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La psico-guerra economica all’Iran

Scott Bessent come Andrea Delmastro: per l’Iran «Zero contatti, nessuno spazio per respirare».

Uno psicoanalista potrebbe spiegare meglio di noi questa fissazione dei reazionari per il “soffocamento” di altri esseri viventi, scovando magari qualche fantasia per le pratiche sessuali sadomaso Epstein style. Ma sta di fatto che il segretario al Tesoro Usa, ex amministratore di hedge fund abituato a fare il bello e cattivo tempo a Wall Street, non ha saputo trovare una metafora migliore per sintetizzare le “misure straordinarie” (di ordinario in quella amministrazione non ci può essere nulla…) disegnate per asfissiare l’economia di Tehran.

Non ci vuol molto a vedere che la logica messa al lavoro è identica a quella che governa l’assedio di Cuba, con cui Tehran condivide la lunga durata (dal 1979, mentre per L’Avana ci sono venti anni in più) e l’orgoglio dell’indipendenza.

Sistema economico e politico, risorse naturali, quantità della popolazione, visione del mondo, ecc, sono invece molto diverse. Dunque anche le singole misure sono state immaginate cercando di tener presente queste differenze.

Cosa c’è in comune

Rispetto alle amministrazioni precedenti è stato completamente cancellato qualsiasi riferimento a un “quadro di regole legali” di portata internazionale. Gli Stati Uniti attuali “fanno quello che vogliono”, senza più pretendere che sia “giusto” o “legale”.

Resta ferma invece la “centralità del comando” in capo alla Casa Bianca, per la quale i propri ordini vanno eseguiti e basta, sia dagli alleati che dai “competitori”. “Anche dalla Cina”, ci ha tenuto a dire Bessent. È tempo per i leader mondiali di prendere una decisione … tra America e Iran“, ha detto. Senza altre giustificazioni “moraleggianti”…

Le misure

I dettagli costituiscono sicuramente una lista sterminata, ma vanno raggruppati come sanzioni secondarie nei settori degli asset digitali, della tecnologia, dell’oro, dell’aviazione e del trasporto marittimo. Sarebbero questi i settori utilizzati dall’Iran per generare entrate, eludere le sanzioni o comunque mitigare la pressione economica.

Il primo problema è rappresentato dal fatto che Tehran è sotto sanzioni Usa fin dalla rivoluzione khomeinista del ‘79, quindi non ha più molto in comune con il sistema finanziario internazionale controllato dagli Stati Uniti. Per rendere effettive le sanzioni, dunque, queste dovranno prendere di mira chi invece dentro questo sistema “dollarizzato” vive ed opera.

In pratica, qualsiasi paese o società privata che dovesse continuare a fare affari con Iran vedrà bloccati i propri conti, le proprie carte di credito, i contratti in essere o in discussione, ecc. L’esempio vivente – anche se poi un tribunale Usa ha annullato quelle sanzioni – è Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina, che per molti mesi si è vista impedire qualsiasi operazione bancaria.

Il sistema finanziario occidentale, infatti, viaggia attraverso il sistema di pagamenti internazionali Swift, pienamente controllato da Washington, che dunque rende operative le sue “sanzioni” potendo decidere se un soggetto qualsiasi può operare oppure no.

Ma il mondo ha preso atto da tempo di questa malevola anomalia. Cina, Russia e altri paesi hanno dato vita a sistemi di pagamento alternativi, o da soli o coordinandosi con altri, e questo va riducendo in proporzione il dominio del sistema finanziario Usa e dello stesso dollaro.

La durata

Bessent è stato vago. Potrebbe durare il tempo necessario a far celebrare le elezioni di midterm – il primo martedì di novembre – che potrebbero mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Congresso. Dopo, eventualmente, Trump potrebbe riconsiderare l’opzione militare come prevalente o di “accompagnamento” alla guerra economica.

Ma potrebbe anche durare tendenzialmente all’infinito, visto che la soluzione militare – senza poter agire con l’invasione di terra o utilizzando l’arma atomica (ci hanno pensato, al Pentagono e a Tel Aviv, ma hanno soprasseduto) – non è risultata vincente. Anzi…

L’efficacia

L’Iran, sul piano economico, non se la passa certamente bene da decine di anni, pur crescendo come Paese fino a presentare un’industria moderna, infrastrutture notevoli, una quantità di laureati superiore a quelli Usa, un sistema missilistico economico ma efficiente, ecc.

L’inflazione è però pesantissima e mina la capacità di acquisto di salari e pensioni, esponendo così il governo a periodiche crisi di consenso che costituiscono per l’Occidente altrettante occasioni di “ingerenza” (anche se non più travestita da “umanitaria”).

Ma c’è da dire che quasi 50 anni di sanzioni non sono serviti a impedire il consolidamento del sistema istituzionale iraniano, che ha sicuramente molti avversari interni ma gode di una seguito popolare maggioritario, rinforzato peraltro proprio dagli attacchi israelo-americani.

I dirigenti iraniani, peraltro, non negano le difficoltà ed il “dibattito interno” sembra considerare la possibile alternativa tra “pace presto”, capitalizzando il successo – aver resistito per sei mesi infliggendo colpi serissimi al sistema di basi militari Usa in Medio Oriente -, oppure puntare su una guerra d’attrito, inevitabilmente di lunga durata, contando sul fatto che l’economia Usa e quella mondiale non possono reggere in eterno in una situazione di incertezza sulle forniture di idrocarburi. Come si vede dai prezzi alla pompa, peraltro…

Lo stesso Barak Ravid – l’(ex?) ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano delegato a gestire il sito Axios sulla guerra all’Iran – è abbastanza scettico sull’efficacia della strategia economica.

Affinché la nuova campagna di pressione economica sia efficace, gli Stati Uniti dovranno mobilitare i loro alleati occidentali per formare una coalizione per far rispettare le misure contro l’Iran.

L’amministrazione Trump dovrà anche affrontare in modo aggressivo paesi come Cina, Russia, India, Pakistan, Qatar, Turchia e altri che commerciano ancora con l’Iran, qualcosa che finora non ha fatto.”

Gli stessi Stati Uniti, per dire, hanno dovuto ad un certo punto sospendere persino le proprie sanzioni sul petrolio iraniano già caricato sulle navi per cercare di contenere l’ascesa dei prezzi.

Convincere gli “alleati” europei o il Giappone è già complicato (Tokyo dipende al 90% dal petrolio del Golfo Persico); minacciare i “mediatori (Pakistan, Qatar, Turchia, ecc) già un po’ più difficile; obbligare Pechino e Mosca a seguire gli ordini di Trump è escluso categoricamente.

Non serve un genio della geopolitica per capire che gli Usa stanno sistematicamente attaccando i paesi “indipendenti” che fin qui si erano difesi cercando alternative commerciali stabili proprio con Russia e Cina, dentro e fuori i Brics+. Che queste due superpotenze collaborino al proprio stesso “strangolamento” è un obiettivo così stupido da esser difficilmente commentabile.

Pechino, ci viene ricordato sempre, ha un’infinità di leve per ridimensionare la iattanza di Washington. Primo fra tutti il controllo dei giacimenti di terre rare nonché il quasi monopolio nella loro raffinazione. In pratica si tratta di 17 elementi, ovvero i 15 elementi della serie dei lantanidi, più lo scandio e l’ittrio, metalli classificati tra le terre rare per affinità chimica e compresenza nei minerali.

Tutti, chi più chi meno, servono per la costruzione di armi Usa ad alta tecnologia (dai missili spalleggiabili Stinger fino ai Patriot, i Thaad e SM-3), che – guarda il caso – si sono andate esaurendo nei magazzini del Pentagono e in quelli dei paesi Nato proprio grazie al loro uso smodato nelle guerra in Ucraina e Iran, oltre che per lo “scudo” su Israele (peraltro “bucato” con attacchi a saturazione).

La “coperta corta”, come si vede anche solo da questi accenni, è il problema che erode l’egemonia Usa. A sentire le parole – sia di Trump che di Bessent – sembra che non se ne siano ancora accorti. Ma è certo che, almeno dal Pentagono, qualcuno glielo sta ricordando…

Se c’è qualcuno che “fa fatica a respirare”, insomma, sta da quelle parti…

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