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Ancora guerra o ritirata, sbagliando comunque

Che fare? Sicuramente l’amministrazione Usa non vede in questa domanda l’ombra del leninismo, ma altrettanto certamente ne sono in questi giorni ossessionati.

Ieri Trump ha riunito il vertice operativo per analizzare le possibili opzioni dopo la risposta iraniana al suo “memorandum”; il vicepresidente JD Vance, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di stato maggiore congiunto generale Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe e altri alti funzionari.

Pressoché inutile – come al solito – soffermarsi sulle dichiarazioni altalenanti del “Commander in chief”, capace di passare in due minuti dal definire “in coma” il cessate il fuoco, appeso “all’1% di probabilità di sopravvivere“, all’affermazione opposta per cui ci sarebbero “molte buone possibilità di far avanzare le trattative” mediate dal Pakistan.

Al solito, ci infilato dentro menzogne palesi che – se fosse un leader da prendere sul serio – farebbero deragliare qualsiasi trattativa diplomatica. Tipo che gli iraniani avevano accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, “ma poi hanno fatto i furbi e cambiato idea”.

A scanso di equivoci da Tehran, oltre a smentire seccamente, il portavoce della Commissione parlamentare, Ebrahim Rezaei, ha promesso che una delle risposte dell’Iran in caso di un altro attacco statunitense-israeliano sul suo territorio “potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%“. Ossia molto vicino al livello con cui sarebbe possibile produrre davvero una bomba atomica. Cosa che invece Trump afferma di voler assolutamente evitare…

Domani il tycoon è atteso a Pechino, la cui pressione per far finire la guerra è silenziosa ma costante. Dunque appare difficile che Trump possa presentarsi davanti a Xi Jinping cavalcando un’escalation dalle conseguenze molto pericolose. Se anche nella riunione di ieri fossero state decise nuove opzioni militari, insomma, saranno tentato successivamente al vertice in Cina.

Il blocco dello Stretto di Hormuz – praticato sia dall’Iran che dagli Usa, ovviamente con criteri selettivi opposti – sta infatti incidendo pesantemente sulle economie asiatiche, anche se proprio la Cina è al momento quella che ne risente meno, grazie a grandi riserve strategiche di petrolio e ad una produzione di elettricità sempre più affidata a risorse rinnovabili.

Ma per gli altri paesi industrializzati del continente non è così. Il Giappone, che pure resta il principale alleato Usa, ha ripreso a comprare petrolio dalla Russia, teoricamente ancora sottoposto a sanzioni.

Ancora più grave la situazione nelle forniture di fertilizzanti, un terzo dei quali prodotti proprio nel Golfo.

Un funzionario delle Nazioni Unite avverte del rischio di una “grave crisi umanitaria”. Decine di milioni di persone potrebbero infatti trovarsi preso ad affrontare la fame e la carestia se non verrà presto consentito il transito di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz.

Abbiamo a disposizione alcune settimane per prevenire quella che probabilmente si trasformerà in un’enorme crisi umanitaria“, ha dichiarato in un’intervista all’AFP Jorge Moreira da Silva, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS).

Per tutto il mondo è chiaro che la responsabilità di questa situazione è interamente sulle spalle di Usa e Israele. Prima del loro attacco all’Iran, infatti, qualsiasi nave, con a bordo qualsiasi prodotto, transitava liberamente attraverso lo Stretto. Dunque la pressione internazionale, che pure Trump afferma di non sentire, si sta facendo ora più intensa. Spingendo alla ricerca di soluzioni che possono essere anche molto diverse, ma che comunque devono essere rapide.

A suo modo – da autentico reazionario statunitense – Robert Kagan ha sintetizzato in un articolo su The Atlantic la trappola che Trump ha costruito con le proprie mani: qualsiasi cosa faccia ora con l’Iran è sbagliata.

L’esponente neocon – marito di quell’altra iena guerrafondaia di Victoria Nuland, protagonisti insieme del golpe di majdan in Ucraina, nel 2014 – è ovviamene preoccupato del futuro dell’America, e non nutre assolutamente alcuna simpatia per “la pace” o il “diritto internazionale”.

Però “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa [rispetto ad altri conflitti disastrosi per gli Usa, ndr]. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più'”aperto’ come un tempo.

Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente. 

Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America.”

E’ in parte – o allo stadio iniziale – quello che sta accadendo con l’Unione Europea, costretta suo malgrado a ripensarsi “orfana” dell’alleanza con gli Usa. E persino con i Paesi del Golfo, che hanno verificato l’inconsistenza della “protezione” statunitense. Anzi…

Certo si può tentare di aprire un’altra (breve) offensiva militare, per cercare di uscire dalla trappola senza dover fare la figura dello sconfitto, ma neanche questo cambierà l’equazione strategica al termine della partita.

Spiega Kagan: “Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Se non è scacco matto, ci va molto vicino.

In un attacco di pochi giorni, infatti, anche se insieme ad Israele riuscisse a colpire obbiettivi politicamente pesanti come alcuni dei nuovi dirigenti di Tehran, non sarebbe comunque possibile ottenere nessuno dei risultati “strategici” alla radice della guerra.

Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potenziale teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni. 

Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove.”

Detto da un sionista americano “senza se e senza ma” come Kagan, insomma, è quasi una sentenza.

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