Sparare per smettere di sparare. Così gli Stati Uniti hanno presentato la loro ennesima rottura del cessate il fuoco con l’Iran. Mentre intanto Israele continua ad attaccare il Libano, svuotando di contenuto buona parte della «trattativa» che Trump dice di vedere «vicina alla conclusione, magari già questa settimana».
I bombardamenti sono ripartiti dopo l’abbattimento di elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, là dove non doveva stare. C’è stata ufficialmente incertezza, subito dopo «l’ammaraggio forzato» del veivolo, sulle cause della caduta, a conferma indiretta che alla Casa Bianca si cercava di mantenere bassa la tensione.
Poi. Di fronte all’evidenza di un «successo» della contraerea iraniana, la scelta di «ristabilire l’onore ferito», facendo partire bombardamenti su postazioni radar e rampe missilistiche. Altrettanto logicamente, però, questo ha innescato una simmetrica risposta di Tehran, con razzi che hanno raggiunto diverse basi americane nell’area, tra cui il comando della Quinta Flotta, nel Bahrein, e quella di Al-Azraq in Giordania; anche se qui Amman asserisce di aver intercettato quattro dei missili in arrivo.
Entrambe le parti non citano né morti, né feriti, minimizzando i danni subiti ed enfatizzando quelli arrecati. Le immagini che arrivano da Tehran, per esempio, mostrano la popolazione che prosegue la sia vita normale nelle strade. Mentre le dichiarazioni ufficiali sono ovviamente baldanzose, giocate sulla chiave «trattiamo, ma col dito sul grilletto».
Il Comando Centrale unificato degli Stati Uniti (Centcom), da parte sua, afferma in un post su X di aver “completato gli attacchi di autodifesa contro l’Iran, su ordine del Comandante in Capo, in risposta all’abbattimento, avvenuto il giorno precedente, di un elicottero Apache dell’Esercito statunitense“.
Il tono generale, insomma, sembra quello del «ci siamo scambiati un po’ di colpi per far vedere che siamo disposti a farlo, ma non vogliamo andare oltre».
Tocca sperare che sia così, anche a dispetto di Israele che in Libano attacca ma subisce perdite inattese a causa dei droni in fibra ottica usati da Hezbollah, non intercettabili e dunque letali nei combattimenti a media distanza.
L’analisi fornita dal generale Usa a riposo Mark Kimmitt, ex assistente del Segretario di Stato, in un’intervista ad Al Jazeera va in una direzione simile: “piuttosto che vedere questo scambio come un’escalation, vorrei considerarlo come de-escalation”.
Kimmitt, infatti, ha spiegato che la risposta degli Stati Uniti era «necessaria» per dimostrare che abbattere un elicottero statunitense “non sarebbe stato accettato”. Ma nulla di più. “Sarei molto sorpreso a questo punto se la tensione aumenta, e spero certamente che stia dimostrando che è de-escalation in modo da poter tornare alla diplomazia”.
Vedremo abbastanza rapidamente – nelle prossime ore – se questa lettura è corretta.
Di certo Tel Aviv soffia disperatamente sul fuoco, come fa da mesi, perché un accordo di fine guerra senza aver raggiunto nessuno degli obbiettivi ufficialmente dichiarati (e cambiati spesso in corsa) sarebbe chiaramente una sconfitta politica pesante per l’intero arco parlamentare interno (ricordiamo che alla Knesset «l’opposizione» accusa Netanyahu di farsi «comandare da Trump e non andare fino in fondo»).
L’incertezza è ancora l’unico punto fermo. Ed è anche chiaro il motivo, sottolineato praticamente da tutti gli analisti militari. Questa guerra è stata iniziata senza aver definito obbiettivi razionali e realistici (il «cambio di regime» a Tehran poteva essere credibile per giornalai di bocca buona, non nella realtà), gestita senza «professionalità diplomatica» da parte statunitense e con mezzi puramente militari da parte israeliana (escludendo dunque qualsiasi soluzione diversa dalla resa totale e quindi dalla scomparsa dell’Iran come potenza regionale).
Il resto è venuto quasi da sé, di fronte all’evidente capacità iraniana di resistere e rispondere simmetricamente colpo su colpo, coinvolgendo nel conflitto anche i paesi arabi del Golfo che ospitano basi americane e fermando di fatto il traffico nello Stretto di Hormuz, con gigantesche conseguenze sull’economia mondiale.
Se ci sono obbiettivi diversi (tra Washington e Tel Aviv), e l’avversario è più «tosto» del previsto, anche le strategie militari – che richiedono studio, preparazione, logistica e rifornimenti adeguati, – mostrano rapidamente la corda.
A tre mesi e mezzo dall’inizio l’unica soluzione possibile per gli Usa e chiuderla qui, sbandierando un accordo come una «vittoria trionfale» (Trump l’ha detto davvero, due giorni fa). Ma questo, per Israele, è praticamente inaccettabile.
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