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Libano meridionale e tregua: Il Governo di Beirut verso il collaborazionismo esplicito

Salto di qualità nei “negoziati diretti” fra regime sionista e governo libanese. Inizialmente, questi apparivano un tentativo rabberciato di provare a far sì che il Presidente Aoun ed il Primo Ministro Salam potessero intestarsi politicamente l’estensione al Libano delle trattative fra USA e Iran, evitando che si evidenziasse il ruolo esclusivo dell’Iran stesso e di Hezbollah.

Dopo l’ultimo incontro tenuto a Washington, però, le parti hanno scoperto maggiormente le carte ed è emerso un impegno più diretto da parte di Beirut nel legittimare l’occupazione sionista del sud e garantire che si estenda.

Dietro il linguaggio fumoso sulla creazione delle “zone pilota ad esclusivo controllo dell’esercito libanese” ,sul “ritiro di Hezbollah a nord del Fiume Litani” ed altre formulazioni apparentemente simili agli accordi precedenti mai rispettate da Israele, si cela la sostanza che stavolta non c’è nessun obbligo, nemmeno formale, di cessazione dell’occupazione sionista del sud.

La necessità di rispettare l’integrità territoriale del paese è divenuta estremamente marginale nella fraseologia del Presidente Aoun e del capo del Governo di Beirut, che citano gli abitanti del sud solo in chiave fintamente umanitaria. L’esecutivo, per altro, contiene ancora rappresentanti sciiti facenti capo ad Hezbollah e Amal.

Con questa mossa, i genocidari di Tel Aviv cercano di evitare lo scambio fra apertura dello Stretto di Hormutz e cessazione delle ostilità sugli altri fronti mediorientali, in discussione nelle bozze di accordo fra Iran e USA. Tale scambio, infatti, costituirebbe un colpo mortale per i loro progetti espansionisti: essendosi l’Iran dimostrato capace di occupare facilmente ed in maniera prolungata lo stretto, infatti, si creerebbe un precedente destinato a ripetersi nei futuri tentativi di proseguire i genocidi.

La finta mediazione statunitense – risultato della famosa sfuriata di Trump nei confronti di Netanyahu e dei suoi fantomatici contatti diretti con Hezbollah – consiste nell’includere negli accordi Dahieh, unione di comuni dell’area metropolitana di Beirut – dall’altissima densità di popolazione – abitata da sciiti e dai Palestinesi di Sabra, Shatila e Burj el-Brajneh, ovvero la base di Hezbollah. Lasciando, però, come detto, mano totalmente libera all’occupante sull’altra area sciita, ovvero il sud.

Ovviamente, se Washington finge di ritenere lo scudo nei confronti di Dahieh come incondizionato, Israele puntualmente ribatte che esso è subordinato alla cessazione assoluta degli attacchi di Hezbollah sugli insediamenti del nord di Israele; quindi, ritiene di avere, nei fatti, mano libera su tutto il territorio libanese.

Da parte sua, ovviamente, Hezbollah, per bocca del vicecapo del Consiglio Politico Mahmoud Qamati, ha affermato che non intende accettare “nessuna nuova equazione” che imponga la cessazione dei propri attacchi in cambio della preservazione della sola Dahieh. “L’equazione della Resistenza rimane Beirut e Dahieh per Haifa e Tel Aviv”, ha affermato, alludendo al fatto che se riprenderanno i bombardamenti nell’area della capitale, anche l’Iran li riprenderà sulle città israeliane.

Il tempo stringe anche per Netanyahu: in vista delle elezioni ha necessità di riportare una vittoria tangibile per quel che riguarda il dossier libanese, sul quale i partiti di opposizione mostrano una postura ancora più dura e genocidaria, ritenendolo il vero punto debole per la compagine governativa. Basta, infatti, una quantità relativamente piccola di droni e razzi di Hezbollah che oltrepassano il confine e cadono o soltanto sorvolano i territori degli insediamenti del nord, per scatenare proteste dure contro il governo o addirittura sfollamenti.

Di contro, il popolo resistente del sud del Libano è relativamente abituato – fra indicibili sofferenze – a fare periodicamente avanti e indietro dalle proprie case e continua ad essere granitico nel sostenere Hezbollah, nonostante tutto.

Si applicano, così, i dettami della guerra asimmetrica, che Tel Aviv non è in grado di vincere poiché non bastano dieci kilometri in più o in meno di territorio libanese occupato per mettere al riparo gli insediamenti del nord, vista la gittata dei colpi che ormai Hezbollah è in grado di opporre. Tali colpi, ovviamente, rendono la colonizzazione dei territori conquistati molto problematica, se non completamente fuori discussione, anche per i coloni più fuori di testa.

Intanto, il Premier Libanese Nawaf Salam e il Presidente Joseph Aoun continuano ad accusare tutti i giorni l’Iran di “utilizzare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli USA”. Possono non saper che se davvero l’Iran dovesse riaprire lo Stretto di Hormutz senza tenere conto del fronte libanese, tutto il paese sarebbe alla mercé degli attacchi sionisti?

È evidente che si tratta di un atteggiamento mal celatamente collaborazionista con gli occupanti, che, accettando il sedimentarsi dell’occupazione del Libano meridionale in cambio della preservazione di Beirut, ha l’obiettivo di spaccare il fronte della Resistenza e liquidare definitivamente il problema del sud e dei suoi abitanti, visti come un ostacolo sulla strada della normalizzazione definitiva con Israele.

Se questo atteggiamento continuerà, solo la prudenza e le tattiche di Hezbollah potranno evitare una guerra civile, poiché è impossibile pensare di eliminare così la questione del popolo del sud e della sua forte identità politica antisionista.

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