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“Strangolare” l’Iran? Tra il dire e il fare, ce ne corre…

L’ultima parola d’ordine statunitense, come già riportato, è “strangolamento economico”. Dell’Iran, in questo caso, ma facendo l’esempio pratico di Cuba.

A tutti gli analisti attendibili questo “cambio di strategia” è apparso subito come un’ammissione di debolezza. Esaurite le opzioni militari – i bombardamenti ottengono risultati limitati, l’attacco di terra costerebbe troppo in termini economici e soprattutto umani (soldati americani, chiaro, “il nemico” non conta mai), l’uso dell’atomica aprirebbe una fase incontrollabile con le altre potenze nucleari – si ripiega sul logoramento dell’economia iraniana, che di certo non se la passa benissimo.

Detto questo, come si fa? Il controllo delle frontiere esterne è di fatto impossibile, viste le dimensioni del Paese e la varietà geostrategica dei vicini. Quello aereo sarebbe più praticabile, ma ben poca parte del traffico commerciale  viaggia in questo modo. Senza contare che i principali vettori diretti a Tehran sono russi, cinesi, ecc.

Il blocco di Hormuz è bilaterale, ossia reciproco. E allora è partita una sottile valanga di indiscrezioni pilotata dal sito Axios – tramite il solito Barak Ravid (ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’intelligence israeliana) – che descrivono un fantastico film in cui “una lunga fila di petroliere viene fatta uscire nottetempo dal Golfo Persico lungo un canale molto vicino alle coste dell’Oman, sotto scorta delle navi militari Usa”. Lo stesso, quasi contemporaneamente, avverrebbe per le petroliere vuote che debbono entrare per caricare. “I soli ignoti” in dimensioni hollywoodiane…

E gli iraniani? Zitti e buoni, perché i bombardamenti Usa avrebbero distrutto buona parte dei radar lungo lo Stretto di Hormuz, “accecando” di fatto droni e missili che potrebbero essere sparati. Quanto basta per far dire a Trump, in tv, che Abbiamo spazzato via l’Iran”.

Impossibile trovare il benché minimo riscontro a questo traffico gigantesco, che avrebbe mobilitato circa 10 milioni di barili al giorno (il 50% del traffico pre-bellico) e contribuito a calmierare I prezzi comunque in ascesa del greggio sui mercati. Basta la parola di Barak…

Il vicepresidente J.D Vance e il ministro del Tesoro Bessent sembrano essere gli incaricati della gestione “ottimistica” della nuova strategia, a fini soprattutto interni.

Il primo, in un’intervista rilanciata dalla Cnn, spiega che Lo strumento più efficace che abbiamo è la pressione economica che possiamo esercitare su di loro. E questa è una danza delicata, perché se esercitiamo pressione economica su di loro, loro cercheranno di fare altrettanto con noi”. Ma naturalmentenelle ultime due settimane loro hanno subito molta più pressione di noi”. 

Vance ha dovuto comunque ammettere che, nonostante questa “prevalenza” Usa, ovviamente i prezzi del petrolio sono alti, come si può notare alla pompa(il primo cruccio dell’americano medio). Ma siccome “stiamo facendo transitare le navi nello Stretto” in una certa quantità, “se riusciamo, non tanto a riportarlo alla situazione precedente, ma a far uscire abbastanza petrolio e gas, riusciremo a dare un po’ di sollievo agli americani alla pompa, un po’ di sollievo sui prezzi dell’energia”. 

Un po’ pochino per “strangolare” un paese enorme, posizionato agli antipodi degli States e con una popolazione dieci volte superiore a quella cubana (che ha la sfortuna di vivere ai confini del “mostro”). Più esplicito ancora Bessent, che ha annunciato “le sanzioni più dure della storia”, esortando però Pechino a collaborare con Washington. Tradotto: “se non collabora, non funzionano“. Fino allo sconsolato “Se applichiamo la massima pressione economica, è improbabile che si assista a una ripresa su larga scala delle operazioni militari“.

Isolare Tehran economicamente è del resto un’impresa ritenuta fattualmente impossibile. Praticamente non ci sono rapporti commerciali con il resto dell’Occidente, quindi non si può tagliare quello che non c’è.

La gran parte del petrolio era ed è venduta alla Cina, che ha da poco inaugurato una lunghissima tratta ferroviaria fino a Tehran. Ancora non funziona a pieno ritmo, ma il traffico va ovviamente crescendo per compensare il blocco di Hormuz.

I rapporti con la Russia viaggiano attraverso il mar Caspio, e quindi fuori da ogni possibile blocco Usa.

Anche sul piano strettamente finanziario – circolazione monetaria, sistemi di pagamento internazionali, ecc – Tehran è da anni fuori dal controllo statunitense, rapportandosi con i suoi partner grazie ad altri meccanismi istituzionalizzati (per esempio Russia e Cina hanno sviluppato sistemi di pagamento che ignorano lo Swift, controllato dagli Usa).

Tutti i corridoi commerciali che in varia misura attraversano o sfiorano l’Iran coinvolgono un numero di paesi molto elevato e con rapporti assai differenziati tra loro. Esercitare “pressione” su tutti significherebbe ridurre anche l’efficacia di quei corridoi per gli interessi Usa e israeliani (si veda l’importante analisi pubblicata qui oggi), mettere in discussione alleanze già siglate o in fase di elaborazione, gettando magari potenziali “clienti” su corridoi alternativi già esistenti e rodati.

Il “cambio di strategia”, quindi, col passare dei giorni assume i contorni di una “pausa di riflessione” in attesa che le elezioni di midterm stabiliscano il nuovo quadro politico interno agli Stati Uniti (avere un Congresso a maggioranza democratica, con una forte componente “socialista” e pro-palestinese, intralcerebbe non poco un presidente abituato a viaggiare a colpi di “decreti esecutivi”) e magari che le industrie Usa rimpolpino le scorte di missili Patriot e Tomahawk, giunte al limite dell’operatività.

Non sembra un caso che la retorica tonitruante delle “misure mai viste prima” si sia spostata dal piano militare (“cancelleremo una civiltà”) al più prosaico “imporremo sanzioni, se sarà possibile”.

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