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Un altro giro di guerra, alla cieca

Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.

E’ difficile infatti individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.

La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.

Washington ha accusato l’Iran per questo, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.

In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone MQ-9 Usa su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Attacchi andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre le possibilità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.

Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Tehran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.

Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che infatti ha nelle stesse ore ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.

Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.

David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente presso la National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del Mou sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.

L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili.” Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.

Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e un ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.

Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Tehran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).

Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori di ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.

Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.

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