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Bolivia. La giusta ira dei miserabili della terra si fa sentire di nuovo

Ci sono migliaia e migliaia di persone che corrono per le strade di La Paz sventolando wilphala e gridando: “lascialo andare” riferendosi al presidente scagnozzo delle direttive di Donald Trump, il destrista Rodrigo Paz.

In sei mesi di cattivo governo, il popolo boliviano, che non sa cosa siano le possibilità e la menzogna “dategli tempo”, ha marciato, bloccato le strade principali e dimostrato al resto dei popoli del continente che le insurrezioni, quando c’è una causa giusta, funzionano.

È essenziale, analizzando questa rivolta boliviana contro il potere consolidato, tenere conto della lunga storia di frustrazioni, maltrattamenti, politiche sottomesse e colpi di stato scatenati da anni contro i più umili.

Vale la pena ricordare che la Bolivia è uno dei paesi latinoamericani che ancora conserva il maggior numero di sacche di schiavitù, quasi risalente al Medioevo, e che gran parte di quei luoghi che durante il governo di Evo Morales furono denunciati, appartengono principalmente a quegli uomini d’affari corrotti che sia a Santa Cruz che a Beni, o Tarija, ora sono favorevoli al “mantenimento dell’ordine democratico.”

Per la borghesia boliviana, abituata a imporre le proprie politiche di espropriazione sotto la minaccia delle armi e dell’imprigionamento di coloro che considerano “ribelli”, ciò che accade oggi nel paese li spaventa e li inquieta, poiché con le definizioni razziste che non si risparmiano nè dissimulano, pensano – e ne sono convinti, come i loro predecessori i conquistadores spagnoli – che “gli indiani” non siano degni di essere inclusi nelle “loro” società di bianchi, in questo influenzati dai croati nazisti che, alla fine della guerra, decisero di popolare alcune aree del paese e costruire feudi dove la discriminazione era comune.

Da qui questa insurrezione, nata dalla ribellione contro una legge, la legge fondiaria del 1720, che permetteva la conversione di piccole proprietà agricole in proprietà di medie dimensioni da utilizzare come garanzia per prestiti bancari. Cioè, concentrare la terra nelle mani dei soliti, che non la usano nemmeno per produrre ma per generare grandi tenute.

Questo è stato il fattore scatenante da cui sono nate le prime proteste che crescevano, nonostante il governo di Rodrigo Paz avesse deciso di abrogare la legge.

Ma immediatamente i suoi sostenitori politici e gli imprenditori non hanno nascosto il loro disappunto, e ciò che doveva essere risolto con una legislazione agraria urgente ha iniziato ad essere accantonato.

A questo si aggiunge la mancanza di carburante, che si trascina fin dai tempi dell’ex presidente e ora incarcerato, Luis Arce. Questi due elementi hanno acceso la miccia, e i contadini e gli indigeni, insieme a un appello della Centrale Operaia Boliviana (COB), hanno fatto si che iniziarono i primi blocchi e uno sciopero nazionale per un periodo indefinito.

E’ stato così che le strade importanti si sono iniziate a riempire, come di solito in questi casi, con grandi pietre, blocchi di cemento, contenitori della spazzatura e le barricate iniziarono a bruciare. Giorno e notte, con veglie ben organizzate dalle comunità, sopportando un freddo intenso, ma con il morale intatto di chi sa per cosa sta combattendo.

La mappa boliviana ha cominciato a essere tinta con i molteplici colori dei poncho maschili e delle gonne femminili, inevitabili e duri come l’acciaio al tempo della lotta.

Rodrigo Paz, come ogni borghese spaventato, non ha avuto altra idea che portare i soldati in strada e iniziare a sparare indiscriminatamente. Basta vedere i video che mostrano capitani ubriachi, in uniforme da campagna, che rimproverano una truppa piena di volti indigeni come quelli che avrebbero represso ore dopo, e dire loro che “per la patria daremo una lezione a queste persone sporche.”

Ma le minacce di stampare una “disciplina” con sangue e fuoco non sono state sufficienti, né i quattro contadini assassinati, per fermare quella che ormai è una nuova Fuenteovejuna (1)

Per ogni proiettile sparato, migliaia di pietre, molotov, bastoni e qualunque cosa fosse a portata di mano venivano restituiti a quei “guerrieri” del capitalismo. Ci sono scene epiche, in cui centinaia di “poncho rossi” sfondano la recinzione della polizia protetta da transenne, costringendo le divise a fuggire, disarmando persino diversi diversi di loro.

Poi, come accade sempre, appaiono i “vigili del fuoco” del momento, la Chiesa razzista e preconciliare, gli Ombudsman e le note ONG che sostengono che sia necessario “dialogare”, che “la violenza non porta da nessuna parte”, che “la democrazia è in pericolo”, che… Con questi discorsi occasionali, cercano, in realtà, di salvare i vestiti di un governo in difficoltà, che riceve ordini diretti dall’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz.

Ogni volta che i popoli fanno uso della logica dell’autodifesa e rispondono alla violenza di chi è sopra con risposte simili ma diseguali, c’è un coro di opportunisti e aderenti ai poteri forti, che vogliono guadagnare tempo per riarmarsi e offrire dialogo. Quando ciò non accade, e gli insorti ignorano i canti delle sirene, vengono inevitabilmente chiamati “terroristi” e procedono di conseguenza.

Da qui il mandato di arresto contro il massimo leader della COB, Mario Argollo, e altri leader operai e contadini. La motivazione del processo che li colpirà se avranno la sfortuna di essere catturati è per “istigazione pubblica a commettere un crimine e il possibile crimine di terrorismo.”

Per non parlare della persecuzione che Evo Morales subisce da anni, che non osano fermare perché sanno che ci sono migliaia di contadini disposti a difenderlo.

È così che vanno le cose in Bolivia. Con un’insurrezione in pieno svolgimento, con un finale aperto, ma con una dimostrazione indubbia che per i popoli del continente e dell’intero Terzo Mondo, “la lotta per i diritti tolti si vince combattendo.” La Bolivia, infatti, segna con le azioni coraggiose del suo popolo una strada per coloro che, governi fascisti, saccheggiatori e repressivi sopportabili, con truppe yankee che assediano o addirittura occupano i loro territori, non osano affrontarlo.

E non lo fanno perché quasi sempre c’è una leadership che stringe patti, è accomodante e facilmente acquistabile che rallenta o attuisce le ribellioni necessarie e giuste di vita.

Gran parte di questi ostacoli, intrecciati nella politica borghese delle “democrazie rigorosamente controllate dagli Stati Uniti”, esistono anche in Bolivia, ma davanti a loro c’è un popolo coraggioso che non si lascia intimidire, che sa, perché l’hanno vissuto molto di recente, con Evo al Palacio del Quemado, cosa significhi avere un governo che difende le proprie conquiste, che può fare errori, ma grazie ai suoi innumerevoli successi, c’è stata una sorta di resurrezione di coloro che per secoli sono stati condannati all’esclusione. I residenti, come i palestinesi del 7 ottobre, sono stati invitati a gridare “Basta con tanta oppressione, dannazione.”

*Direttore di Resumen Latinoamericano

(1) Fuente Ovejuna è uno straordinario romanzo dell’autore spagnolo Lope De Vega sulla rivolta di un villaggio nel medioevo contro i soprusi del signorotto locale.

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