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Cuba/Venezuela, due strade opposte davanti all’imperialismo

Ci sono momenti nella storia nei quali le parole sovranità, indipendenza e dignità cessano di essere concetti astratti e diventano una scelta concreta.

Quello che sta accadendo oggi nei Caraibi e in America Latina ci pone davanti a due immagini profondamente diverse: da una parte Cuba, sottoposta a una pressione economica, politica e mediatica senza precedenti e tuttavia determinata a non arrendersi; dall’altra un Venezuela che, dopo la drammatica svolta politica degli ultimi mesi, rischia di vedere progressivamente cedute le proprie risorse strategiche e la propria capacità di autodeterminazione.

La distanza tra queste due traiettorie appare oggi ancora più evidente alla luce delle dichiarazioni di Miguel Díaz-Canel e dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con Caracas.

Il presidente cubano ha ribadito che l’isola è sottoposta a una guerra multidimensionale e a un blocco energetico che ha prodotto conseguenze durissime sulla vita quotidiana della popolazione, con carenze di elettricità, acqua, trasporti, alimenti e medicinali. Ma, nello stesso tempo, ha affermato senza ambiguità: “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”.

Questa è la differenza fondamentale. Cuba può essere criticata, discussa, analizzata nelle sue contraddizioni e nelle sue difficoltà, ma non si è consegnata. Díaz-Canel ha respinto l’idea che le aperture economiche introdotte per affrontare l’emergenza rappresentino un ritorno al capitalismo e ha legato esplicitamente la difesa del socialismo alla difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità.

Ha ricordato inoltre che il Paese ha già attraversato momenti nei quali la sopravvivenza stessa della Rivoluzione sembrava impossibile e che, ancora una volta, la scelta è quella di resistere senza subordinarsi agli interessi degli Stati Uniti.

Cuba resiste mentre il Venezuela sembra arrendersi,  rischiando di vedere le proprie immense risorse petrolifere sempre più sottoposte al controllo degli interessi americani.

È una contraddizione che Diaz-Canel  denuncia senza mezzi termini: possibile che ai vertici venezuelani non resti nemmeno un briciolo di dignità, politica e umana, davanti a quella che appare come la svendita della sovranità, dell’autodeterminazione e dell’eredità della Rivoluzione bolivariana? Se Cuba, pur stremata, sceglie di resistere, il Venezuela sembra invece imboccare la strada della resa.

Il caso venezuelano appare invece drammaticamente diverso. L’annuncio del nuovo accordo petrolifero tra Washington e Caracas apre interrogativi enormi sul futuro della sovranità economica del Paese. Secondo quanto riportato da ANSA, Donald Trump ha parlato del “più grande accordo della storia”, indicando in 65 miliardi di barili le riserve interessate dall’intesa.

Una joint venture privata controllata dal Pentagono dovrebbe ottenere il 55% della produzione effettiva e, secondo un funzionario della Casa Bianca citato dalla stessa agenzia, sarebbero stati concessi diritti di sfruttamento dei giacimenti per un periodo di cento anni.

Se questi elementi saranno confermati nella loro configurazione definitiva, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più profondo di un semplice accordo commerciale. Il problema non sarebbe soltanto chi estrae il petrolio venezuelano, ma chi controlla una risorsa strategica fondamentale per il futuro del Paese.

L’ANSA rileva che, per la prima volta, il Venezuela potrebbe cedere il controllo dei propri giacimenti a una compagnia privata sotto l’influenza degli Stati Uniti, mentre resta ancora da chiarire il ruolo della compagnia petrolifera statale Pdvsa.

È qui che emerge una domanda politica che non può essere elusa: che cosa rimane della sovranità bolivariana se il controllo delle principali ricchezze energetiche viene progressivamente trasferito a soggetti privati legati agli interessi statunitensi?

Il petrolio venezuelano non è una merce qualsiasi. È il cuore materiale della sovranità economica del Paese, una risorsa che Hugo Chávez aveva sottratto alla logica della rendita oligarchica e utilizzato come strumento di redistribuzione sociale, integrazione latinoamericana e costruzione di un progetto politico indipendente.

Per questo l’eventuale cessione del controllo dei giacimenti non può essere raccontata semplicemente come una misura necessaria per rilanciare la produzione. È necessario interrogarsi su quale modello di sviluppo, quale sovranità e quale rapporto con gli Stati Uniti emergeranno da questa trasformazione.

Il punto è ancora più grave perché la vicenda si inserisce in un contesto nel quale Washington ha assunto un ruolo centrale nella gestione e nella commercializzazione del greggio venezuelano dopo la cattura di Nicolás Maduro e la successiva ascesa di Delcy Rodríguez. L’ANSA sottolinea inoltre che Caracas starebbe valutando persino l’uscita dall’Opec, scelta che rappresenterebbe un ulteriore segnale del riallineamento strategico del Paese.

Di fronte a tutto questo, non possiamo limitarci a registrare gli eventi come se fossero semplici operazioni finanziarie. È necessario parlare apertamente di una possibile svendita della sovranità economica e del patrimonio politico costruito dal processo bolivariano. E dobbiamo domandarci come sia stato possibile arrivare a un punto nel quale il Paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo rischia di vedere il controllo di una parte decisiva di quelle risorse spostarsi verso interessi privati sotto l’influenza di Washington.

La critica deve essere rivolta con estrema durezza alle scelte dell’attuale classe dirigente venezuelana e dei vertici del Psuv, ma senza trasformare il giudizio politico in accuse personali prive di prove. Non è necessario ipotizzare interessi privati o affari personali per denunciare ciò che politicamente appare come una contraddizione enorme: un processo nato nel nome della sovranità e dell’indipendenza rischia di approdare alla subordinazione delle principali risorse strategiche agli interessi di una potenza straniera.

E tuttavia il Venezuela non è soltanto il suo governo. Esiste un Venezuela profondo: quello dei movimenti sociali, delle comuni, dei quartieri popolari, dei lavoratori, delle fabbriche, degli intellettuali e di tutti quei settori che continuano a riconoscersi nella memoria politica di Hugo Chávez e nell’idea di una rivoluzione bolivariana fondata sulla sovranità popolare. È da questi settori che può nascere una nuova organizzazione politica e sociale capace di riaprire una prospettiva di emancipazione.

Non si tratta di idealizzare il passato né di negare gli errori, le contraddizioni e le difficoltà attraversate dal Venezuela. Si tratta di distinguere tra il popolo venezuelano e le decisioni di chi oggi esercita il potere. La sovranità appartiene al popolo, non a un gruppo dirigente. E proprio per questo la critica più dura alle scelte del governo può e deve accompagnarsi alla solidarietà verso quelle forze sociali che intendono rilanciare il progetto bolivariano su basi nuove, democratiche e popolari.

Cuba, intanto, offre un’immagine diversa. L’isola è allo stremo, sottoposta a un blocco che Díaz-Canel descrive come una guerra economica, energetica, ideologica e mediatica. Il presidente cubano riconosce apertamente le difficoltà e ammette la necessità di riforme economiche, ma respinge l’idea che queste significhino abbandonare il socialismo. Le 176 misure approvate dall’Avana vengono presentate come strumenti per affrontare una situazione eccezionale, non come una resa ideologica.

La frase di Díaz-Canel è semplice e, proprio per questo, politica: “Non abbiamo altra alternativa che resistere”. E ancora più significativo è il rifiuto di accettare un dialogo fondato sulla subordinazione. Cuba dichiara di essere disponibile al dialogo con Washington, ma non a negoziare sotto pressione o a cedere la propria sovranità.

Questa posizione non significa che Cuba non debba cambiare. Al contrario: la sopravvivenza della Rivoluzione richiede capacità di trasformazione, innovazione economica, maggiore efficienza, partecipazione popolare e capacità di rispondere alle sofferenze reali della popolazione. Ma una riforma non è necessariamente una resa. Il problema è chi decide, nell’interesse di chi e dentro quale rapporto di forza internazionale.

È questo il nodo che accomuna, per contrasto, Cuba e Venezuela. Una cosa è aprire spazi economici per sopravvivere a un assedio senza rinunciare alla sovranità; altra cosa è consegnare il controllo delle proprie risorse strategiche alla potenza che esercita la maggiore pressione sul Paese.

Per questo oggi Cuba merita attenzione non come modello perfetto e intoccabile, ma come esperienza di resistenza nazionale e politica. Il Venezuela, invece, deve essere guardato con preoccupazione: non perché il suo popolo abbia rinunciato alla propria storia, ma perché una parte della sua classe dirigente sembra accettare un processo di progressiva subordinazione economica che rischia di cancellare il significato stesso della rivoluzione bolivariana.

La questione non è dunque scegliere tra due governi. È scegliere tra due idee di America Latina: una terra capace di decidere autonomamente delle proprie risorse e del proprio futuro oppure un continente nuovamente trasformato in piattaforma di estrazione delle ricchezze al servizio delle grandi potenze.

Cuba, oggi, dice che non si consegna. Il Venezuela ci ricorda quanto rapidamente una rivoluzione possa essere svuotata dall’interno quando la sovranità viene trasformata in una variabile negoziabile.

Per questo dobbiamo sostenere ogni processo di riorganizzazione popolare, sociale e culturale che in Venezuela voglia recuperare il senso originario del progetto bolivariano. E dobbiamo guardare alla resistenza cubana con rispetto, perché in un’America Latina nuovamente attraversata da pressioni esterne e da interessi geopolitici, la difesa dell’indipendenza non è una nostalgia del passato: è una questione drammaticamente attuale.

La distanza tra queste due traiettorie appare oggi ancora più evidente alla luce delle dichiarazioni di Miguel Díaz-Canel e dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con Caracas. Il presidente cubano ha ribadito che l’isola è sottoposta a una guerra multidimensionale e a un blocco energetico che ha prodotto conseguenze durissime sulla vita quotidiana della popolazione, con carenze di elettricità, acqua, trasporti, alimenti e medicinali. Ma, nello stesso tempo, ha affermato senza ambiguità: “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”.

Questa è la differenza fondamentale. Cuba può essere criticata, discussa, analizzata nelle sue contraddizioni e nelle sue difficoltà, ma non si è consegnata. Díaz-Canel ha respinto l’idea che le aperture economiche introdotte per affrontare l’emergenza rappresentino un ritorno al capitalismo e ha legato esplicitamente la difesa del socialismo alla difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità. Ha ricordato inoltre che il Paese ha già attraversato momenti nei quali la sopravvivenza stessa della Rivoluzione sembrava impossibile e che, ancora una volta, la scelta è quella di resistere senza subordinarsi agli interessi degli Stati Uniti.

Cuba resiste mentre il Venezuela sembra arrendersi. È questo il drammatico contrasto che emerge dalle parole di Miguel Díaz-Canel e dalla nuova intesa petrolifera tra Caracas e Washington. “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”, ha detto il presidente cubano, ribadendo che l’Avana non intende consegnare la propria sovranità nonostante le durissime pressioni statunitensi. Dall’altra parte, il Venezuela rischia di vedere le proprie immense risorse petrolifere sempre più sottoposte al controllo degli interessi americani. È una contraddizione che Diaz-Canel  denuncia senza mezzi termini: possibile che ai vertici venezuelani non resti nemmeno un briciolo di dignità, politica e umana, davanti a quella che appare come la svendita della sovranità, dell’autodeterminazione e dell’eredità della Rivoluzione bolivariana? Se Cuba, pur stremata, sceglie di resistere, il Venezuela sembra invece imboccare la strada della resa.

Il caso venezuelano appare invece drammaticamente diverso. L’annuncio del nuovo accordo petrolifero tra Washington e Caracas apre interrogativi enormi sul futuro della sovranità economica del Paese. Secondo quanto riportato da ANSA, Donald Trump ha parlato del “più grande accordo della storia”, indicando in 65 miliardi di barili le riserve interessate dall’intesa. Una joint venture privata dovrebbe ottenere il 55% della produzione effettiva e, secondo un funzionario della Casa Bianca citato dalla stessa agenzia, sarebbero stati concessi diritti di sfruttamento dei giacimenti per un periodo di cento anni.

Se questi elementi saranno confermati nella loro configurazione definitiva, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più profondo di un semplice accordo commerciale. Il problema non sarebbe soltanto chi estrae il petrolio venezuelano, ma chi controlla una risorsa strategica fondamentale per il futuro del Paese. ANSA rileva che, per la prima volta, il Venezuela potrebbe cedere il controllo dei propri giacimenti a una compagnia privata sotto l’influenza degli Stati Uniti, mentre resta ancora da chiarire il ruolo della compagnia petrolifera statale Pdvsa.

È qui che emerge una domanda politica che non può essere elusa: che cosa rimane della sovranità bolivariana se il controllo delle principali ricchezze energetiche viene progressivamente trasferito a soggetti privati legati agli interessi statunitensi?

Il petrolio venezuelano non è una merce qualsiasi. È il cuore materiale della sovranità economica del Paese, una risorsa che Hugo Chávez aveva sottratto alla logica della rendita oligarchica e utilizzato come strumento di redistribuzione sociale, integrazione latinoamericana e costruzione di un progetto politico indipendente. Per questo l’eventuale cessione del controllo dei giacimenti non può essere raccontata semplicemente come una misura necessaria per rilanciare la produzione. È necessario interrogarsi su quale modello di sviluppo, quale sovranità e quale rapporto con gli Stati Uniti emergeranno da questa trasformazione.

Il punto è ancora più grave perché la vicenda si inserisce in un contesto nel quale Washington ha assunto un ruolo centrale nella gestione e nella commercializzazione del greggio venezuelano dopo la cattura di Nicolás Maduro e la successiva ascesa di Delcy Rodríguez. ANSA sottolinea inoltre che Caracas starebbe valutando persino l’uscita dall’Opec, scelta che rappresenterebbe un ulteriore segnale del riallineamento strategico del Paese.

Di fronte a tutto questo, non possiamo limitarci a registrare gli eventi come se fossero semplici operazioni finanziarie. È necessario parlare apertamente di una possibile svendita della sovranità economica e del patrimonio politico costruito dal processo bolivariano. E dobbiamo domandarci come sia stato possibile arrivare a un punto nel quale il Paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo rischia di vedere il controllo di una parte decisiva di quelle risorse spostarsi verso interessi privati sotto l’influenza di Washington.

La critica deve essere rivolta con estrema durezza alle scelte dell’attuale classe dirigente venezuelana e dei vertici del Psuv, ma senza trasformare il giudizio politico in accuse personali prive di prove. Non è necessario ipotizzare interessi privati o affari personali per denunciare ciò che politicamente appare come una contraddizione enorme: un processo nato nel nome della sovranità e dell’indipendenza rischia di approdare alla subordinazione delle principali risorse strategiche agli interessi di una potenza straniera.

E tuttavia il Venezuela non è soltanto il suo governo. Esiste un Venezuela profondo: quello dei movimenti sociali, delle comuni, dei quartieri popolari, dei lavoratori, delle fabbriche, degli intellettuali e di tutti quei settori che continuano a riconoscersi nella memoria politica di Hugo Chávez e nell’idea di una rivoluzione bolivariana fondata sulla sovranità popolare. È da questi settori che può nascere una nuova organizzazione politica e sociale capace di riaprire una prospettiva di emancipazione.

Non si tratta di idealizzare il passato né di negare gli errori, le contraddizioni e le difficoltà attraversate dal Venezuela. Si tratta di distinguere tra il popolo venezuelano e le decisioni di chi oggi esercita il potere. La sovranità appartiene al popolo, non a un gruppo dirigente. E proprio per questo la critica più dura alle scelte del governo può e deve accompagnarsi alla solidarietà verso quelle forze sociali che intendono rilanciare il progetto bolivariano su basi nuove, democratiche e popolari.

Cuba, intanto, offre un’immagine diversa. L’isola è allo stremo, sottoposta a un blocco che Díaz-Canel descrive come una guerra economica, energetica, ideologica e mediatica. Il presidente cubano riconosce apertamente le difficoltà e ammette la necessità di riforme economiche, ma respinge l’idea che queste significhino abbandonare il socialismo. Le 176 misure approvate dall’Avana vengono presentate come strumenti per affrontare una situazione eccezionale, non come una resa ideologica.

La frase di Díaz-Canel è semplice e, proprio per questo, politica: “Non abbiamo altra alternativa che resistere”. E ancora più significativo è il rifiuto di accettare un dialogo fondato sulla subordinazione. Cuba dichiara di essere disponibile al dialogo con Washington, ma non a negoziare sotto pressione o a cedere la propria sovranità.

Questa posizione non significa che Cuba non debba cambiare. Al contrario: la sopravvivenza della Rivoluzione richiede capacità di trasformazione, innovazione economica, maggiore efficienza, partecipazione popolare e capacità di rispondere alle sofferenze reali della popolazione. Ma una riforma non è necessariamente una resa. Il problema è chi decide, nell’interesse di chi e dentro quale rapporto di forza internazionale.

È questo il nodo che accomuna, per contrasto, Cuba e Venezuela. Una cosa è aprire spazi economici per sopravvivere a un assedio senza rinunciare alla sovranità; altra cosa è consegnare il controllo delle proprie risorse strategiche alla potenza che esercita la maggiore pressione sul Paese.

Per questo oggi Cuba merita attenzione non come modello perfetto e intoccabile, ma come esperienza di resistenza nazionale e politica. Il Venezuela, invece, deve essere guardato con preoccupazione: non perché il suo popolo abbia rinunciato alla propria storia, ma perché una parte della sua classe dirigente sembra accettare un processo di progressiva subordinazione economica che rischia di cancellare il significato stesso della rivoluzione bolivariana.

La questione non è dunque scegliere tra due governi. È scegliere tra due idee di America Latina: una terra capace di decidere autonomamente delle proprie risorse e del proprio futuro oppure un continente nuovamente trasformato in piattaforma di estrazione delle ricchezze al servizio delle grandi potenze.

Cuba, oggi, dice che non si consegna. Il Venezuela ci ricorda quanto rapidamente una rivoluzione possa essere svuotata dall’interno quando la sovranità viene trasformata in una variabile negoziabile.

Per questo dobbiamo sostenere ogni processo di riorganizzazione popolare, sociale e culturale che in Venezuela voglia recuperare il senso originario del progetto bolivariano. E dobbiamo guardare alla resistenza cubana con rispetto, perché in un’America Latina nuovamente attraversata da pressioni esterne e da interessi geopolitici, la difesa dell’indipendenza non è una nostalgia del passato: è una questione drammaticamente attuale.

La vera domanda, alla fine, è una sola: chi deve decidere del petrolio, della terra, delle risorse e del futuro di un popolo? Le comunità e le istituzioni di quel Paese oppure gli interessi economici delle potenze straniere?

È sulla risposta che si misura oggi la differenza tra sovranità e subordinazione, tra resistenza e resa.

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