Il bollitore è sulla fiamma del gas e l’impressione è che possa esplodere in qualsiasi momento in modo del tutto imprevisto.
I problemi – alcuni irrisolvibili, altri solo temporanei – si vanno accumulando senza che alla Casa Bianca ci sia uno straccio di idea su come provare a impostare una soluzione.
La guerra all’Iran raggiunge oggi il 60esimo giorno e,secondo la Costituzione Usa, dovrebbe essere il Congresso a votare l’eventuale prosecuzione. Ma pur disponendo di una maggioranza repubblicana nelle due Camere, Trump non può essere certo di un voto favorevole perché parte del suo battaglione di parlamentari “Maga” è in grosse difficoltà con la base elettorale, cui era stato promesso “mai più lunghe guerre lontane” e “prima l’America”.
Mentire, nella politica imperialista, è prassi quotidiana, ma quando si avvicinano le elezioni – e ormai quelle di midterm sono distanti solo sei mesi – il rischio di pagarla cresce. Parecchi repubblicani potrebbero perdere il seggio…
Anche altri presidenti si erano trovati nelle stesse condizioni e hanno egualmente continuato la guerra, trovando qualche escamotage legale. Nessuno, però – a parte la guerra in Vietnam, che comunque aveva ottenuto il via libera dal Congresso – aveva dovuto registrare un’opposizione popolare interna così diffusa. Non fortissima sul piano delle mobilitazioni, certo, ma sufficientemente estesa da garantire una sconfitta elettorale.
L’escamotage immaginato da quell’invasato di Hegseth, “ministro della guerra” costretto a un confronto in Senato, è di dichiarare chiusa la guerra con l’Iran per poi poterla riprendere come se fosse una nuova. Una sorta di time out chiamabile a piacere.
In alternativa, considerare il time out già chiamato il 7 aprile (ultimo giorno di bombardamenti prima del cessate il fuoco) e quindi al 40esimo giorno di guerra. Ne resterebbero così venti in cui cercare di piazzare qualche colpo “risolutivo”, dichiarare la vittoria e richiamare (in parte) le truppe.
Truppe che peraltro mostrano qualche pesante segnale di stress. La mitica portaerei Ford, “la più grande del mondo”, dopo essere stata ritirata dal golfo di Oman in seguito ad un ammutinamento con tanto di sabotaggio (intasamento dei bagni, incendio della lavanderia), al punto da essere costretta a riparazioni in Croazia, dopo aver appena attraversato il Canale di Suez per rientrare in zona operativa ha nuovamente invertito la marcia per rientrare in qualche porto amico.
Ne restano comunque due, col loro codazzo di cacciatorpediniere e navi di sostegno, ma rimangono a rispettosa distanza dalle coste iraniane, guardandosi bene dall’entrare nello Stretto di Hormuz, dove droni, missili e motoscafi veloci potrebbero provocare danni seri con la tattica “a sciame”.
Nelle relazioni internazionali le cose vanno però anche peggio. La guerra ha portato al blocco dello Stretto e quindi alla riduzione della disponibilità mondiale di petrolio nell’ordine del 20%. Analoga carenza di registra per il gas (soprattutto qatariota ed iraniano), ma anche per i fertilizzanti e il cherosene per aerei (diverse raffinerie specializzate sono nel Golfo ed alcune sono state anche danneggiate), con le compagnie aeree che ormai non garantiscono voli certi a partire dalla seconda metà di questo mese. Domattina, insomma.
Le carenze energetiche riguardano un po’ meno gli Stati Uniti (su cui pesa comunque il forte aumento di prezzo dei carburanti), che hanno una produzione superiore ai consumi interni e possono persino esportare, ma in modo serio l’Europa e l’Asia, che già ora sta protestando vivacemente chiedendo all’unisono che venga tolto il blocco allo Stretto. Blocco in questo momento quasi unicamente statunitense, visto che l’Iran lascia ora passare tutte le navi meno quelle israeliane e statunitensi.
Ma questo blocco, nella cosiddetta “strategia” trumpiana è l’unica misura alternativa ai bombardamenti per “pressare” Tehran e costringerla a “dichiarare la resa” (ha detto proprio così, ieri, straparlando con la stampa). Eventualità che il resto del mondo considera piuttosto improbabile, diciamo, visto che fin qui l’Iran si è difeso piuttosto efficacemente e non mostra chiari segnali di cedimento. Anzi…
https://southernpunk.substack.com/p/no-beyond-the-clip-narcissist-king
Tra le pressioni internazionali su Washington le più importanti sono certamente quella cinese e quella russa. L’incontro con Xi Jinping a Pechino, già più volte rimandato proprio a causa della guerra e ancora formalmente fissato per il 14 e 15 maggio, sta diventando una chimera. L’80% del petrolio iraniano, infatti, è acquistato dalla Cina e per quanto ne possa arrivare via ferrovia (entrata in funzione meno di un anno fa) o facendo ricorso alle immense riserve strategiche accumulate, è chiaro che la guerra Usa dà fastidio soprattutto a Pechino.
Putin, da parte sua, ha messo sul piatto – durante una telefonata di un’ora e mezza – sia la carota che il bastone. Da un lato l’offerta di cessate in fuoco in Ucraina per il 9 maggio, festa per la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, e dall’altra uno “sconsiglio” ad immaginare “operazioni di terra” in Iran.
Il fatto che il Pentagono abbia voluto segnalare a Trump che da Mosca arriva all’Iran una lunga serie di aiuti di varia natura fa parte del pacchetto di “argomenti dissuasivi” rispetto all’ipotesi di ulteriori “attacchi intensi ma brevi” contro Tehran. Farli sarebbe certamente possibile, per gli Stati Uniti; che poumassano risultare “decisivi”, e senza risposte che prolungherebbero oltre lo sperato i combattimenti, è praticamente impossibile.
Se l’America vuole chiuderla in tempi brevi, insomma, deve chiuderla anche senza poter vantare chissà quale “vittoria”. Dev’essere per questo che proprio stanotte Trump ha cominciato a recitare questa narrazione fantasiosa. “Abbiamo già vinto ma voglio vincere con un margine più ampio“, ha detto in un’intervista alla rete conservatrice Newsmax. L'”unico modo per far finire la guerra” è che Teheran “rinunci al nucleare“.
Alla domanda della giornalista, a cui l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff avrebbe detto che gli Usa hanno offerto all’Iran di usare uranio arricchito per scopi medici, Trump ha risposto: “Beh, io non lo avrei approvato. Non darò loro niente“.
C’è una valanga di proverbi in tutte le lingue che mettono in guardia dal volere troppo, ci dev’essere una ragione…
Così va avanti dichiarando da un lato che “la tempesta è inevitabile” (ma se hai “già vinto“, a che serve?) e dall’altra calpestando ogni vecchio “alleato” (“sto valutando il ritiro delle nostre truppe da Spagna e Italia, non ci hanno aiutato per niente“, idem per la Germania).
E intanto il bollitore fischia…
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