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I maiali dell’informazione /4. Le regole dell’ambasciatore

Non intendiamo tornare sulle falsificazioni relative al bombardamento dell’ospedale Al-Ahli di Gaza, è fin troppo chiaro quel che è accaduto.

Ma dobbiamo quasi ringraziare – molto “quasi” – l’ambasciatore israeliano presso l’Ue e la Nato, Haim Regev, che nel corso di un incontro con la stampa a Bruxelles è riuscito in poche a illustrare il manuale cui si attiene la quasi totalità dei media occidentali.

Ma andiamo con ordine.

Di fronte alle “versioni contrapposte” rilasciate dai palestinesi e dagli israeliani qualche buontempone un po’ ingenuo aveva ipotizzato la possibilità di una indagine internazionale condotta da soggetti terzi e neutrali.

L’ingenuità sta nei fatti: nessun “soggetto internazionale” è stato mai riconosciuto da Israele come “terzo”. Nel mondo manicheo di chi sente “dio dalla nostra parte”, chi non è con Tel Aviv è contro Tel Aviv.

Ma anche quando mai fosse trovata questa rara avis sorgerebbero immediatamente problemi molto concreti. Per stabilire infatti la paternità costruttiva del missile caduto sull’ospedale bisognerebbe infatti condurre una classica analisi da polizia scientifica. E dunque isolare la zona, misurare il cratere e la profondità dei danni, raccogliere tutti i frammenti metallici, le tracce chimiche dell’esplosivo contenuto nella testata e così via.

Operazioni ormai impossibili, dopo i soccorsi fatti a mano, l’intervento di centinaia di persone, lo spostamento di macerie e corpi. La “scena del delitto”, in altri termini, non esiste più.

Una indagine seria sarebbe comunque possibile analizzando tracciati radar (tutti in mano israeliana o statunitense), le immagini video delle più diverse fonti, gli orari, ecc.

Ma, appunto, servirebbero tecnici non solo imparziali ma anche accettati da Israele…

Anche Hanan Ashrawi, storica leader dell’Olp ai tempi di Arafat, nel corso dell’intervista condotta da Lilli Gruber su La7, ha nominato l’ipotesi di una “indagine internazionale”, ma solo per dichiararne l’impossibilità pratica. Ed anche l’inutilità

Il dato fondamentale, ha precisato infatti, è completamente oggettivo: nessuna organizzazione palestinese dispone di razzi con la potenza distruttiva di quella che ha colpito l’ospedale.

Del resto si tratta di organizzazioni dalla vita e dalla logistica precaria, assolutamente sottodimensionata e pressoché artigianale. Al contrario uno Stato che gestisce l’esercito più potente del Medio Oriente, e persino le bombe atomiche, dispone esattamente di un gran numero di quel tipo di missili.

Un rappresentante “ideal-tipico” della disinformazione italiana – Paolo Mieli, ex direttore fra l’altro del Corriere della Sera (nel video, dal minuto 21) ha mostrato subito, indiretta, una delle tecniche più semplici in uso nelle redazioni: a) completo silenzio sul “dato oggettivo” (nessun gruppo palestinese dispone di missili di quella potenza), b) “apprezzamento” per il fatto che era stata nominata la possibilità di una “commissione internazionale”, interpretata capziosamente come una potenziale accusa ad Hamas o la Jihad o altri gruppi.

Et voilà, cancellata ogni traccia della realtà. Si ricomincia con la “narrazione ad uso del fronte interno” (noi poveri telespettatori)…

Ma dicevamo che bisogna “quasi” ringraziare l’ambasciatore israeliano Haim Regev, così come riportato dall’agenzia Ansa:

Non è il momento per un’indagine internazionale. Il responsabile è Hamas e noi abbiamo mostrato le prove per quanto possibile poiché non possiamo condividere pubblicamente tutte le informazioni: spero che vi fidiate più di noi, di un Paese democratico, che di un’organizzazione terroristica“.

Tutto chiaro?

Nel caso non lo fosse abbastanza, ve lo articoliamo noi.

A)Non è il momento per un’indagine internazionale“. Ma non solo perché in questo momento Israele sta praticando la sua vendetta. Forse all’ambasciatore, nel corso della sua formazione, non hanno spiegato che mostrare timore di un’indagine “terza” significa dichiararsi colpevoli. Come del resto aveva già fatto il portavoce social di Natanyahu (vedi di fianco). La frase successiva lo spiega comunque al meglio.

B)Il responsabile è Hamas e noi abbiamo mostrato le prove per quanto possibile poiché non possiamo condividere pubblicamente tutte le informazioni”.

Non c’è niente da indagare, insomma. Le uniche prove sono quelle indicate da Israele. E se non sono “convincenti” – limitiamoci a dire che sono ridicole, quasi un insulto per l’intelligenza – Israele “se ne frega”. Quali informazioni dare e quali secretare è una decisione inappellabile del governo Netanyahu. A Roma si usa dire “Oste, com’è il tuo vino?”, “E’ bbono…”.

C) Qualche giornalista un po’ più serio deve aver fatto notare che non è accettabile che una delle due parti in guerra pretenda di avere il monopolio della verità. E qui c’è la chiusura finale.

Spero che vi fidiate più di noi, di un Paese democratico, che di un’organizzazione terroristica“. Lo diciamo noi, e tanto vi deve bastare. Non conta cosa è vero, conta chi lo dice. Il marchese del Grillo, insomma…

Anche se – ma è inutile ricordarlo all’ambasciatore – proprio in Israele da mesi è fortemente in dubbio che il governo Netanyahu stia rispettando la democrazia all’interno (in regime peraltro di apartheid, visto che lo Stato è costituzionalmente “ebraico”, non laico).

Senza neanche dover precisare che Hamas (e quasi tutte le organizzazioni palestinesi) è qualificata come “terrorista” soltanto dai paesi dell’Occidente euro-atlantico, ma non dal resto del mondo.

Abbiamo molte volte ricordato che il termine “terrorista” non ha alcuna definizione condivisa a livello mondiale. Ogni singolo paese, o alleanza politico-militare tra paesi, stila proprie liste di persone ed organizzazioni da considerare tali. E molti “terroristi” secondo qualcuno sono perciò “combattenti della libertà” per qualcun altro.

“Democrazia” e “terrorismo”, in questa fase, sono “autocertificazioni” prive di contenuto universale.

E  giornalisti che accettano i parametri dell’ambasciatore, naturalmente, non sono esattamente un esempio da imitare…

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