L’annuncio di un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran, non è stato un evento passeggero in una tradizionale escalation, bensì un momento intenso che ha rivelato i limiti del potere della forza e ha messo a nudo la natura degli equilibri che governeranno la regione e il mondo.
Questa tregua aprirà la strada ad un accordo più ampio che ristabilisca la stabilità nella regione, o si tratta solo di una tregua temporanea in attesa di una nuova ondata di conflitto?
Quel che è certo è che la situazione dopo un cessate il fuoco non è la stessa di prima e che il Medio Oriente si trova oggi alla soglia di un nuovo ordine regionale, le cui regole devono ancora essere definite.
Tra il fragore delle armi nelle acque del Golfo e il clamore delle dichiarazioni diplomatiche, sembra che le regole di ingaggio in Medio Oriente siano sull’orlo di una svolta storica senza precedenti.
Non si tratta più di una semplice tregua passeggera; si tratta piuttosto dell’arduo compito di raggiungere un accordo di vasta portata che porterà le due potenze, Stati Uniti e Iran, faccia a faccia al tavolo dei negoziati in Pakistan.
Le indiscrezioni trapelate sui termini di questo accordo non si limitano a indicare un cessate il fuoco, ma suggeriscono una completa ridefinizione dei concetti di influenza e sovranità nella regione, mettendo così alla prova l’egemonia unipolare e aprendo la strada a legittimi interrogativi sul prezzo di questa improvvisa ritirata americana di fronte alle rigide richieste di Teheran.
Con la mediazione del Pakistan, e la Cina dietro le quinte, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco per due settimane, a determinate condizioni, e il primo round di negoziati ufficiali tra le due parti, Stati Uniti e Iran, è iniziato venerdì in Pakistan.
Trump ha definito la proposta iraniana una “base negoziabile” e ha sospeso l’attacco per due settimane.
L’accordo prevede quanto segue:
1. La garanzia che l’Iran non verrà attaccato di nuovo.
2. La fine definitiva della guerra (non un cessate il fuoco temporaneo).
3. La cessazione degli attacchi israeliani in Libano.
4. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi contro l’Iran.
5. La fine dei combattimenti regionali contro gli alleati dell’Iran.
6. La riapertura dello Stretto di Hormuz.
7. Una tassa di 2 milioni di dollari per ogni nave che transita nello stretto. 8. La condivisione dei proventi con l’Oman.
9. L’istituzione di regole per il transito sicuro attraverso lo stretto.
10. L’utilizzo dei proventi per la ricostruzione delle infrastrutture anziché come risarcimento.
Pertanto, la situazione di instabilità rimane aperta a tutte le possibilità: o stiamo assistendo a un “accordo del secolo” che pone fine all’era dell’egemonia americana assoluta e riconosce la vittoria dell’asse della resistenza come realtà geopolitica, oppure stiamo vivendo una “pausa di riflessione” e un’astuta manovra tattica di Washington per assorbire lo slancio iraniano e riorganizzare l’agenda sionista lontano dalle pressioni del campo di battaglia.
Il successo di questo accordo dipende dalla capacità dell’amministrazione statunitense di superare il veto di Tel Aviv (veto visto subito nel bombardamento israeliano sul Libano) e dalla sua effettiva volontà di rinunciare all’eterno ruolo di “poliziotto globale” in una regione che rimane la linfa vitale energetica del mondo.
I prossimi giorni non solo riveleranno il destino dello Stretto di Hormuz, ma dichiareranno anche ufficialmente se il mondo è davvero entrato in un’era multipolare, o se la situazione si capovolgerà all’ultimo minuto, riaccendendo le tensioni nella regione.
Ci troviamo ora di fronte a uno scenario in cui è necessario “azzerare le crisi” attraverso l’esplicito riconoscimento internazionale del mutamento degli equilibri di potere.
Se queste indiscrezioni si rivelassero accurate, non si tratterebbe di una semplice tregua, bensì di una vera e propria “ristrutturazione del sistema di sicurezza regionale”.
Sulla base delle informazioni presentate, ci troviamo di fronte a un interrogativo analitico lungimirante che si addentra nelle profondità delle prossime sfide geopolitiche.
Se questo accordo rappresenta un riconoscimento da parte americana della fine dell’era dell'”unipolarità” in Medio Oriente, l’Iran si trasformerà da “stato rivoluzionario” che cerca di minare lo status quo in uno “stato dello status quo” responsabile della protezione della stabilità internazionale (in particolare nello Stretto di Hormuz)?
E in che modo questo cambiamento funzionale influenzerà il rapporto di Teheran con i suoi alleati nell'”asse della resistenza”?
Rimarranno uno strumento di pressione militare o si trasformeranno in entità politiche all’interno del quadro della nuova “legittimità internazionale” imposta da questo accordo vincolante? Perché proprio questa domanda?
Perché questa domanda anticipa tre scenari cruciali:
• La prova iraniana: l’accordo concede all’Iran i vantaggi di una “superpotenza regionale”, ma gli impone anche la responsabilità della “sicurezza energetica globale”. Riuscirà Teheran a conciliare la sua ideologia rivoluzionaria con gli obblighi derivanti dal suo ruolo di “garante” della navigazione internazionale, sancito dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
• Il destino degli alleati regionali: la fine della guerra contro le “componenti dell’Asse della Resistenza” e il ritiro delle forze statunitensi spianano la strada a queste potenze. La domanda è: questi alleati accetteranno la “distensione politica” in cambio del riconoscimento della loro esistenza, o l’assenza del nemico comune (le basi statunitensi) creerà un vuoto di sicurezza e lotte di potere interne?
• La reazione di Israele e dei Paesi del Golfo: clausole come “indennizzi” e “ritiro completo delle forze statunitensi” rappresentano un incubo per la sicurezza di Tel Aviv e di alcune capitali arabe.
La questione fondamentale è: questi attori permetteranno che l’accordo venga approvato senza “operazioni di sabotaggio” volte a trascinare la regione in un confronto su vasta scala che porterebbe alla caduta del tavolo Pakistan? Ci troviamo davvero in un momento cruciale: o si raggiunge una “stabilità interna in Medio Oriente” o è “la calma prima della tempesta”. Non ci resta che aspettare e vedere…
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