Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano nei confronti della Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.
In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui Paesi amici?
Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.
Le conseguenze?
Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.
Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?
Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano dato e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran nel 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina”.
In che senso?
Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane che in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.
Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?
Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del sud.
Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?
Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato appena stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.
Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?
La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano.
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei vengono “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione.
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran.
Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione…
Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina, è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.
Come evolve il rapporto con la Cina?
Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato il porto fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oresnic, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.
Ma quali sarebbero i motivi?
Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non vuole alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran. Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi, il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.
Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?
In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte.
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel mar arabico attuando il blocco al blocco iraniano senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dei marines a bordo della portaerei Lincoln, da molti mesi in mare e parcheggiata tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare in acqua.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.
In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?
Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi) hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale; solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine al conflitto con l’Iran, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.
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