Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta”trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme“.
Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.
Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.
La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.
L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.
Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.
Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, è entrato a far parte dei Brics e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.
Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati hi tech e finanziari – Musk, Tim Cook (Aplle), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.
Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti“, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).
Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente… Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’”identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.
L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.
E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.
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