Dopo i tagli a USAID (strumento di soft Power di Washington) e l’addio all’OMS, la strategia sulla sanità internazionale della Casa Bianca è stata rimodulata nell’America First Global Health Strategy. Fondata su rapporti bilaterali, invece che su una cornice multilaterale, è un’altra forma di “predazione” a cui molti paesi africani stanno dicendo no.
Con l’inizio del suo secondo mandato, The Donald ha promosso un approccio che, propagandisticamente, viene detto favorire una maggiore trasparenza e maggiore centralità ai governi locali. Nella realtà, è un modo per vincolare aiuti necessari a intese commerciali e minerarie che fanno gli interessi statunitensi.
Dopo una prima ondata di oltre trenta intese preliminari (di cui almeno 18 formalizzate, in genere quinquennali e di cui i testi sono per lo più segreti) il meccanismo ha però iniziato a incepparsi con vari paesi. Il segnale di rottura più forte è arrivato dal Ghana.
Nei primi mesi del 2026, l’intesa tra Accra e Washington sembrava ormai cosa fatta: un piano da 109 milioni di dollari erogati dagli USA per specifici interventi sanitari sul territorio. Tuttavia, dallo scorso febbraio, il governo del presidente John Dramani Mahama ha iniziato a frenare, sollevando forti perplessità sul testo dell’accordo.
Di fronte ai tentennamenti ghanesi, la Casa Bianca ha tentato la linea dura fissando un ultimatum per la firma definitiva. La risposta è arrivata il 24 aprile, giorno della scadenza: nessun via libera. Alla base del rifiuto c’è una formula di “estrattivismo” che è segno dei tempi: quello dei dati, in questo caso sanitari.
Il timore che sul piatto finisse l’accesso alle cartelle cliniche e ai dati sensibili dei pazienti ghanesi, creando un immenso database sanitario sotto il controllo statunitense, alla fine ha portato Accra a dire di no. Altri accordi prevedevano la condivisione delle cartelle cliniche, dei test diagnostici e di campioni di agenti patogeni a maggior rischio di contagio.
Su una sorta di sfruttamento dei paesi in via di sviluppo come serbatoi di patogeni per le grandi compagnie farmaceutiche occidentali c’è un dibattito che va avanti da almeno vent’anni. Ma mettere le mani sui dati sanitari significa anche garantirsi un vantaggio competitivo enorme rispetto ai concorrenti europei e asiatici sulle nuove frontiere delle discipline biotecnologiche.
Come evidenziato da Oladoyin Odubanjo, segretario dell’Accademia nigeriana delle scienze, “l’ingrediente fondamentale per sviluppare l’intelligenza artificiale che avrà un impatto sulla ricerca e sullo sviluppo di vaccini, trattamenti e persino armi biologiche e antidoti, sono i dati“. Ovviamente, ai paesi africani non viene offerta alcuna garanzia di accesso ai farmaci derivati da queste ricerche.
Il Ghana non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg. La trattazione bilaterale svantaggia gli stati africani di fronte al gigante americano. E alla fine le preoccupazioni sulla sovranità digitale e sulla privacy dei cittadini stanno spingendo diversi paesi del continente a rompere con Washington.
È in Kenya che è stato sollevato per primo l’allarme. L’intesa siglata con gli States prevedeva 1,6 miliardi di dollari in 5 anni in cambio dell’accesso illimitato ai dati sanitari dei cittadini. Nonostante la firma di Nairobi lo scorso anno, il ricorso di diverse associazioni di consumatori locali ha spinto la Corte Suprema keniana a sospendere temporaneamente l’efficacia dell’accordo.
A seguire il Kenya c’è stato lo Zimbabwe, che ha rispedito al mittente la proposta di collaborazione sanitaria di Washington, giudicando le condizioni inaccettabili. In particolare, è stato proprio l’uso dei dati medici come leva ad essere stato indicato come una linea rossa invalicabile.
Per ora, i funzionari della Casa Bianca gettano acqua sul fuoco e minimizzano la portata della fronda africana. Da Washington ricordano che i memoranda sottoscritti esprimono un volume complessivo di investimenti già concordati che sfiora i 12 miliardi di dollari. Ma le crepe in questo nuova forma di neocolonialismo ci sono, e con le politiche guerrafondaie degli USA potrebbero ampliarsi.
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