Menu

Israele verso la guerra contro tutti

Lo schema si ripete da 80 anni: Israele non fa trattative, ma impone il proprio interesse. La sua forza principale non è mai stata «interna», per quanto sia militarizzata la sua popolazione, ma soprattutto «esterna».

Solo il sostegno senza limiti degli Stati Uniti ha consentito che questo Stato etnico-religioso, razzista e aggressivo, si potesse non solo tenere in piedi ma espandere il territorio sotto il proprio controllo a spese di tutti i vicini.

Ora però sembra ci sia una novità, vedremo se reale o solo «recitata», come altre volte è avvenuto. Ieri, aprendo la riunione del Gabinetto di guerra, Netanyahu ha formalmente affossato il «piano in 15 punti» imposto da Donald Trump ormai quasi un anno fa per «metter fine alla guerra di Gaza» (questa è la loro formulazione di un genocidio in diretta tv).

Il Board of Peace crolla senza che abbia prodotto un solo risultato, all’indomani – e non è un paradosso – della firma del primo contratto per la presunta «ricostruzione»: una base militare Usa, non gli alberghi, i resort o i casinò da edificare su un campo di sterminio a cielo aperto.

Netanyahu ha stracciato ogni parvenza di accordo affermando che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza (che occupa per più della metà della superficie) finché Hamas non sarà disarmato — “armi pesanti, armi leggere, tutte le armi”.

In pratica vuole la certezza che i palestinesi (ci sono una decina di organizzazioni diverse, a Gaza, Hamas è solo la principale) non sian in grado di esercitare la benché minima autodifesa. Poi troverà una scusa qualsiasi per andare avanti con la pulizia etnica di tutta l’area, gettando quasi due milioni di persone verso il deserto o l’Egitto.

Non ancora soddisfatto, l’ex «testa di cuoio» all’aeroporto di Lod (1972) ha affermato che finché lui sarà primo ministro non ci sarà nessuno Stato Palestinese, in nessuna zona della Palestina storica.

Con ciò viene tra l’altro resa una barzelletta la frase che i leader occidentali ripetono per giustificare il loro appoggio a Tel Aviv e il rifiuto di riconoscere la Palestina, ossia la formula dei «due stati».

Come si vede, il problema non è mai stato il «riconoscimento di Israele» da parte palestinese, ma l’esatto contrario.

Israele non riconosce alcun patto, alcuna condizione, alcun «obbligo reciproco» (il fondamento di qualsiasi accordo duraturo), pretendendo il diritto di stabilire unilateralmente quale sia il vero contenuto di un cosiddetto accordo ed anche le condizioni di verifica.

E’ la traduzione «diplomatica» del criterio operativo che guida il genocidio: tutto ciò che colpisce (ospedali, ambulanze, bambini, donne, anziani, scuole, ecc) è «hamas». Non c’è bisogno di un riscontro: è un’affermazione indifferente alla realtà. Una volontà genocida senza contraddittorio possibile.

In Cisgiordania, infatti, dove Hamas non c’è, la situazione è identica, anche se formalmente l’offensiva contro la popolazione palestinese è affidata ai «coloni escursionisti» – definizione del corrispondente Rai da Gerusalemme – che vengono poi supportati dai reparti dell’esercito per «legalizzare» l’occupazione di campi, case, ecc.

Qui è già operativo il trasferimento della competenza catastale sulla cosiddetta «Area C» dall’Amministrazione civile militare al Ministero della Giustizia israeliano. Un’area la cui proprietà individuale è in larga parte non registrata e quindi la terra palestinese viene «trasferita» al demanio e concessa in locazione a cittadini israeliani, moltiplicando gli insediamenti illegali.

In Libano l’esercito di Tel Aviv ha ripreso ad avanzare stracciando l’accordo siglato davanti allo stesso Trump, che aveva convocato a Washington il presidente-complice Aoun.

Sull’Iran, infine, la partita sembra destinata ai tempi supplementari. Com’è ormai conclamato, gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita avendo raggiunto un livello di consumo dei missili – sia d’attacco che intercettori (Patriot, ecc) – tale da non consentire per il momento grandi offensive senza rischi di perdere uomini e mezzi in quantità politicamente inaccettabile per l’elettorato Usa.

Voci da Washington danno Trump ormai prossimo a «dichiarare vittoria» anche in assenza di risultati che vadano oltre la riapertura dello Stretto di Hormuz (che, ricordiamo, era sempre rimasto aperto e libero fino all’attacco israelo-americano del 28 febbraio). Apertura peraltro contrattata direttamente tra i due paesi rivieraschi, ossia tra Iran e Oman, senza la partecipazione diretta di Washington.

Un risultato, quest’ultimo, che potrebbe certificare una fortissima riduzione dell’influenza statunitense sulla Regione.

Ipotesi vista con terrore a Tel Aviv, dove sia Netanyahu che la cosiddetta «opposizione» sembrano pronti a riprendere l’attacco all’Iran anche da soli.

A prima vista sembra un mezzo suicidio, perché lo «scudo antimissile» israeliano, il celebrato «Iron Dome», utilizza ovviamente intercettori fabbricati dagli Stati Uniti. E se questi non ne hanno abbastanza per le proprie esigenze – anche le forniture a Kiev sono ormai al lumicino – non si vede come possano magicamente moltiplicarsi nella disponibilità di Israele.

Già un anno fa, infatti, la tattica di risposta iraniana aveva «saturato» le capacità difensive israeliane con ondate di droni economici e missili balistici di precisione, provocando danni seri su cui era stato posto il segreto militare.

E allora le basi e soprattutto i radar statunitensi nel Golfo erano pienamente operativi, consentendo così l’indivìduazione dei colpi in arrivo con un certo anticipo. Ora che quella rete è stata pesantemente danneggiata in oltre cinque mesi di guerra sembra difficile che l’Iron Dome possa mantenere le mirabolanti prestazioni vantate da Tel Aviv (anche a fini pubblicitari, per vendere software e sistemi militari).

E dunque? L’ipotesi principale è che tornando all’attacco di Tehran il governo israeliano voglia costringere gli Stati Uniti a riprender le ostilità anche controvoglia e assumendo rischi maggiori. In alternativa, però, si riaffaccia all’orizzonte la minaccia nucleare israeliana, perché sul piano della «guerra convenzionale» buona parte degli antichi vantaggi non ci sono più.

Fermare Israele è il problema del mondo intero, oramai. E persino dell’America, se non vuole veder crollare in poco tempo quanto resta della sua traballante egemonia.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • Lorenzo Rizzotti

    Sono totalmente d’accordo sulla sostanza dell’articolo, che Israele sia un pericolo per il mondo intero e vada fermato ( non “rallentato” perchè possa riprendere i suoi disegni criminali, su cui non ha mai avuto incertezze, aspettando il prossimo momento favorevole, e non si llimiterà di certo alla Palestina storica).
    Purtroppo temo che l’analisi per cui ,l’esaurimento degli armamenti potrebbe influenzare la politica usa in senso antibellicista non tenga conto della strapotenza e spregiudicatezza della lobby ebraica e della vocazione bellicista “a prescindere” del popolo americano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *