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Gli Usa come Hulk nella rete

Se non sai come uscirne, non ne esci. Anzi…

Dopo due giorni di calma gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare l’Iran, adducendo come giustificazione i colpi che avevano raggiunto una nave cipriota purtroppo “convinta” che passare sulla rotta consigliata da Washington, anziché su quella indicata da Tehran, fosse una bella idea.

140 obiettivi sarebbero stati colpiti, dice un comunicato del Centcom. Tra questi figurano siti missilistici e di droni, depositi di munizioni, strutture navali, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.

E’ abbastanza agevole vedere che questa lista comprende quasi soltanto postazioni militari da cui dipende la capacità iraniana di rendere effettivo il controllo sullo Stretto di Hormuz. Non è insomma un’offensiva generale contro il resto del Paese, che renderebbe il Memorandum svizzero carta straccia.

Immediata e come sempre simmetrica la risposta di Tehran, con missili e droni sulle basi Usa in Kuwait, Qatar, Emirati, Giordania. Anche in questo caso solo obiettivi militari stranieri, a segnalare – ai paesi che li ospitano – che ormai quelle basi non rappresentano più una “garanzia di sicurezza” ma l’esatto contrario.

Inutile dar conto delle dichiarazioni da saloon di gente come Hegseth (“ministro della guerra” Usa con un curriculum da anchorman), perfettamente simmetriche a quelle dei Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Questa nuova puntata fatta di cannonate e missili non sembra tale da compromettere completamente il lavoro che i mediatori diplomatici – Qatar e Pakistan – continuano a fare. Ma certo lo rendono molto più lento, difficoltoso e dall’esito incerto.

La geografia politica del Golfo continua a mutare per scostamenti quasi infinitesimali. Il ministro degli esteri iraniano Sayyed Araghci, di ritorno da consultazioni in Qatar, ha confermato che il dirimpettaio arabo – con cui condivide il maxi-giacimento di gas di South Pars – condivide ora i criteri di gestione del traffico nello Stretto proposti da Tehran.

Con i prezzi del greggio e del gas di nuovo in ascesa, del resto, anche la pretesa di un pedaggio equivalente a circa un dollaro per barile non cambia granché il costo finale dell’energia. Mentre la carenza di rifornimenti fisici in seguito al blocco ha conseguenze pesanti sull’economia mondiale.

Tutti i paesi, consumatori e non, continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di greggio per alimentare produzione e circolazione, ma si stanno rapidamente avvicinando al punto di esaurimento.

In questo quadro crescono perciò le voci che fanno notare come qualche “diritto di passaggio” viene in effetti pagato anche per attraversare altre “strettoie” marittime, come per quella di Malacca e addirittura per il Canale della Manica (che pure, tecnicamente, non è  uno stretto). E dunque non è utile fare di questo punto, preteso solo ora da Tehran come “riparazione dei danni subiti con l’aggressione israelo-americana”, la questione decisiva per finirla con i bombardamenti.

Anche perché prima dell’attacco del 28 febbraio, la circolazione a Hormuz era totalmente libera e gratuita.

Mentre stamattina, dopo la terza ondata di bombardamenti in una settimana, viene dichiarato completamente chiuso fino a nuovo ordine. In tal modo la palla ripassa agli Stati Uniti: se provano a far passare altre navi “garantendo protezione” in realtà le espongono qualche rischio, che a sua volta diventa occasione per giustificare qualche altro bombardamento, risposte iraniane con missili e droni sulle basi, ecc, ecc.

Lo sconcerto Usa su come uscire dalla guerra all’Iran rivela un deficit di conoscenza dell’avversario che è quasi sorprendente, dopo esser stati cacciati già da 47 anni.

Un deficit che pare connaturato alla “cultura suprematista” tipica del colonialismo occidentale, e che si vede anche dalle reazioni alle “minacce iraniane” che sarebbero rappresentate dalla retorica ovviamente incendiaria dei discorsi e degli slogan durante i lunghi funerali di Ali Khamenei, o dalla pagina in cui il quotidiano Hamshari (edito dal Comune di Tehran) inserisce anche Meloni tra i responsabili dell’aggressione, pubblicando una foto della premier in tenuta arancione assieme alle immagini di Trump e Netanyahu con un bersaglio in fronte. 

Il tono delle reazioni in Europa, e ancor più in Italia, è tra il vittimistico e l’indignato: “come osano questi inferiori minacciarci?”

In realtà, a ben vedere, quella pagina imita con molta ruvidità quel che ogni giorno fanno e dicono i leader occidentali, supportati dal proprio sistema mediatico.

Si potrebbe far notare infatti che l’uccisione o il rapimento di leader di altri paesi è una “specialità tutta occidentale”, cui nessuno da queste parti trova qualcosa da obiettare (al massimo si imputa a Trump e Netanyahu un “eccesso di violenza”). Così come le minacce quotidiane di “radere al suolo” l’Iran o altri paesi.

Quando lo stesso gioco ci viene restituito si resta senza fiato né parole. Eppure dovrebbe esser noto che in qualsiasi guerra si portano colpi ma si ricevono anche, sia sul piano strettamente militare che su quello della “comunicazione”.

Veniamo però da quasi 40 anni di “guerre asimmetriche”, condotte dall’imperialismo occidentale contro paesi sprovvisti di capacità militari paragonabili. Quattro decenni che hanno fatto rinascere la mentalità coloniale per cui “noi” andiamo lì, facciamo come ci pare, ammazziamo un po’ di gente, a cominciare dai leader, e “loro” non ci possono fare niente.

Quel tanto di resistenza che pure possono opporre, con mezzi e tecniche ovviamente “asimmetriche”, la definiamo “terrorismo” e moltiplichiamo la violenza degli attacchi mentre le anime belle occidentali tacciono.

Quelle non sono state “guerre”, ma massacri e genocidi unilaterali. Come a Gaza

Con l’Iran non è andata così. E continua a non andare così.

Per quanto tecnologicamente e militarmente non all’altezza dei nemici che lo hanno attaccato, non è comunque un paese “calpestabile” senza problemi. Chiunque lo abbia visitato sa che si tratta di un paese sviluppato, con proprie industrie oltre che risorse energetiche, con uno stile di vita abbastanza simile al nostro (fatte le ovvie differenze culturali che qui contano solo nella definizione di una maggiore coesione interna e capacità di resistenza), 90 milioni di abitanti e una quantità di laureati – soprattutto donne – superiore a quella di molti paesi occidentali. 

Il “suprematismo bianco occidentale”, consapevole o no che sia, sbatte insomma contro un avversario che non è quello costruito dalle “narrazioni” mediatiche elaborate per giustificare la guerra (una massa di decerebrati obnubilati dalla religione, tranne pochi che “vogliono essere come noi”). Per quanto forte sia, mena colpi alla cieca, come un Hulk preso nella rete.

Se ne può uscire solo in due modi, ci sembra. Uno, quello auspicabile, è un recupero rapido del principio di realtà. Quello per cui, se non puoi vincere, contratti. Il secondo è fare ricorso all’unica “superiorità” effettivamente rimasta: la bomba atomica.

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