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Bombardare sperando che serva a qualcosa

Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala.

Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo la”fine” dichiarata ad aprile – la possibilità di condurre un conflitto lontano da casa per 60 giorni. Dopo di che servirebbe un’autorizzazione del Congresso stesso, peraltro sotto stress visto che all’inizio di novembre sarà per metà rinnovato con le elezioni di mezzo termine.

Lo schema operativo non cambia. Gli Usa bombardano infrastrutture militari e civili, minacciano senza problemi di compiere crimini contro l’umanità (colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, per esempio), provano a ridurre il potenziale militare iraniano, nella speranza di ricontrattare i termini di un Memorandum – firmato in Svizzera – che solo dopo sembrano aver compreso come un riconoscimento della sconfitta.

Se così fosse, non si potrebbe che darne la colpa a Trump stesso, che manda in giro due immobiliaristi di fiducia e di famiglia – Witkoff e il genero Kushner, peraltro sionista oltranzista – chiaramente a digiuno di diplomazia internazionale e convinti, come il tycoon, che basti mostrare i muscoli per ottenere risultati.

Tehran, dopo otto giorni di risposte simmetriche, in cui ha preso di mira come sempre le basi Usa nella regione, arrivando a provocare perdite di uomini e mezzi anche in una base giordana, ha formalmente “sospeso l’attuazione dei suoi impegni previsti dal Memorandum d’intesa di Islamabad dopo che gli Stati Uniti hanno violato i propri obblighi con atti di aggressione”, come ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.

Ai bordi del campo di battaglia, però si muovono altri pezzi. L’amministrazione Trump ha comunicato a Israele che sta inviando dozzine di aerei per il rifornimento in volo, in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 30 aerei del genere all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e un numero analogo all’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele.

Questa collocazione è preferita perché le altre basi (Giordania, Kuwait, Emirati,Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita) sono più esposte ai droni e missili iraniani. Sopra Israele invece funziona ancora almeno in parte l’Iron Dome – batterie antimissile basate sui sistemi Patriot e Thaad -, e in ogni caso bombardare una base israeliana implicherebbe immediatamente un (desiderato) ritorno di Tel Aviv nel conflitto.

Secondo i “giornalisti” più vicini al Mossad – come Barak Ravid di Axios – Trump non avrebbe ancora preso la decisione operativa per una escalation, ma intanto si prepara la logistica necessaria.

Non è però una scelta che l’amministrazione Usa può fare a cuor leggero. La situazione politica interna va infatti sempre più chiaramente verso un rifiuto di questa guerra (per le ricadute economiche e l’inflazione) e del genocidio dei palestinesi, che stanno peraltro favorendo l’ascesa di candidati “socialisti e pro-pal” per le elezioni di inizio novembre. Oltre a seminare il panico nelle fila degli stessi repubblicani.

Un segnale chiarissimo arriva dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, il primo musulmano e socialista a ricoprire questa carica avendo ricevuto persino l’appoggio della maggioranza della comunità ebraica locale (forse la più numerosa e potente).

In una intervista ormai virale ha spiegato di star valutando, insieme al team legale, la possibilità di procedere all’arresto di Netanyahu nel caso si presenti all’assemblea delle Nazioni Unite, applicando così il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja.

I problemi legali sono effettivamente infiniti. In primo luogo per lo status dell’Onu, che garantisce l’immunità diplomatica ai capi di stato. In secondo luogo pesa il fatto che gli Stati Uniti – proprio come Israele, ma non sarebbe questo un ostacolo – non ha mai riconosciuto la Corte Internazionale stessa (che anzi Trump vorrebbe far sciogliere).

Sembra difficile, insomma, che un arresto simile – che farebbe la felicità di tre quarti del pianeta – possa verificarsi. Ma il solo fatto che se ne stia discutendo indica che la “relazione speciale” tra Usa e Israele va mostrando ormai la corda.

E se i “sionisti cristiani” come Trump sono comunque costretti a bilanciare giorno per giorno la propria incazzatura con i vertici di Israele – che impediscono programmaticamente qualsiasi soluzione diversa dalla guerra contro tutti in Medio Oriente – chi non si riconosce in quella gabbia va muovendo molteplici forme di campagna politica per rompere in modo sostanziale la “relazione speciale”.

E la possibilità cresce col tempo. Persino un sondaggio condotto all’interno delle comunità ebraiche degli Stati Uniti ha registrato una preferenza per Mamdani piuttosto che per Netanyahu e i criminali del suo governo.

Le difficoltà militari degli Usa – che avrebbero intrapreso questa nuova offensiva disponendo di solo la metà dei missili Tomahawk posseduti fino a febbraio – si sommano così a quelle politiche.

E di certo non ha aiutato il discorso complottistico alla nazione in cui Trump ha accusato di fatto buona parte dell’intelligence statunitense di aver collaborato con la Cina per fargli perdere le elezioni del 2020.

Pensare di condurre una guerra nella speranza che serva a qualcosa, ma intanto prendendo a schiaffi la propria stessa intelligence, non sembra proprio un colpo di genio. Ricorda un po’ quel proverbio “lo stupido taglia il ramo su cui è seduto”, vero?

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