Morire senza bombe. Da Mallory a Trump, sessantasette anni di guerra economica contro Cuba.
Quando si parla di guerra, l’immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte.
Ma esiste un’altra forma di guerra.
Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni.
Una guerra silenziosa.
Una guerra economica.
Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l’isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita. (https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-in)
Le ultime misure annunciate dall’amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l’ennesimo capitolo di questa strategia.
L’OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l’ICAP, Amistur e altre entità cubane.
Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell’isola.
Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l’impossibilità di proseguire i rapporti con l’entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.
Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice.
Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese.
Colpire la capacità di commerciare.
Colpire il turismo.
Colpire gli investimenti.
Colpire il sistema finanziario.
Colpire l’accesso alle valute estere.
Colpire perfino la solidarietà internazionale.
Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960.
In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un’opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare “fame, disperazione e il rovesciamento del governo” attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione.
Sono passati sessantasette anni.
La domanda è semplice.
È cambiato davvero qualcosa?
Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone.
Le conseguenze non sono astratte.
Sono concrete.
Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità.
Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione.
Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili.
Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare.
A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell’isola.
Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull’isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali.
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante.
Tra gli enti sanzionati compare l’ICAP, l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli.
Non una banca.
Non una compagnia militare.
Non una multinazionale.
L’organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo.
Colpire l’ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa.
Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli.
Non basta strangolare economicamente Cuba.
Occorre anche isolarla.
Occorre impedire che il mondo veda.
Occorre ostacolare chi prova ad aiutare.
Ed è forse questo l’aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni.
Perché quando si colpiscono contemporaneamente l’economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica.
Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo.
Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba.
La guerra esiste da decenni.
La vera domanda è un’altra.
Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome?
Perché esistono guerre che uccidono con le bombe.
Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l’isolamento e la disperazione.
Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni.
Le bombe distruggono le città. L’assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità.
Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l’amicizia tra i popoli, commette un errore storico.
Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere.
E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza.
La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende.
Ciò che sta soffrendo il popolo cubano non lo dimentichiamo. non lo perdoniamo.
* da Cubainformazione
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