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Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese…), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Tehran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc.

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

a) una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;

b) le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;

c) i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allargava all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 100 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma nix soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Tehran, ecc.

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti…

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