Ci siamo svegliati domenica con l’immagine della bandiera israeliana issata sul Castello di Beaufort, nel Libano meridionale, e la memoria palestinese è stata trasportata indietro a uno dei suoi momenti più dolorosi e al tempo stesso più orgogliosi.
Questo castello non è mai stato semplicemente un luogo geografico o un monumento storico; piuttosto, nella coscienza nazionale palestinese, soprattutto tra i membri del movimento Fatah, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza di fronte all’invasione israeliana del Libano del 1982.
A Beaufort, il Battaglione Yarmouk, insieme a combattenti palestinesi e arabi, ha scritto un capitolo eccezionale di eroismo. Lì, la battaglia non fu semplicemente uno scontro militare tra due eserciti impari in termini di numeri ed equipaggiamento, ma uno scontro tra la volontà di sopravvivere e la logica della forza, tra chi aveva una giusta causa e chi aveva la superiorità militare.
Per questo Beaufort rimane presente nella coscienza palestinese come una fortezza di combattenti della resistenza prima ancora di essere una fortezza di pietre.

A metà degli anni ’70, il Libano è stato un campo di battaglia aperto tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Dopo che le organizzazioni dell’OLP lasciarono la Giordania nel 1970 e si stabilirono in Libano, crearono una base militare e mediatica nel sud, rendendo l’Alta Galilea vulnerabile alle operazioni della resistenza armata.
In questo contesto di tensione, emersero diverse posizioni strategiche nel sud, tra cui il Castello di Beaufort (Qalaat al-Shaqif), che nel 1982 sarebbe diventato teatro di una delle battaglie più significative durante l’invasione israeliana, data la sua posizione strategica e la sua importanza nei piani militari e politici di entrambe le parti.
Il 1981 segnò l’apice della tensione e l’escalation degli eventi. Nel luglio di quell’anno, scoppiò uno scontro che durò diversi giorni, durante il quale Israele bombardò posizioni palestinesi nel sud e l’artiglieria della resistenza palestinese rispose bombardando insediamenti in Galilea, si parla di circa 30 colonie israeliani colpite per circa otto giorni. Questo scontro sembra aver rivelato i primi preparativi di Israele per espandere le proprie operazioni, e fu più simile a una prova generale per l’invasione su larga scala che seguì.
Questi scontri si conclusero quell’anno grazie alla mediazione (su richiesta israeliana) dell’inviato americano Philip Habib, che negoziò il primo accordo di tregua tra le due parti – l’OLP e Israele – stabilendo così il primo riconoscimento ufficiale dell’OLP.
Tuttavia, Tel Aviv considerò questa tregua solo come un’opportunità temporanea. L’allora ministro della difesa israeliano, Ariel Sharon, dichiarò che la presenza dell’OLP ai confini di Israele era inaccettabile e che la tregua era semplicemente una copertura per aumentare il loro armamento.
In mezzo a questi sviluppi, e all’inizio dell’operazione militare con l’invasione israeliana del Libano, la battaglia del castello di Beaufort (Qalaat al-Shaqif) assunse un significato particolare.
Secondo Mu’in al-Tahir (1), nel suo articolo “La battaglia del castello di Beaufort del 1982: due narrazioni”, la leadership israeliana considerava la conquista del castello un atto simbolico che avrebbe giustificato all’opinione pubblica nazionale l’entità dei sacrifici compiuti. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), invece, vedeva la sua difesa come una difesa della dignità palestinese e araba, temendo che una sua rapida caduta avrebbe dato l’impressione che l’invasione sarebbe proseguita senza resistenza.
“Qalaat al-Shaqif” il castello di Beaufort è uno dei più importanti castelli storici del Libano meridionale e quello maggiormente legato alla storia dei conflitti e delle guerre che la regione ha vissuto nel corso dei secoli. Sorge su un’alta collina rocciosa (700m slm) nella città di Arnoun, nel governatorato di Nabatieh, e domina il corso del fiume Litani e le pianure del Libano meridionale, il che gli conferiva un’importanza strategica e militare che lo rese un bersaglio costante per le potenze rivali dal Medioevo all’epoca moderna.
Questa posizione lo rese un obiettivo strategico israeliano fin dall’inizio della guerra civile libanese a metà degli anni ’70, motivo per cui geografi arabi e musulmani lo hanno descritto e ne hanno sottolineato l’importanza. Il suo ruolo fondamentale divenne ancora più evidente durante le Crociate, quando i crociati lo occuparono e controllarono i territori arabi circostanti, utilizzandolo per decenni come base di partenza per gli attacchi alla regione.
La posizione strategica del castello lo rese uno dei primi obiettivi delle forze israeliane all’inizio dell’invasione del Libano nel giugno del 1982, quando Tel Aviv schierò unità della Brigata Golani verso il castello di Beaufort la prima notte dell’operazione.
Il sito offriva ai combattenti della resistenza una rete di tunnel e bunker in cemento, garantendo loro flessibilità di movimento sotto i pesanti bombardamenti.
Nel suo precedente articolo, in cui confrontava le versioni israeliane e palestinesi della battaglia di Beaufort, Mu’in al-Tahir osservava che i combattenti si spostavano da una stanza all’altra attraverso stretti passaggi, sparando e poi ritirandosi al riparo: una descrizione che illustra la natura ardua della guerra di tunnel e bunker che caratterizzò la resistenza al castello.
I resoconti militari israeliani rivelano l’entità dello shock subito dalle unità durante la battaglia del castello di Beaufort nel giugno del 1982. Prima ancora che la forza di ricognizione raggiungesse la periferia del castello, fu accolta da un intenso fuoco nemico, che ferì gravemente il suo comandante, Moshe Kaplinsky, costringendo le truppe a fermarsi e a riorganizzarsi.
I reportage del giornalista israeliano Zeev Schiff descrivono come il comando sul campo ricevette successive segnalazioni di comandanti di battaglione e di compagnia feriti.
Il comandante del Battaglione Orientale fu gravemente ferito, mentre il suo aiutante fu ucciso. Ben presto divenne chiaro che anche due comandanti di compagnia erano stati feriti, prima che giungesse la notizia più devastante: Kaplinsky stesso era stato colpito al petto e Mordechai Goldman, noto come “Moti”, aveva assunto il comando al suo posto.
Quando la Brigata Golani entrò in battaglia, la forza si divise in due ali. La prima aggirò la fortezza per attaccare le posizioni della resistenza ad Arnoun e Kfar Tibnit, ma si imbatté in un campo minato. L’altra ala avanzò lungo la strada dell’Arnoun, che conduceva direttamente alla fortezza. Lì, gli israeliani incontrarono una feroce resistenza e un bombardamento incessante che distrusse diversi veicoli militari, tra cui quello del maggiore Johnny Hernik, il nuovo comandante dell’assalto, che fu ucciso insieme al suo autista e a un suo aiutante.
Hernik non ebbe altra scelta che ordinare ai suoi soldati di abbandonare i veicoli e avanzare a piedi. Tuttavia, avevano percorso appena pochi metri quando furono accolti da un intenso fuoco. Secondo un soldato citato dal Canale 10 israeliano, la scena era come “l’apertura delle porte dell’inferno”. Hernik e un gran numero dei suoi soldati furono uccisi in pochi istanti.
Queste perdite spinsero l’esercito israeliano a inviare una nuova forza guidata dal tenente colonnello Dov, e la battaglia continuò per ben 60 ore di combattimenti ravvicinati, trincea dopo trincea, fino a quando, in alcune fasi, si arrivò allo scontro fisico, con armi da taglio e a mani nude.

La versione ufficiale israeliana menzionava anche la presenza di 27 combattenti palestinesi nella fortezza, tutti caduti in combattimento, descrivendoli come “combattenti esperti, nessuno dei quali pensava di arrendersi”, considerando la battaglia per loro “una questione di dignità”. Quanto al comandante israeliano Ashkenazi, egli ha descritto l’atmosfera di quella lunga notte, affermando: “Abbiamo trascorso ore senza sapere da dove stessero sparando; i colpi provenivano da ogni parte”.
Forse ciò che conferisce a Beaufort un posto speciale nella coscienza di Fatah è il fatto che non sia rimasto confinato alle narrazioni militari e ai libri di storia, ma sia entrato a far parte della memoria popolare. Lo spirito palestinese, tramandato attraverso gli inni nazionali alle generazioni successive, è incarnato in uno degli inni più famosi della rivoluzione palestinese, memorizzato e cantato dai membri di Fatah per decenni:
“Il Castello Abbellito, Beirut, ne è testimone, dove hanno schiacciato la testa del serpente, gli alberi e le pietre sono mortali, Beirut, e ognuno ha portato una pattuglia”.
Queste parole non erano semplicemente un inno passeggero, ma la distillazione di un’intera era di eroismo e fermezza, incarnando l’immagine del combattente per la libertà palestinese che ha affrontato l’invasione e l’assedio con una volontà che trascendeva le capacità militari. Pertanto, la vista della bandiera israeliana sopra il castello oggi evoca non solo un evento militare, ma una profonda memoria nazionale; Il ricordo dei martiri, dei combattenti, degli inni e delle storie che hanno reso il Castello di Beaufort un simbolo profondamente radicato nella coscienza palestinese e una fonte di orgoglio nella storia della rivoluzione palestinese contemporanea.
Il dolore evocato dall’immagine della bandiera israeliana sopra le sue mura non è legato unicamente al luogo in sé, ma a ciò che questo luogo rappresenta in termini di lotte e memoria accumulate. Le nazioni non piangono per le loro pietre, ma le pietre piangono per i significati, i sacrifici e le storie dei martiri che custodiscono.
Tuttavia, il dolore di Shaqif non era separato da altre scene a cui i palestinesi si sono abituati negli ultimi anni. Così come le bandiere israeliane che sventolano ora sulle mura di Shaqif ci addolorano, allo stesso modo ci addolorano le bandiere israeliane issate a Gerusalemme Est occupata e sulle strade che collegano i governatorati della patria.
Siamo inoltre addolorati dalle scene che cercano di consolidare la sovranità israeliana nella sfera pubblica palestinese, inclusa l’esecuzione dell’inno nazionale israeliano nei pressi della sacra Moschea di Al-Aqsa. Queste scene non vengono interpretate nella coscienza palestinese come fugaci manifestazioni celebrative, bensì come messaggi politici e simbolici che trascendono luogo e tempo, con l’obiettivo di consolidare la realtà del potere e rimodellare il paesaggio visivo e sovrano della regione.
Pertanto, quanto accaduto a Shaqif non può essere isolato da un contesto più ampio: il tentativo di imporre nuove realtà sul territorio e di controllare i simboli tanto quanto la geografia. I conflitti moderni non si limitano più all’occupazione della terra; si estendono ora all’occupazione di narrazioni, simboli e memoria.
Per questo le potenze egemoniche cercano sempre di controllare i luoghi che rivestono un valore storico o morale, perché comprendono che la battaglia per la coscienza non è meno importante della battaglia sul campo.
Il movimento nazionale palestinese ha compreso fin da subito che il conflitto con l’occupazione israeliana non era semplicemente un “conflitto di confine”, ma una “lotta per l’esistenza”, l’identità e la memoria.
Per questo motivo fortezze, campi e città assediate si sono trasformati in simboli nazionali che trascendono i confini geografici.
Da qui l’importanza di Shaqif nella coscienza del popolo palestinese. Non è semplicemente un campo di battaglia, ma la testimonianza di una fase della storia della rivoluzione palestinese, una fase segnata da immensi sacrifici, speranze e grandi aspirazioni nazionali.
Tuttavia, la storia ci insegna anche che il controllo militare di un luogo non equivale al possesso del suo significato. Molti imperi, eserciti e potenze si sono succeduti a Shaqif, eppure la fortezza rimane a testimonianza del fatto che, sebbene la geografia possa mutare, la memoria collettiva di un popolo perdura più saldamente di qualsiasi mappa temporanea.
(1) comandante del battaglione Yarmouk del movimento Fatah, il blocco più importante i cui membri combatterono nella battaglia di Shaqif.
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