Il problema è avere a che fare con una classe dirigente che sembra uscita da un cartoon. In Italia quasi non interessa – anche se i cittadini ne pagano le conseguenze – perché il peso specifico ormai non crea più nemmeno quel «battito di farfalla» che potrebbe, con un po’ di fortuna, diventare qualcosa di più grande.
Ma se quei personaggi da fumetto si trovano al posto di comando della super-potenza dominante sono guai per tutto il mondo.
Andiamo con ordine, comunque.
L’Iran ha dichiarato meno di 24 ore fa la riapertura dello Stretto di Hormuz a tutte le navi commerciali – escluse esplicitamente quelle militari, fossero anche i dragamine degli ormai patetici «volenterosi» – per tutta la durata del cessate il fuoco di 15 giorni.
Quel deficiente di Trump, dopo aver ringraziato per questo l’Iran, ha invece deciso di mantenere il suo blocco, mirato esclusivamente sulle navi di Tehran e quelle che trasportano il greggio preso da Kharg. Una mossa più propagandistica che effettiva, visto che già ieri sono passate diverse navi in teoria «sanzionate» da Washington, mentre altre sono state costrette a tornare indietro, ma che alla Casa Bianca è sembrata utile a non fare la parte degli sconfitti su tutta la linea.
L’Iran ha preferito smontare anche questa consolazione. Dato che «gli Stati Uniti, a causa di ripetute violazioni degli impegni e di una storia di cattiva condotta, hanno continuato ad commettere atti di pirateria e rapina in mare», il portavoce del Comando centrale iraniano Khatam al-Anbia ha reso noto che «Di conseguenza, il controllo sullo Stretto di Hormuz è stato ripristinato allo stato precedente e questa via navigabile strategica è sotto la stretta gestione e il controllo delle Forze Armate».
Almeno «finché gli Stati Uniti non porranno fine alle restrizioni sulla libera circolazione delle navi dall’Iran verso le loro destinazioni e da altri paesi verso l’Iran».
Sembra probabile che da qui all’inizio dei nuovi incontri ad Islamabad ci saranno altri segnali stop and go di questo tipo, motivati ormai quasi apertamente con le esigenze politiche interne ed internazionali della Casa Bianca (vendere come una «vittoria» una tregua o una pace senza aver raggiunto nessuno dei risultati dichiarati per giustificare l’aggressione).
Da parte iraniana le contromosse sembrano motivate da un’esigenza tutta diversa: far capire agli Stati Uniti che si devono presentare al tavolo delle trattative con un atteggiamento serio, improntato alla risoluzione dei problemi (non ne mancano davvero, il contenzioso è vasto e importante), senza i consueti giochi delle tre carte con dietro motivazioni risibili.
Potremmo sorridere di questi giochetti se non ci fosse la presenza ingombrante e intralciante di uno Stato genocida e razzista come Israele, che sta vedendo sfumare – almeno per ora – il suo progetto principale (far fuori l’Iran come antagonista regionale, per poi confrontarsi con la Turchia).
Per questa banda di serial-killer organizzati come Stato ogni « inciampo » verso la distensione diventa viene visto come l’occasione per ributtarla in guerra guerreggiata. Intanto in Libano.
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Ivan
Una vergognosa retorica strumental propagandata statunitense , che comprova ulteriormente l’ iniquita’ d’ ogni trattativa diplomatica con tale amministrazione presidenziale di Washington, non avverrà nessun accordo o tregua efficace, fino all’ inevitabile caduta elettorale del pedofilo sionista Trump alle elezioni di midterm.