Ricomincia la tarantella… Dopo un mese passato a contare i missili intercettori mancanti nei magazzini del Pentagono e dunque a presentare la “nuova strategia” fondata sulle sanzioni, gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare strutture iraniane nello Stretto di Hormuz, prendendo di mira soprattutto l’isola di Larak.
La motivazione è risibile, ed era stata in qualche modo anticipata dalla surreale dichiarazione di Trump – qualche giorno fa – secondo cui lo Stretto era stato “completamente ripulito dalle mine” grazie all’azione della Marina Usa e si minacciava Tehran di “gravi conseguenze” se avesse provato a piazzarne altre.
Il “piccolo problema” era che non risultava a nessuno – neanche ai disponibilissimi media occidentali – che ci fosse stata un’attività navale del genere (gli spostamenti sono monitorati da decine di satelliti di vari paesi), per cui era stata addirittura richiesta, mesi fa, la partecipazione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, in possesso di navi dragamine posizionate relativamente vicine (nel Mediterraneo), mentre quelle Usa avrebbero dovuto fare un viaggio che richiede mesi.
Insomma, l’annuncio di Trump valeva come “scusa anticipata” per futuri nuovi attacchi. E in effetti i comunicati del CentCom statunitense sono giocati su questa falsariga. “Posso confermare che oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak“, ha dichiarato in un comunicato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando statunitense.
“Le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l’area e restano pronte a proteggere il libero flusso commerciale attraverso questa via d’acqua essenziale” (che era completamente libera e gratuita fino all’inizio dell’attacco israelo-americano).
Negli stessi minuti una petroliera che si era “fidata” delle dichiarazioni Usa è finita su due mine – nessuno sa dire se vecchie (dunque già “eliminate”) oppure nuove (quelle che avrebbero dovuto essere distrutte dall’”attacco preventivo”) – si è incendiata ed è alla deriva.
L’Iran ha ovviamente risposto nel solito modo, spedendo missili e droni sulla base Usa di Al Minhad, negli Emirati, dove sarebbero dislocati elicotteri e militari americani. Nonché su due basi in Giordania – la Al Azraq e la Re Hussein – con l’ovvio incrocio di dichiarazioni contrapposte: “abbiamo provocato gravi danni” secondo i Guardiani della Rivoluzione oppure “tutti i missili sono stati intercettati” secondo Amman.
Più serio – se confermato – l’abbattimento di un drone MQ-9 Reaper, un grande velivolo carico di costosi sistemi elettronici usato per missioni di sorveglianza a lunga autonomia e di attacco di precisione (può portare oltre mille kg di missili aria-terra AGM-114 Hellfire e bombe guidate laser).
Non sarebbe solo un serio danno economico, ma anche strettamente operativo, perché di questi “aggeggi” – fondamentali per sostituire in qualche misura i sistemi radar già distrutti nei primi sei mesi di guerra – non ce ne sono moltissimi, anche a causa dei lunghi tempi di costruzione.
Al di là di questi scambi di cortesie tutto sommato limitate, sul piano politico bisogna segnalare che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha anticipato l’emissione di nuove sanzioni con scadenza settimanale, a partire dalle banche che hanno rapporti con istituzioni o società di Tehran.
La minaccia – importante, ma sempre meno efficace col passare del tempo – è l’isolamento dal “sistema del dollaro”, anche di società cinesi (sarebbero una sessantina quelle censite come collegate all’Iran), approfondendo dunque quel processo di separazione tra sistemi monetari che, di conseguenza, mina la stessa funzione “egemonica” del dollaro Usa (resta dominante nel proprio campo, ma il terreno di gioco si va restringendo).
Sembra anche simbolicamente significativo che la nuova impennata militare avvenga nel giorno in cui a Bishkek, in Kirghizistan, si apre l’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO, che vede intorno allo stesso tavolo Xi Jinping, Putin, il presidente iraniano Pezeshkian, i capi di stato di India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Bielorussia, più altri paesi “osservatori”.
Un “G20 alternativo” che fa da ponte tra Asia ed est europeo (la condizione per l’ammissione è l’esistenza di frontiere comuni tra un paese e l’altro) dove si discute di infrastrutture di collegamento, sicurezza reciproca (originariamente contro i movimenti separatisti e jihadisti) e soprattutto di creazione di una banca comune di sviluppo. Senza dollaro…
Forse la “nuova tarantella” non si occupa soltanto di qualche mina in fondo al mare…
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