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Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace

Una dichiarazione comune dal tono secco e un perimetro negoziale che sempre copiato dai tempi in cui i “volenterosi” guerrafondai non pensavano certo a sedersi a un tavolo di trattative, ma di distruggere la Russia sul campo di battaglia. E difatti, la dichiarazione congiunta rilasciata alla fine del vertice di Londra, in sostanza, promuove ancora la stessa visione: una pace che equivale alla resa di Mosca.

Nella tarda serata del 7 giugno, Downing Street è diventata il baricentro della diplomazia europea – se tale si può chiamare… Il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel formato soprannominato “E3”.

L’obiettivo del summit era duplice: da una parte riaffermare la centralità dell’Europa in qualsiasi futuro tavolo di trattativa, dall’altra fare eco alle menzogne che vogliono un’Ucraina agire con una rinnovata verve militare e Putin rifiutare un’accorato appello alla pace spedito da Zelensky, salvo dimenticarsi che in quell’accorato appello c’era anche una minaccia di morte diretta al presidente russo.

Un’operazione propagandistica, per lo più, ma che serviva a ribadire un messaggio al Cremlino: Bruxelles sta pagando il governo golpista di Zelensky affinché continui a far morire gli ucraini per indebolire i russi. E un messaggio chiaro anche alla Casa Bianca: i termini di qualsiasi discussione con Mosca vengono determinati in Europa, non ad Anchorage, in Alaska.

Questi termini, però, sono piuttosto inverosimili: cessate il fuoco immediato; la linea del fronte come punto di partenza nei negoziati; garanzie di sicurezza per l’Ucraina e dispiegamento sul suo territorio di una forza multilaterale; i beni russi rimangono congelati fino al risarcimento dei danni di guerra a Kiev; una sorta di “veto” europeo e NATO, cioè la necessità del consenso di questi organismi e dei suoi membri per qualsiasi negoziato li coinvolga.

Insomma, nel testo licenziato dall’E3 ci sono persino garanzie per la UE e per la NATO, e nemmeno una per la Russia, che è poi il motivo che l’ha spinta in guerra. Anzi, vengono anche riaffermati due punti centrali: “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza e il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri assetti di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato“.

Lasciamo perdere il fatto che questo non è valso, ai tempi, per il Kosovo, e non vale oggi per l’occupazione sionista di vari territori che va avanti da quasi 60 anni. Al di là del solito doppio standard, il tema qui è che non si riconoscono gli oblast che la Russia ha integrato nel proprio territorio, e si continua a difendere l’idea che l’Ucraina possa scegliersi gli alleati che vuole, come se un’architettura internazionale di sicurezza condivisa da vari attori con interessi strategici divergenti possa costruirsi su una base del genere.

E infatti da Mosca non si prende nemmeno in considerazione la proposta “negoziale” dell’E3, mentre la scorsa settimana, nella capitale russa, Putin ha incontrato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Al di là di tutto, dei canali informali di discussione continuano, anche se è chiaro che le potenze europee non hanno nessuna intenzione di raggiungere alcuna trattativa equa.

Ma un ulteriore obiettivo del vertice di Londra era in realtà – e forse soprattutto – Washington, passando anche per i suoi più stretti zerbini europei: Varsavia e Roma. A una conferenza stampa, il portavoce del governo tedesco ha affermato che per Berlino “l’E3 è un format sperimentato“, ma “non significa che altri partner europei non siano coinvolti” nella definizione del futuro della guerra in Ucraina.

Una delle condizioni essenziali per la Germania – ha continuato – è quella di non intraprendere una strada individuale e che ci sia un lavoro di squadra e un coordinamento“. Ovviamente, una parte del messaggio è rimasta sottointesa: ai termini europei, non di Trump. Se, o meglio, quando ci sarà da far fallire l’Ucraina e tradire Kiev, si decide nel Vecchio Continente, non nel Nuovo.

Giorgia Meloni si è infatti tenuta lontana dall’incontro di Londra. Secondo alcune fonti di primissimo piano riportate dal Corriere della Sera, il governo considera piuttosto “autoreferenziale” il vertice dell’E3, soprattutto perché è evidentemente pensato per contrastare Trump e gli USA sul dossier ucraino.

Una posizione, quella di Roma, che è passata tra le righe come un messaggio di vicinanza a Washington in vista del G7 di Évian, in Francia, che comincerà il prossimo lunedì. In contemporanea, il ministro della Difesa Guido Crosetto incontrerà il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, mentre il 22 il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrerà il Segretario di Stato Marco Rubio.

Sembra tutto approntato per una distensione tra Italia e USA, che però viene vista come una faglia dalle altre capitali europee. E a questo hanno risposto, innanzitutto, all’E3. Eppure, gli europei potrebbero ritrovare una certa unità intorno allo sviluppo del riarmo europeo e in vista del vertice NATO di Ankara, il 7 e 8 luglio. Per ora, comunque, si continua a mandare a morte gli ucraini.

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