La rappresentazione della situazione politica iraniana offerta in questi anni dalla grande maggioranza dei media mainstream nel nostro Paese può essere facilmente accusata di superficialità.
Da un lato, si racconta, c’è una spietata “dittatura teocratica”; dall’altro un popolo oppresso e ostile, pronto a rovesciarla, magari anche grazie al generoso (e certo disinteressato) aiuto occidentale, e a instaurare finalmente uno Stato “democratico” e “laico”, pronto a stabilire rapporti cordiali (cioè di subalternità politica ed economica) con l’Occidente.
È una narrazione che, a chi voglia vedere, risulta evidentemente insostenibile anche alla luce dei recenti eventi legati alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, che hanno mostrato l’esistenza di un rapporto molto più complesso tra Repubblica Islamica e popolo iraniano, e probabilmente hanno inoltre avuto l’effetto di aumentare il sostegno popolare allo Stato nato dalla Rivoluzione del 1979. Ma non per questo è dato assistere ad un significativo miglioramento dell’informazione nostrana sul tema.
In questa narrazione, un ruolo importante è giocato dalla diaspora iraniana, le cui voci – spesso molto critiche della Repubblica Islamica – in quanto funzionali alla narrazione che si vuole presentare, vengono amplificate oltre ogni misura, e presentate come quelle del “vero” popolo iraniano.
Il prediletto interprete di questa opposizione all’estero è stato, naturalmente, Reza Pahlavi, il figlio dell’impopolare – ma graditissimo all’Occidente – Scià deposto dalla rivoluzione khomeiniana del 1979, esule negli Stati Uniti, e negli ultimi mesi onnipresente nei media occidentali, come autoproclamato leader dell’Iran post regime-change.
Ma esistono anche altre forze che appaiono competere con i sostenitori dello Scià, per accreditarsi presso le potenze occidentali come il “cavallo giusto” su cui puntare, ossia la forza più credibile da sostenere per i disegni di regime-change e di egemonia sullo scacchiere mediorientale.
È il caso del MEK (acronimo di Mojahedin-e Khalq), organizzazione dal seguito pressoché nullo in Iran, ma attivissima in Occidente, particolarmente in Francia dove ha sede il Consiglio Nazionale della Sicurezza Iraniana, emanazione del MEK, e dove risiede la sua leader Maryam Rajavi.

L’organizzazione è attiva anche in Italia: a Roma si sono svolte negli anni diverse manifestazioni, e il 31 luglio 2025 si è tenuto il Free Iran World Summit, alla presenza fra gli altri dell’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel e di Matteo Renzi, noto “attivista per i diritti dei popoli e delle donne”, come testimoniato dalla stretta collaborazione con il principe saudita bin Salman.
Vi sono poi figure come Khosro Nikzat, che sul territorio di Cuneo conduce una febbrile attività politico-diplomatica per perorare e legittimare la causa di questa organizzazione, cercando ripetutamente di accostarla addirittura alla resistenza antifascista italiana.

Dal momento che in Italia pare che basti proclamarsi contro la dittatura iraniana, per ottenere acriticamente cittadinanza e legittimazione anche in ambienti “progressisti”, e poiché del MEK si sa poco, per Contropiano abbiamo rivolto alcune domande su questa organizzazione e sugli sviluppi della situazione alla studiosa iraniana Minoo Mirshahvalad, sociologa e ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenhagen.
La professoressa Mirshahvalad negli anni ha collaborato con università e centri di ricerca anche in Iran, Italia, Spagna e Stati Uniti; è studiosa della diaspora iraniana e attenta osservatrice delle dinamiche politiche e sociali di quel Paese, sulle quali svolge da tempo un prezioso lavoro di controinformazione, che invitiamo a seguire, sui propri canali e su vari media internazionali.
Ci può illustrare le origini storiche dell’organizzazione MEK? Quale rapporto esiste con il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana?
Il MEK nasce negli anni ‘60 da un gruppo di studenti universitari di ideologia islamista-marxista. Negli anni ‘70 si schierano con il movimento palestinese e con l’Ayatollah Khomeini. Nell’Iran di allora, orchestrano attacchi terroristici contro generali e ufficiali statunitensi, uccidendone decine.
Dopo la vittoria della rivoluzione iraniana, nel novembre 1979, condividono la mossa degli studenti iraniani che assalgono all’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio gli statunitensi per 444 giorni.
Nel 1980 il loro leader Massud Rajavi si trova però in conflitto con l’Ayatollah Khomeini sulla questione del potere politico. Quindi inizia una stagione di lotta armata dei MEK contro la neonata Repubblica Islamica. I MEK organizzano tante esplosioni negli uffici dello Stato iraniano e uccidono numerosi politici iraniani.
Khomeini ordina il loro arresto e quelli che non si dissociano dal MEK vengono giustiziati. Gli altri scappano a Parigi.
È a Parigi che adottano il nome d’arte di Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Dopo Parigi, si trasferiscono in Iraq e durante la guerra Iran-Iraq combattono per Saddam Hussein contro l’Iran e gli offrono servizi di spionaggio tramite le loro cellule rimaste in Iran.
Quali sono gli obiettivi perseguiti da questa organizzazione? Quali sono i rapporti con le altre forze dell’opposizione iraniana, in particolare con i sostenitori di Reza Pahlavi?
Il loro scopo, sin dagli inizi degli anni ’80, è ottenere il potere politico in Iran. Tra loro e i sostenitori di Reza Pahlavi vi è un odio viscerale. Si accusano a vicenda di essere mercenari di poteri stranieri.
Qual è stata la posizione assunta negli ultimi mesi, davanti all’aggressione all’Iran e ad altri Paesi della regione da parte di Stati Uniti e Israele? In generale che tipo di rapporti intercorrono con queste potenze?
A differenza dei sostenitori di Pahlavi, loro non hanno sostenuto Israele e gli USA in maniera palese. Tuttavia, ci sono documenti sul fatto che negli anni hanno ricevuto addestramento, finanziamento e le armi sia dalla CIA che dal Mossad.
Per esempio, mentre erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche – inseriti da Clinton (dal 1997 al 2012) – sono stati addestrati in un campo sperduto a nord-ovest di Las Vegas per penetrare in Iran dal nord. Su questo punto ci sono le testimonianze dei giornalisti statunitensi d’inchiesta. Loro naturalmente negano tutto.
In quali modi questa organizzazione agisce all’estero per perorare la propria causa?
Spendono milioni di dollari per corrompere i politici statunitensi; il più famoso tra loro che li ha sostenuti è John Bolton, ma anche Mike Pompeo.
Anche in Europa, Maryam Rajavi, l’attuale leader del MEK, ottiene tante udienze presso i parlamenti europei. Si presentano come democratici, ma sono più una setta religiosa che un’organizzazione politica. Hanno varie pratiche strane come il voto dell’eterno celibato, il giuramento di fedeltà a Maryam Rajavi, e il culto della personalità del leader.
Qual è attualmente, in base alle informazioni disponibili, il seguito di quest’area politica in Iran? Si può dire che goda di un ampio sostegno popolare?
Non hanno alcun seguito in Iran. Sono molto odiati dagli iraniani per aver tradito il proprio Paese durante la guerra Iran-Iraq.
Allargando lo sguardo, come giudica l’andamento delle attuali trattative tra Usa e Iran in Svizzera? Vede la possibilità di un accordo reale?
L’accordo tra gli USA e l’Iran è possibile solo se Israele cessa le proprie ambizioni espansionistiche e toglie le truppe dal sud del Libano – cosa lontana dall’orizzonte. Inoltre, negli anni gli USA hanno mostrato di non essere affatto affidabili nelle loro trattative con Iran. Quindi non ci vedo tante possibilità.
Quali sono a suo giudizio le più realistiche prospettive per l’autodeterminazione del popolo iraniano?
Affinché il popolo iraniano possa determinare il proprio futuro ci devono essere condizioni sia a livello internazionale, che a livello nazionale.
Fuori del confine nazionale, il diritto internazionale non deve valere solo “fino a un certo punto“. Gli USA devono restituire gli asset congelati iraniani e rimuovere le sanzioni che hanno stroncato l’economia iraniana. E devono risarcire i danni che hanno fatto alle infrastrutture civili e industriali iraniane.
A livello nazionale, lo Stato deve porre fine alla corruzione del sistema politico, e, in parallelo al miglioramento della situazione economica dei cittadini, deve riconoscere la libertà di espressione per i cittadini.
Come giudica, nel complesso, il dibattito ed il livello di informazione fornito dai media mainstream occidentali, nello specifico italiani, sulle vicende iraniane?
È pessimo. Più che informazione è propaganda pura in sostegno dello status quo. Le donne iraniane, e in generale la questione dei diritti umani in Iran, sono diventate oggetto di una propaganda che non soltanto non sostiene i cittadini iraniani, ma giustifica la violenza ai loro diritti umani perpetrando le guerre e quindi il peggioramento dei diritti umani in Iran.
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