quando Agnelli disse: “Profitti zero”. La lotta di classe operaia era incontrollabile, l’onda lunga dell’”autunno caldo” ancora viva.

La Trilaterale passò all’offensiva, iniziando dal Cile. L’asset inflation prendeva piede contro il profitto industriale perduto. Le delocalizzazione facevano il resto.

Con il Piano Werner prima, e poi Thatcher e Reagan poi, la lotta ai salariati raggiunse il suo apice. Lotta contro il salario diretto e il salario globale di classe, smantellamento del Welfare, criminalizzazione del dissenso, carcere, eroina e torture per chi non si adeguava.

Negli anni Novanta pensavano di aver raggiunto lo scopo, con le delocalizzazioni in Cina. Pensavano: questi saranno i nostri nuovi schiavi e da noi aumenteremo la disoccupazione per colpire il salario, fino a farlo diventare da fame.

Nel 2008 il giocattolo su ruppe, ma l’Occidente continuò imperterrito nella stessa onda contro la classe lavoratrice, nel mentre la Cina passava al mercato interno e al plusvalore relativo con la Legge sul Lavoro.

Obiettivo cinese: raggiungere target di produttività totale dei fattori produttivi vicini o eguali all’Occidente, con fortissime spese per istruzione e ricerca, oltre che investimenti infrastrutturali (le marxiane “condizioni generale della produzione”).

La pandemia ha fatto il resto, l’Occidente si ritrova senza componenti fondamentali della produzione.

Ieri la Cina ha pubblicato un Libro Bianco in base al quale limiterà le esportazioni di diversi beni industriali, per soddisfare l’enorme mercato interno.

Mercato interno invece distrutto in 50 anni in Occidente, che ora si trova, specie in Europa, senza salari, senza beni industriali, senza mercato interno.

La lotta alla classe lavoratrice condotta in questi decenni mostra il suo lato paradossale: il capitale ha distrutto la sua base, appunto il salario, e non gli rimane che asset inflation.

Carta, e non altro.

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A conferma della opposta dinamica esistente tra decisione politica e “attività di impresa” – in Cina e nell’Occidente neoliberista – due notizie di questi giorni possono aiutare a comprendere meglio.

A) I “mercati finanziari” internazionali da diversi mesi sono in attesa del fallimento di Evergrande, la seconda azienda di sviluppo immobiliare in Cina. La speranza esplicita è che questo possibile default rappresenti la “Lehmann cinese”, un colpo equivalente a quello del 2008 sull’’economia mondiale, ma concentrato soprattutto nel sistema di Pechino.

Grande sorpresa ha perciò registrato l’annuncio della società “moribonda” di aver riattivato il 92% dei propri progetti (all’inizio di settembre, momento più acuto della sua crisi, si era fermato il 50% dei cantieri).

Il ministro per la Casa e lo Sviluppo urbano-rurale, Wang Menghui, ha confermato l’impegno di Pechino “per una stabilizzazione dei prezzi e del mercato. Il tutto, però, senza utilizzare la politica abitativa come strumento di stimolo a breve termine.”

Il contrario di quanto avviene dalle nostre parti, detto in altri termini. Un giornale economico italiano sintetizza così la differenza: “niente superbonus, da quelle parti”.

B) Molto più importante è la decisione del governo di riunificare tre delle più importanti aziende del comparto delle terre rare del Paese, creando di fatto una powerhouse statale del settore che si tramuterà nel principale produttore al mondo di risorse strategiche.

China Minmetals Rare Earth Co. si è unita a Chinalco Rare Earth and Metals Co. e Ganzhou Rare Earth Group, assumendo la nuova denominazione di China Rare Earth Group e dando vita a un conglomerato in grado di controllare il 70% dell’intera produzione cinese di terre rare. Si tratta dei 17 minerali decisivi per la cosiddetta industria 2.0, fondamentali per gli ambiti produttivi più diversi, dai prodotti di elettronica alle auto elettriche fino alle turbine eoliche.

L’obiettivo del governo cinese è consolidare un’industria di punta, ma soprattutto impedire gli scostamenti furiosi dei prezzi dovuti alle “oscillazioni del mercato”, altamente speculative oppure dovute a improvvisi aumenti della domanda.

Uno dei dirigenti neo nuovo gigante delle terre rare è stato ancora più esplicito: “Non possiamo lasciare che le forze di mercato determinino quanto dovrebbero costare le terre rare, questo alla luce della loro importanza strategica. Dobbiamo mantenere le valutazioni stabili, cosi che gli utilizzatori finali possano controllare i costi e muoversi lungo la catena di valore”.

Sintetizzando: un possibile elemento di crisi (Evergrande) viene per il momento neutralizzato senza che lo Stato debba farsi carico dei debiti di una società privata e senza neanche “distorcere” la politica economica seguita dal governo. E un comparto strategico di prima grandezza, centrale per le nuove tecnologie, viene di fatto nazionalizzato sottraendolo alle dinamiche speculative “dei mercati”.

E’ la differenza tra una linea di sviluppo decisa politicamente, che obbliga le imprese private a rispettare determinati obiettivi e standard, e un regime in cui prevale l’interesse individuale delle imprese private, cui gli Stati – come qui da noi – debbono fare i ponti d’oro altrimenti se ne vanno da un’altra parte.

Ed è anche, non per caso, la differenza tra prevalenza dell’economia reale e dominio della finanza…

Redazione Contropiano

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