Come si fa a distruggere un Paese grande come l’Europa occidentale e con 93 milioni di abitanti, industrialmente e scientificamente avanzato, peraltro sotto bombardamenti intensi da quasi 40 giorni?
La domanda è sollevata dall’ultima minaccia sparata da Donald Trump nel corso della conferenza stampa convocata per celebrare il salvataggio di entrambi i piloti a bordo di un F15 abbattuto nel sud-ovest dell’Iran – di cui si continuano a nascondere sia i nomi che i volti – nel caso Tehran non accetti le sue proposte entro stasera alle 20, ora di New York.
Le risposte possibili sono soltanto due.
a) Visto il dispositivo militare organizzato nel Golfo, che unisce le basi militari Usa lì presenti (tutte molto danneggiate e «di fatto inabitabili», secondo molti osservatori) e la flotta inviata nell’Oceano Indiano, più l’entusiastica partecipazione israeliana che concepisce lo sterminio come un «obbligo divino», l’escalation con armi convenzionali può consistere nella «riclassificazione degli obbiettivi llegittimi». Ossia nel definire «dual use», e quindi bombardabile, qualsiasi infrastruttura civile che possa essere utilizzata anche dalle forze militari.
E dunque ponti, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione dell’acqua, università (oltre 30 quelle già bombardate) e via fantasticando. Non è difficile capire che acqua, energia e cultura sono elementi di base della vita umana, che per forza di cose servono alla società e quindi anche alle sue strutture di difesa. Definirle «dual use» – per decisione unilaterale, fuori da ogni trattato internazionale e dalla Convenzione di Ginevra – è già di per sé un crimine di guerra. Un’intenzione genocida.
b) L’uso dell’arma atomica, che peraltro soltanto gli Stati Uniti hanno utilizzato (due volte, contro il Giappone nell’agosto del ‘45) e che solo un Paese non vede l’ora di sganciare sull’Iran: Israele.
Al momento, tutti i media statunitensi riferiscono che il Pentagono sta velocemente procedendo alla prima ipotesi, aggiornando così l’elenco degli obbiettivi dei prossimi attacchi.
Del resto Pete Hegseth, lo psicopatico che ha assunto il ruolo di «ministro della guerra», aveva già licenziato buona parte del personale addetto a consigliare i generali sui limiti di legalità internazionale entro cui doveva svolgersi laloro attività. Ora possono «programmare» crimini di guerra senza problemi…
Le cosiddette «trattative»
Un punto chiave da capire è che la proposta di tregua “per 45 giorni” è partita dagli Stati Uniti. E che Tehran la rigettata affermando che “serve soltanto a loro per riorganizzarsi“.
Nonostante non siano stati resi noti i dettagli del «piano in 15 punti» proposto dagli Usa, si sa che in pratica sono una richiesta di resa senza condizioni. Cui Tehran, tramite il gruppo di Paesi mediatori guidato dal Pakistan, ha già risposto con un proprio «piano in 10 punti» sostanzialmente contrapposto. Distanze così grandi non fanno vedere possibilità di accordo in tempi così brevi (le 20 di stasera).
Dunque ci si deve attendere l’avvio degli attacchi tesi a «riportare l’Iran all’età della pietra». Cui Teharan ha già dimostrato di poter rispondere facendo quasi altrettanto con i paesi del Golfo che ospitano basi Usa, oltre che ovviamente con Israele.
Del resto, per usare il linguaggio da giocatore di poker usato abitualmente da Trump, «le carte in mano» sono sempre le stesse; ai suoi bluff Tehran ha sempre risposto con un «vedo» che costringeva gli Usa a rilanciare con un bluff ancora più grande.
Anche l’«asso nascosto» che doveva essere rappresentato dal sequestro-lampo dell’uranio arricchito nei laboratori di Isfahan gli si è bruciato in mano, lasciando nel deserto i resti di aerei ed elicotteri, oltre – secondo alcune fonti locali non confermate – qualche soldato.
Gli iraniani hanno mostrato in tv il documento bruciacchiato di tale Amanda M. Ryder, maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Il Pentagono ha rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti in proposito.
Della “riapertura dello Stretto di Hormuz” quasi non si parla più, visto che in realtà è già aperto per i “paesi amici”, mentre per quelli neutrali – compresi Francia e Giappone – basta mettersi d’accordo e pagare un pedaggio di un dollaro per ogni barile di petrolio trasportato.
I possibili sviluppi
L’attuale amministrazione Usa è tatticamente imprevedibile. Si muove infatti fuori da ogni limitazione che era stata concepita per condurre anche la guerra nell’alveo delle attività «regolate». Fuori e contro ogni legislazione internazionale, vista come un ostacolo all’imposizione dei propri interessi.
Si è insomma creato uno scarto gigantesco tra ciò che una superpotenza in crisi di egemonia è «costretta a fare» sul piano strategico per cercare di arrestare il proprio declino, e il «come farlo». Ogni mossa di rilancio è una forzatura di regole ed equilibri, una violazione di «linee rosse» da cui non si può tornare indietro nemmeno volendo.
In cui anche la tattica del bluff – «o fate quel che dico o scatenerò l’inferno», in puro stile mafioso – ha un suo limite intrinseco: ripetuta troppe volte diventa un rumore di fondo cui è inutile dar credito, fino al momento in cui ci si gioca tutto per esser presi sul serio e uscire dall’impasse.
L’azzardo statunitense nell’aprire l’attacco all’Iran è ora piuttosto evidente. I calcoli erano sbagliati, la resistenza e la capacità di reazione ampiamente superiori al previsto, la solidità del rapporto tra popolazione e regime politico (al di là delle ampie e note differenze di vedute) molto superiore a quella raccontata da media compiacenti e fondamentalmente ignoranti.
Ora, per Trump e gli Usa, è arrivato il momento di scegliere tra sconfitta in qualche modo travestita da successo – sulla falsariga del «fallito furto dell’uranio» mascherato da «recupero vincente dei piloti» – ed escalation senza limiti. E senza garanzia di successo.
In fondo a questa successione di bluff ed attacchi più violenti (ossia indiscriminati) si comincia ad intravedere un fungo atomico. Di lì in poi la storia del mondo prende un’altra piega…
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