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Il Congresso USA discute se rivedere gli impegni presi con l’Aukus

Che gli USA avessero dubbi sull’utilità dell’Aukus, l’alleanza militare tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per il controllo dell’Indo-Pacifico, era stato fatto sapere sin dai primi mesi della seconda amministrazione Trump. Il Congresso statunitense ha ora messo nero su bianco quello che era stato paventato: l’Australia potrebbe non ricevere mai i sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN) di classe Virginia promessi.

Il cosiddetto Pilastro 1 dell’accordo, siglato in pompa magna nel 2021, non era solo una vendita di armamenti, ma un paradigma di gestione geopolitica. Prevedeva il dispiegamento a rotazione di sottomarini USA e britannici in Australia, oltre alla vendita prima di 3 e poi 5 sottomarini classe Virginia a Canberra. A ciò si sarebbe aggiunta, in prospettiva, la costruzione di una nuova classe di battelli britannico-australiani.

Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di facciata fornite dall’amministrazione Trump alla fine del 2025, il dossier arrivato sui banchi del Congresso a fine gennaio racconta una storia diversa. La parola d’ordine è una sola, anche in questo caso: America First. Il nodo è, infatti, se in futuro i cantieri navali stelle-e-strisce riusciranno a garantire due SSN Virginia ogni anno alla flotta statunitense o meno.

La cantieristica statunitense sta attraversando una crisi cronica: mancanza di manodopera specializzata, costi fuori controllo e una flotta che invecchia più velocemente di quanto venga rinnovata. Se paragonata con le capacità di quella cinese (e non lo facciamo noi, lo fanno gli stessi documenti statunitensi) rischia di far perdere la supremazia nel Pacifico a Washington.

Stando al testo giunto al Congresso, il numero di SSN operativi raggiungerà il minimo storico di 47 sottomarini nel 2030, per poi tornare a salire fino a 64 o 66 unità entro il 2054. Queste stime non tengono conto della vendita di battelli all’Australia, come a dire che questa transazione non avverrà. Il documento accenna invece a un’alternativa di divisione dei compiti (e maggiore impegno australiano per la propria difesa).

Invece di vendere i sottomarini, il Congresso ragiona sulla possibilità di manterrebbe la proprietà e la gestione degli SSN, che sarebbero chiamati a svolgere missioni sia statunitensi sia australiane, mentre Canberra si occuperebbe di ampliare le capacità militari, navali e non, così da rafforzare la proiezione nel Pacifico (in parte, era già stata trovata un’intesa in questo senso a ottobre).

Rimane ancora come decisione da prendere quella della condivisione delle tecnologie necessarie a produrre gli SSN britannico-australiani che avrebbero poi dovuto subentrare ai mezzi statunitensi. Un’opzione potrebbe essere quella di continuare a garantire lo svolgimento di missioni per conto di Canberra da parte di mezzi che rimangono in saldo possesso di Washington. E in quest’ultimo caso la flotta di SSN Virginia verrebbe aumentata di ulteriori 8 sottomarini.

Al di là delle questioni tecniche, appare chiaro che questa rimodulazione dell’impegno nell’Aukus risponda perfettamente a quello che è stato scritto nella nuova National Defense Strategy (NDS). Gli “alleati” saranno chiamati a pagarsi da sé la loro difesa, e in questo caso risulta addirittura evidente come gli Stati Uniti stiano premendo sull’Australia affinché faccia gli investimenti necessari a garantire la proiezione del Pentagono nel Pacifico.

Tale proiezione, inoltre, non è più indirizzata alla difesa dei partner, ma a un complessivo mantenimento della supremazia bellica sui vari scenari, così da essere sicuri di garantirsi “una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare“, come si legge nel NDS. Insomma, una pace che cristallizzi un dominio imperialistico.

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha inoltre affermato di voler riportare il porto di Darwin, importante accesso al Pacifico, sotto il controllo del suo paese, dopo che è stato affidato in gestione per 99 anni a una compagnia controllata da un gruppo cinese. Il tema è stato presentato come appartenente alla sfera della sicurezza nazionale.

Ma rimane il fatto che l’attenzione statunitense si sposta, più che su singoli dossier, sulle capacità schierate lungo la First Island Chain, che va dalle coste giapponesi a quelle della Malesia. A fare le spese di questo nuovo atteggiamento strategico c’è anche Taiwan, nessuno escluso. L’Aukus, da alleanza per attori coinvolti nell’Indo-Pacifico, si trasforma in piattaforma delle scelte statunitensi. Canberra (ma anche Londra) non possono farci molto al riguardo.

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