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Il dilemma Usa: come metter fine alla guerra?

La guerra sta per finire, ma potrebbe diventare 20 volte più violenta“. Se uno volesse capire la direzione degli avvenimenti dando credito alle dichiarazioni di Donald Trump rischierebbe seriamente il cortocircuito cognitivo. Se poi ci aggiungiamo gli sproloqui di Netanyahu – “Con Tehran non abbiamo ancora finito” – il ricovero alla neuro è quasi assicurato.

L’unico barlume di razionalità viene a suo modo offerto dalla notizia che Putin ha parlato telefonicamente con The Donald per oltre un’ora. Anche se non si sa nulla di quel che si sono detti, il dialogo tra diecimila testate nucleari non può essere mai una chiacchierata tanto per sentire come stai di salute.

La tempistica delle notizie mette in fila il ragionamento: prima la telefonata, poi la dichiarazione sulla guerra che sta per finire, quindi il commento incazzato del genocida polacco residente a Tel Aviv (“Bibi” si chiamava Mileikovski, poi riciclato in Netanyahu).

Così diventa tutto un tantino più logico, anche se condizionato da molti “se” e da calcoli fatti senza conoscere esattamente la dimensione delle diverse variabili (armi, danni subiti, contraddizioni interne e internazionali, ecc).

La bipolarità delle chiacchiere trumpiane può avere molte spiegazioni, nessuna delle quali però di carattere psichiatrico. In fondo il presidente “Maga” deve tenere insieme l’impossibile. Il declino statunitense può infatti essere aggravato e velocizzato dalla sua stessa azione tesa ad evitarlo.

Già i dazi usati come arma avevano compromesso il normale funzionamento dei mercati. Ma il crepitio delle armi vere nel Golfo Persico – il luogo di massima concentrazione di giacimenti petroliferi e di gas, oltre che di contraddizioni millenarie – ha fatto esplodere il prezzo di tutti i tipi di energia, sottoponendolo a docce scozzesi violentissime nell’arco di una sola giornata.

In queste condizioni “fare impresa”, programmando investimenti e firmando contratti, diventa una roulette russa. Anche negli Stati Uniti, dove la benzina in questi giorni a 4,5 dollari al gallone (di fatto un euro al litro) è considerata una bestemmia, visto che è sempre costata intorno ai due.

La sola parola “fine della guerra” – senza una data e senza un obbiettivo chiaro – è bastata a risollevare le borse e far crollare il prezzo del greggio (senza però tornare alla “normalità” dei 60 dollari al barile).

Ma come si fa a finire una guerra senza dichiarare vittoria? Per l’intanto si minaccia di fare anche peggio – “venti volte peggio” – per cercare di costringere anche l’aggredito a tirare un sospiro di sollievo e accettare il prossimo stop. Prima delusione: i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno risposto “stabiliremo noi quando fermarci”, come se fossero all’offensiva anziché bombardati giorno e notte.

Hanno in realtà dalla loro diverse ragioni, molto pratiche e non “teocratiche”. In primo luogo sembra di poter dire che i loro lanci di missili e droni incontrino ora una capacità di intercettazione minore da parte sia di Israele che dalle basi militari statunitensi nei vari Paesi del Golfo.

La censura impedisce di avere i dati, ma almeno uno viene fuori dalla sanità israeliana: nella sola giornata di ieri sono stati ricoverati 191 feriti civili. Niente soldati, niente danni (vietato filmare e fotografare, in tutta Israele, per mantenere vivo il mito dell’”invulnerabilità”), ma se ci sono 200 feriti al giorno “collaterali” significa che su Israele stanno piovendo molti missili e che l’Iron Dome non copre più tanto.

Anche perché, come dimostrato da decine di foto satellitari, i missili iraniani hanno nel frattempo distrutto diversi radar statunitensi che dovevano monitorare proprio il lancio di missili verso gli obiettivi militari israelo-americani. Insomma: la difesa antimissile si ritrova con poche munizioni e mezzo “accecata”.

Sembra insomma che si stia verificando quanto avevano previsto gli analisti militari: i missili intercettori prodotti dagli Usa sono in numero limitato, ne sono stati usati quantità mostruose in Ucraina e in difesa di Israele, ora cominciano a scarseggiare nei magazzini e le industrie americane possono produrne solo pochi esemplari al mese (tenendo conto che per essere sicuri di abbattere un missile in arrivo ne servono in media tre). Come spiegava un ingegnere Usa a POLITICO, “Costruire un missile non è come assemblare una Tesla“.

Se questo calcolo è realistico, dunque, la guerra non può continuare ancora a lungo. Certo, sia Israele che gli Usa hanno il predominio aereo e proiettili da sparare ad libitum; ma non hanno abbastanza munizioni di difesa. E se sono a loro volta “raggiungibili” si creano problemi per cui non sono preparati.

Esempio: i cadaveri dei militari che rientrano negli Usa (pochi, ufficialmente, ma con un aumento degli “incidenti” e dei “malori” che consentono di conteggiare le perdite come non dovute alle azioni di guerra), l’economia israeliana  ferma per il continuo risuonare delle sirene che spinge la popolazione nei rifugi, l’insofferenza dei Paesi del Golfo per vedersi bloccati sia nella produzione di greggio che nel “turismo di lusso”, ecc.

Le dichiarazioni bipolari di Trump insomma riassumono, ognuna da sola, i riflessi di questi problemi e segnalano il tentativo di “rassicurare” soggetti e d interessi diversi. Il problema, come detto, è che nell’insieme danno il senso dello squilibrio intellettivo, non di un piano razionale.

Quanto di più pericoloso, in una guerra di queste dimensioni. Dove si sa come si entra e non si sa se e quando se ne potrà uscire dichiarandosi “vincitore”. Nel frattempo la credibilità, sia come “padrone del mondo” che come “interlocutore affidabile”, è finita in discarica.

Al punto che Putin può chiedere ironicamente ai guerrafondai europei: “vi serve del petrolio o del gas? Basta chiederlo…

In aggiornamento

Wall Street Journal: i consiglieri di Trump per una “rapida via d’uscita”

Il Wall Street Journal riporta che i consiglieri di Trump lo stanno esortando a trovare una “via d’uscita rapida” dalla guerra contro l’Iran, e la sua amministrazione afferma che è improbabile che gli americani riescano facilmente a uscire dal conflitto

Libano: tre carri armati israeliani distrutti in un’imboscata

Secondo una dichiarazione pubblicata dai media militari, la resistenza è riuscita a distruggere tre carri armati Merkava attirando le forze nemiche in imboscate ben congegnate e prendendo di mira le squadre di evacuazione con armi adeguate, il che ha portato all’incendio dei veicoli e a vittime accertate.

Contemporaneamente, alle 2:45 (ora di Beirut) di martedì, i combattenti hanno preso di mira la nuova posizione sulla collina di Tell al-Hamams, a sud di Khiam, con un bombardamento missilistico. La resistenza ha  preso di mira anche una postazione di artiglieria israeliana nei pressi del sito di al-Abbad.

Colpito poi con una raffica di razzi un raduno di soldati nemici israeliani nel sito di al-Malikiyah, di fronte alla città di confine di Aitaroun, nonché il sito di recente costruzione su Jabal al-Bat, sempre nella città di confine di Aitaroun.

Nello stesso contesto, martedì mattina alle 01:30, i combattenti della resistenza hanno preso di mira la caserma “Yiftah” con una salva di razzi. 

In un’altra dichiarazione, la resistenza ha annunciato che i suoi combattenti hanno preso di mira la base di controllo dei droni israeliana “Geva” a est della città occupata di Safed all’alba di martedì con una salva di missili, nonché, all’alba di oggi, un raduno di soldati e veicoli dell’esercito di occupazione israeliano nel sito di recente costruzione nella città di Markaba.

Gli attacchi missilistici e qualitativi hanno preso di mira anche una postazione di artiglieria nei pressi del sito di Marj, di fronte alla città di confine di Markaba, un raduno di forze dell'”esercito” israeliano sull’altura di Kahil, nella periferia orientale della città di confine di Maroun al-Ras, un raduno di soldati nemici israeliani nella zona di Khanouq, nel villaggio di Aitaroun. (fonte: Al Mayadeen)

Araqchi alla PBS: i negoziati con gli Stati Uniti non sono più all’ordine del giorno

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas ha annunciato in un’intervista alla rete americana “PBS” che i negoziati con Washington sono fuori dall’agenda dell’Iran e ha confermato che il piano iniziale americano di aggressione contro la Repubblica islamica è fallito. Ha quindi  confermato che i negoziati con gli Stati Uniti non rientrano più nell’agenda iraniana, escludendo un ritorno al dialogo con Washington nel prossimo futuro.

La questione del dialogo o dei negoziati con gli americani non tornerà più al centro della nostra agenda, perché abbiamo avuto un’esperienza molto amara nel negoziare con loro“.

Ha anche sottolineato che tutti sono in attesa dei discorsi e delle posizioni del nuovo leader della rivoluzione e della Repubblica islamica, il signor Mojtaba Khamenei, che saranno annunciati in seguito.

I nostri lanci di missili continuano e siamo pronti a proseguire gli attacchi missilistici contro di essi finché sarà necessario e ogni volta che sarà necessario“.

Sirene  a getto continuo in Israele

In Israele le sirene sono risuonate nuovamente poco tempo fa nel centro del paese, a Shephelah e nell’area di Gerusalemme, e i cittadini israeliani sono stati invitati a entrare nei rifugi.

Il Comando del Fronte Interno ha annunciato che poco tempo fa sono stati identificati lanci dall’Iran verso lo Stato di Israele. Nei prossimi minuti sono attese sirene a Gush Dan, Samaria, Shephelah e nell’area di Gerusalemme.

Il sindaco di Petah Tikva, afferma che due residenti della città sono stati uccisi ieri mattina nella città di Yehud a seguito di un attacco di un missile iraniano con una testata a grappolo.

Hezbollah lunedì ha lanciato una raffica di missili contro il centro di Israele, nel suo attacco più profondo da quando le ostilità si sono intensificate la scorsa settimana, ferendo 16 persone e danneggiando “infrastrutture”. (fonti Walla e Times of Israel)

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1 Commento


  • Mara Iapadre

    Uscirete così come un peto dalla guerra voluta senza un trattato che ne ponga fine dopo aver ucciso centinaia di bambine in Iran è a mio avviso inaccettabile.

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