Sono riprese alla spicciolata le proteste contro la Repubblica Islamica in alcune delle maggiori università iraniane, mentre il paese attraversa un momento di forte tensione a causa delle minacce americane. Diversi video sono emersi di studenti che urlano slogan antigovernativi, scontrandosi, a volte, con loro colleghi filogovernativi.
Le autorità hanno risposto che gli studenti universitari hanno il diritto di protestare, ma tutti devono “comprendere quali sono le linee rosse”. Alcuni studenti imprigionati il mese scorso, inoltre, sono stati rilasciati.
Intanto, vari segmenti dell’opposizione lavorano per posizionarsi politicamente in vista di un possibile attacco USA, spesso accreditandosi come possibile carta interna da poter essere spesa contro la Repubblica islamica. Anche se la loro reale internità alla società iraniana è discutibile.
È il caso del mediaticamente onnipresente Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo monarca iraniano, cui è stata concessa la platea della conferenza sulla sicurezza di Monaco per chiedere l’intervento militare diretto degli USA: ”Al Presidente Trump… il popolo iraniano ti ha sentito dire che l’aiuto è in arrivo e ha fiducia in te. Aiutali”.
Poi ha millantato: ”Milioni di iraniani hanno gridato il mio nome e chiesto il mio ritorno. Questo mi rende umile e mi dà allo stesso tempo la grande responsabilità di rispondere al loro appello e di essere il leader di questa transizione, come hanno chiesto… una volta approvata la costituzione e quando la nazione avrà votato per adottarla tramite referendum, avremo l’elezione del primo nuovo parlamento e del primo nuovo governo di quella futura democrazia”.
Questa sfacciata autoproclamazione come capo della transizione, fra l’altro, ha provocato un battibecco con un giornalista della BBC di origine iraniana che gli stava facendo le domande, Kasra Naji, il quale gli ha rinfacciato di non rappresentare affatto il vasto spettro politico dell’opposizione alla Repubblica Islamica e di cercare esclusivamente l’endorsement occidentale.
Comunque, il progetto incarnato da Reza Phalavi, che in politica estera è marcatamente filoamericano e anche filosionista, in politica interna è fortemente incentrato sull’identità persiana e viene, perciò, contrastato dalle minoranze.
Fra di esse, il 22 febbraio, cinque gruppi armati curdi hanno annunciato la formazione di una coalizione politico – militare per rovesciare la Repubblica Islamica: si tratta del Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK), il Partito democratico del Kurdistan iraniano (KDPI), il Partito Komala del Kurdistan, l’Organizzazione per la lotta del Kurdistan iraniano (Khabat) ed il Partito per la libertà del Kurdistan (PAK).
Sono gruppi che hanno base prevalentemente nelle montagne della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, a cavallo dei confini fra i due paesi, con un’operatività molto limitata nei tempi ordinari, ma che spesso si riattivano fortemente durante le ondate di protesta. In particolare, il PJAK, che è l’ala iraniana del PKK, è stato egemonico durante le proteste denominate “donna, vita e libertà” del 2022.
Le miliziane del PJAK, nei giorni scorsi, sono state raggiunte ,presso i loro rifugi montuosi, da giornalisti israeliani, ai quali hanno confermato la loro disponibilità a cooperare:” Un Iran libero potrebbe nascere dalla cooperazione tra iraniani e Israele.. Quando verrà il momento, attaccheremo le basi e i centri del regime. Arriveremo persino a Teheran”.
Tutto ciò ha provocato la reazione del Governo Regionale Curdo dell’Iraq, il quale ha dovuto specificare che “La regione del Kurdistan non consentirà a nessuno di utilizzare il proprio territorio contro alcun paese vicino”.
L’obiettivo di questi gruppi è, ovviamente, creare un’altra autonoma o semiautonoma sul modello dello stesso Governo Regionale Curdo o della molto ridimensionata Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria.
Un’attivazione in tal senso – che potrebbe avvenire solo tramite una campagna coordinata di bombardamenti massicci e mirati da parte di USA e Israele nelle regioni interessate – troverebbe quasi sicuramente un ostacolo esterno: provocherebbe, infatti, la reazione militare della Turchia, determinata a prevenire il ripetersi uno scenario simile a quello siriano, e creerebbe problemi anche alle ali del movimento curdo che stanno cercando una pacificazione con Ankara. Già durante le proteste di gennaio, scambi di intelligence fra Turchia e Iran avevano neutralizzato i movimenti dei miliziani del PJAK, che tentavano di varcare il confine iraniano.
Sono, poi, da tenere d’occhio le mosse del “Fronte Riformista dell’Iran”, organizzazione ombrello che mette assieme una serie di partiti legali nella Repubblica Islamica, i quali avevano anche contribuito all’elezione del Presidente Pezeshkian.
Da dopo la cosiddetta guerra dei 12 giorni, queste organizzazioni sono passate all’opposizione anche di Pezeshkian, radicalizzando ulteriormente le proprie posizioni in senso conciliatorio nei confronti degli USA.
Chiedono, fra l’altro, la fine unilaterale del programma nucleare – vigilato attraverso il pieno rientro degli ispettori dell’Aiea – riforme istituzionali profonde, aperture economiche, limitazione del ruolo dei Guardiani della Rivoluzione, nonché il rilascio di una serie di prigionieri politici, fra cui i leader dell’onda verde del 2009, l’ex candidato presidenziale Mir Hossein Mousavi e la moglie Zahra Rahnavard. Anche questi ultimi, dai loro arresti domiciliari, continuano a tuonare contro la repressione delle rivolte dello scorso dicembre/gennaio e a chiedere riforme costituzionali radicali.
Nelle scorse settimane sono stati arrestati e poi rilasciati su cauzione tre esponenti di spicco del “Fronte Riformista dell’Iran”, ovvero la presidente Azar Mansouri, il portavoce Javad Emam e l’ex parlamentare Ebrahim Asgharzadeh. L’accusa è connessa al loro atteggiamento nei confronti delle proteste di gennaio.
Come si vede, le posizioni di questi tre segmenti di opposizione esaminati, convergono nel voler, in forme diverse, determinare una capitolazione dell’Iran agli USA in politica estera, con l’accettazione di tutte le condizione poste nei colloqui in corso: limitazione delle capacità militari, fine del sostegno all’Asse della Resistenza, fine del programma nucleare; tuttavia, sono fra di loro inconciliabili nei progetti politici interni, a tal punto da rendere difficile ogni eventuale ipotesi di stabilizzazione del paese nel caso in cui gli USA si assumessero il rischio di portare avanti una campagna militare approfondita, volta a mettere in discussione dalle fondamenta la Repubblica Islamica.
Forse, l’opzione preferita dall’Amministrazione Trump sarebbe quella delle fazioni riformiste più radicali, perché una loro presa del potere non implicherebbe il cambio di regime completo, bensì solo una sottomissione strategica, che è, come detto, l’obiettivo perseguito dai colloqui diplomatici. Tuttavia, gli apparati militari dovrebbero essere comunque sconfitti grazie all’intervento esterno, poiché su di essi questi riformisti non hanno alcun peso apparente.
In definitiva, l’Iran è un osso duro per l’imperialismo USA ed il regime sionista anche perché non s’intravede alcun attore interno sul quale puntare, come, invece, accaduto nei casi della Siria e della Libia: Trump, con questo dispiegamento imponente nell’area, pare essersi posto in un angolo da cui è difficile uscire senza subire danni, come desidererebbe.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
Paolo DP
perche’ chiamare opposizione dei traditori che brigano per uno stato iraniano fallito?
Luigi
I curdi, sempre più utili idoti dei sionisti. Se mai riusciranno nel loro intento di contribuire a rovesciare la Repubblica islamica(non ci riusciranno), si accorgeranno poi del “trattamento” che i sionisti gli riserveranno.