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Gli Stati Uniti vogliono strangolare Cuba

Mentre Washington continua a inasprire le sanzioni contro Cuba, cresce il clima di tensione attorno alla strategia dell’amministrazione Trump in America Latina. Nelle ultime settimane il segretario di Stato americano Marco Rubio ha intensificato la pressione contro L’Avana, arrivando persino a negare pubblicamente l’esistenza di un blocco economico contro l’isola. Una posizione definita “una menzogna” dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla, che ha accusato Washington di voler soffocare economicamente il paese.

Il dibattito si è infiammato anche con la presentazione a L’Avana del libro “Rubio, un mitómano incontrolable” del giornalista cubano Hedelberto López Blanch, un volume che ricostruisce il ruolo politico di Rubio nella strategia di aggressione economica contro Cuba e i suoi rapporti con la destra cubano-americana più radicale.

Secondo l’autore e anche numerosi osservatori, Rubio rappresenta oggi la punta avanzata della linea dura americana contro i governi progressisti latinoamericani, con particolare accanimento verso Cuba, Venezuela e Nicaragua. Un approccio che, afferma a FarodiRoma Luciano Vasapollo – economista marxista, docente universitario e storico sostenitore della Rivoluzione cubana – ha ormai superato ogni limite politico e umanitario.

Professor Vasapollo, Marco Rubio continua a negare l’esistenza del blocco contro Cuba. Perché considera questa posizione così grave?

Perché siamo davanti a una gigantesca operazione di manipolazione politica e mediatica. Rubio sa perfettamente che il blocco esiste, conosce benissimo il funzionamento delle sanzioni extraterritoriali statunitensi, conosce il meccanismo finanziario che impedisce a Cuba di commerciare liberamente, di acquistare carburante, medicinali, tecnologie, pezzi di ricambio. Eppure continua a negarlo pubblicamente.

È una menzogna costruita scientificamente. Rubio cerca di restringere il concetto di blocco alla sola idea militare del blocco navale, come se l’embargo economico, finanziario ed energetico non producesse effetti devastanti sulla popolazione civile.

Ma il problema è che lui non è un semplice propagandista: è il segretario di Stato degli Stati Uniti. Ed è uno dei principali artefici dell’inasprimento delle misure contro Cuba. Lo dimostrano i fatti. Negli ultimi mesi la sua attività diplomatica internazionale è stata fortemente orientata proprio sulla questione cubana, con sempre maggiore aggressività e arroganza.

Lei sostiene che gli Stati Uniti stiano conducendo una vera guerra economica contro Cuba. In che senso?

Parliamo di una guerra economica totale. E bisogna avere il coraggio di usare le parole corrette. Io considero questo blocco un crimine contro l’umanità e una forma di genocidio economico.

Noi oggi non chiediamo agli Stati Uniti di ‘allentare’ le sanzioni, come fanno alcuni settori della sinistra liberale o della sinistra istituzionale europea. Cuba non merita neanche una sanzione, neanche una restrizione, neanche una sola misura di embargo. Noi chiediamo la fine immediata del blocco.

Perché qui non siamo davanti a normali tensioni diplomatiche. Siamo davanti a un assedio durato oltre sessantasette anni. Probabilmente il più lungo della storia contemporanea contro un intero popolo.

E attenzione: qualcuno pensa che una guerra sia solo quella fatta con bombe e carri armati. Ma una guerra economica può essere persino più devastante, perché colpisce lentamente, quotidianamente, senza immagini spettacolari ma con conseguenze enormi: ospedali senza medicinali, blackout continui, trasporti paralizzati, scarsità alimentare, impossibilità di accedere ai mercati internazionali.

Qual è oggi la situazione concreta vissuta dalla popolazione cubana?

È una situazione durissima. E noi non parliamo per sentito dire. Come Rete dei Comunisti, come scuola marxista decoloniale, come realtà di solidarietà internazionalista, siamo costantemente in contatto con compagni e ricercatori che vivono a Cuba.

Posso citarvi il caso di Mirella Madafferi, nostra collaboratrice impegnata in un dottorato su Martí e Fidel. Ci manda testimonianze continue dalla vita quotidiana sull’isola.

Parliamo di intere giornate senza energia elettrica. Quartieri senza internet. Mezzi pubblici quasi inesistenti. Persone costrette a camminare chilometri sotto temperature di quaranta gradi. Mancano alimenti essenziali, mancano farmaci, mancano materiali sanitari.

E tutto questo non nasce da una presunta incapacità del popolo cubano. Nasce da un sistema scientifico di strangolamento economico. Il blocco energetico impedisce l’arrivo del carburante, paralizza i trasporti e impedisce perfino la normale distribuzione dei beni alimentari.

Rubio e gli Stati Uniti sanno perfettamente quello che stanno facendo.

Secondo lei qual è l’obiettivo politico reale di Washington?

L’obiettivo non è più soltanto destabilizzare Cuba. Vogliono arrivare all’annientamento economico e sociale della Rivoluzione cubana.

Credo che la strategia attuale non sia quella di un’invasione militare immediata — anche se le minacce restano — ma quella di provocare un collasso interno progressivo. Vogliono creare condizioni insostenibili per poi dire al mondo che Cuba è uno Stato fallito e che la colpa sarebbe del governo di Díaz-Canel e del Partito Comunista cubano.

È un meccanismo cinico. Prima strangoli economicamente un paese per decenni, poi utilizzi le sofferenze provocate dal blocco come arma propagandistica contro quel paese stesso.

Dietro questa strategia c’è chiaramente Marco Rubio. Lui rappresenta la sintesi della destra cubano-americana più revanscista, più aggressiva, più ideologicamente ossessionata dalla distruzione della Rivoluzione cubana.

Negli ultimi mesi Rubio è stato ricevuto anche da Papa Leone XIV. Come giudica quell’incontro?

Rubio dovrebbe vergognarsi. Lo dico chiaramente. È stato ricevuto dal Papa, che continua a lanciare appelli alla pace, al dialogo, all’autodeterminazione dei popoli. Leone XIV ha chiesto esplicitamente di superare l’ostilità contro Cuba e costruire un confronto reale.

E cosa fa Rubio? Sorride, stringe la mano al Papa, esce dal Vaticano e annuncia nuove sanzioni contro Cuba. È un comportamento gravissimo sul piano morale e politico.

Se davvero si considera cristiano, dovrebbe riflettere sul fatto che le politiche che sostiene stanno producendo sofferenze enormi a milioni di persone innocenti”.

Rubio sostiene che le sanzioni colpiscano soltanto il governo cubano e non la popolazione. È credibile questa versione?

No, ed è forse la bugia più grande. Quando blocchi l’accesso al carburante, ai medicinali, ai sistemi finanziari internazionali, tu colpisci direttamente il popolo. Colpisci gli ospedali, i lavoratori, gli anziani, i bambini.

Persino Trump ha parlato apertamente di blocco energetico. Rubio invece continua a negarlo perché conosce bene l’illegittimità internazionale di queste misure.

Il punto è che gli Stati Uniti stanno usando il dominio del dollaro e il proprio potere finanziario globale per intimidire chiunque commerci con Cuba. Questa è la natura extraterritoriale dell’embargo.

Cuba però continua a resistere. Questo sorprende Washington?

Assolutamente sì. E Rubio lo lascia capire indirettamente quando si lamenta del fatto che il popolo cubano non sia ancora crollato nonostante tutte le misure adottate.

Gli Stati Uniti pensavano che Cuba sarebbe implosa rapidamente sotto il peso delle sanzioni. E invece il popolo cubano continua a resistere con una dignità straordinaria.

Ed è proprio questa resistenza che li esaspera. Perché dimostra che nonostante sessantasette anni di aggressione economica, Cuba non ha rinunciato alla propria sovranità”.

Cosa dovrebbe fare oggi la comunità internazionale?

La comunità internazionale dovrebbe smettere di trattare il blocco come una normale controversia diplomatica.

Qui siamo davanti a una violazione sistematica del diritto internazionale e dei diritti umani. Gli Stati Uniti dovrebbero essere messi sotto accusa per crimini contro il popolo cubano.

Ogni anno alle Nazioni Unite quasi tutti i paesi del mondo votano contro il blocco. Eppure Washington continua indisturbata.

Il problema è che Cuba paga il prezzo della propria indipendenza politica. Ma proprio per questo la solidarietà internazionalista oggi è fondamentale. Perché difendere Cuba significa difendere il diritto dei popoli all’autodeterminazione contro ogni logica imperiale.

Professore, lei insiste molto sul tema della solidarietà internazionale. Ma ritiene che quella attuale sia sufficiente per Cuba?

No, bisogna essere molto chiari: la solidarietà internazionale che oggi mettono in campo le forze antimperialiste, i movimenti sociali, le reti politiche come la nostra, è fondamentale dal punto di vista politico e simbolico, ma da sola non basta. Può essere una goccia in un mare se non si muovono in maniera strutturale anche alcuni Stati con capacità economiche e strategiche globali.

Noi possiamo inviare qualche tonnellata di medicinali, possiamo costruire reti di solidarietà, possiamo sostenere politicamente Cuba, ma questo non risolve il problema materiale del soffocamento economico imposto dal blocco. Qui non siamo davanti a una crisi ordinaria: siamo davanti a una pressione sistemica che colpisce energia, alimenti, trasporti, tecnologia, finanza. È un meccanismo di strangolamento.

Per questo diciamo con forza che la solidarietà deve diventare anche materiale, concreta, strutturale. Non basta la denuncia politica: serve una risposta che incida realmente sui rapporti di forza.

 In questo senso lei chiama in causa anche i BRICS, in particolare Cina e Russia. Che ruolo dovrebbero avere secondo lei?

Il punto centrale è questo: se si parla davvero di mondo multipolare, allora questo non può restare un concetto astratto o diplomatico. Il multipolarismo si dimostra nei fatti, soprattutto quando un paese del Sud globale viene sottoposto a un blocco economico di queste dimensioni.

La Cina e la Russia, ma anche il Messico, il Brasile e altri paesi emergenti, devono assumere un ruolo molto più avanzato di solidarietà attiva verso Cuba. Non parliamo di dichiarazioni, ma di interventi concreti: navi di petrolio, forniture energetiche, pannelli solari, alimenti, medicinali, sostegno logistico e finanziario continuativo.

Se i BRICS vogliono davvero essere il perno di un nuovo ordine internazionale multipolare, devono dimostrare che sono in grado di difendere il Sud globale non solo nei consessi diplomatici, ma nella realtà materiale dei rapporti economici. Cuba oggi è il punto più avanzato e più esposto di questa contraddizione.

Perché qui la situazione è chiara: siamo di fronte a un soffocamento progressivo. E quando un popolo viene messo in condizioni di non poter respirare economicamente, allora non si parla più solo di sanzioni: si parla di una forma di violenza strutturale che ha effetti equivalenti a una guerra permanente.

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