Menu

Dopo lo scioglimento delle FDS: dove va la questione curda?

La scena del Palazzo del Popolo: la fine di un’esperienza e l’inizio di una domanda.

Il 25 agosto 2026 Mazloum Abdi ha annunciato dal Palazzo del Popolo, a Damasco, la fine della missione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e il loro scioglimento come forza militare autonoma, insieme allo scioglimento dell’Amministrazione Autonoma e delle formazioni a essa collegate e alla loro integrazione nelle istituzioni dello Stato siriano. L’annuncio è arrivato dopo l’ampia operazione militare del gennaio 2026, nella quale le FDS hanno perduto vaste aree della loro influenza e che si è conclusa con un accordo complessivo di integrazione.

Vedo in questo un fatto positivo, perché riduce la probabilità di guerre nazionaliste distruttive le cui prime vittime sono i lavoratori delle diverse nazionalità. Gli accordi successivi, tuttavia, dal marzo 2025 fino all’annuncio dello scioglimento, sono rimasti privi di qualsiasi clausola su ciò per cui lottiamo come forze di sinistra: i diritti delle donne, la laicità dello Stato, la fine delle privatizzazioni, la tutela del settore pubblico, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali e libere elezioni democratiche per tutte le cariche.

Il modello delle FDS, presentato da un’ampia parte della sinistra curda e mondiale come una rivoluzione sociale, femminista e democratica dal basso, si è concluso con una decisione calata dall’alto e annunciata da un palazzo presidenziale, senza referendum popolare né alcuna decisione delle comuni che erano state presentate al mondo come titolari della sovranità effettiva.

E gli Stati Uniti, che sono stati il sostegno militare e politico fondamentale delle FDS e al tempo stesso si sono impegnati a sostenere il percorso del nuovo potere a Damasco, sono stati una parte essenziale nel determinare il corso della guerra e poi quello della sua composizione. Questo da solo rivela dove si collocasse la decisione e quali siano i limiti della scommessa sulle grandi potenze capitalistiche.

Ciò che colpisce è la distribuzione dei costi. Il nuovo Stato ha assorbito una parte dell’élite militare e di partito delle FDS, nonostante il suo carattere classista, religioso e autoritario, poiché molti dei suoi dirigenti sono stati nominati a incarichi militari e amministrativi e sono così entrati a far parte della sua struttura di classe, mentre le lavoratrici e i lavoratori manuali e intellettuali curdi, arabi e siriaci sono rimasti davanti agli stessi problemi che precedevano la guerra e che dopo di essa si sono moltiplicati.

Parallelamente sono stati emanati decreti che hanno riconosciuto i curdi come parte essenziale del popolo siriano, insieme alla lingua curda e al Newroz come festa nazionale, e sono stati cancellati gli effetti dell’ingiusto censimento di Hasaka del 1962. Si tratta di conquiste reali per le quali intere generazioni hanno lottato, sebbene il riconoscimento sia arrivato dopo la definizione dei rapporti di forza e non prima, e ciò che viene concesso con un decreto può essere ritirato con un contro-decreto.

Occorre trasformarle in testi costituzionali vincolanti nel quadro di una transizione politica complessiva. E questo avvertimento raddoppia sotto un potere che non ha offerto garanzie vincolanti sulla laicità dello Stato, sui diritti delle donne o sulle libertà pubbliche, e il cui curriculum di repressione e violazioni fa temere un nuovo autoritarismo con copertura religiosa.

Ciò che va messo a verbale e ciò che non si può seppellire

L’obiettività impone di registrare anche gli aspetti positivi. Nella Regione del Kurdistan iracheno è stato accolto un gran numero di sfollati e sono state protette minoranze dal pericolo di sterminio durante l’ascesa dell’Isis, e nel nord e nell’est della Siria le FDS hanno svolto un ruolo efficace nella lotta contro l’Isis pagando un prezzo altissimo in vite umane, mentre si è realizzato un progresso relativo nella partecipazione delle donne, raro nel contesto della regione.

Per converso, le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno documentato nella Regione violazioni gravi e sistematiche: l’arresto e la tortura di giornalisti e difensori dei diritti umani, la repressione delle manifestazioni contro la disoccupazione, la corruzione e i salari non erogati, a volte con munizioni vere, e gravi lacune nella protezione delle donne dalla violenza, accanto ad abusi più ampi documentati anno dopo anno.

Nel nord e nell’est della Siria sono state documentate estese violazioni commesse dalle FDS: il reclutamento di minori di diciotto anni in contrasto con i loro ripetuti impegni, la detenzione arbitraria e la tortura nei centri di reclusione, la repressione delle proteste e accuse di violazioni e trasferimenti forzati ai danni di abitanti arabi. Questi dossier non si sono chiusi con l’integrazione, dato che le conseguenze umanitarie dei combattimenti restano in piedi e la commissione internazionale d’inchiesta rimane l’organo incaricato di accertare le responsabilità.

La contraddizione tra il discorso e la pratica, e la scommessa sull’America

La sinistra, sia locale sia mondiale, affronta una sfida complessa: come difendere i diritti legittimi del popolo curdo mantenendo criteri critici fermi verso tutti i poteri senza eccezione? La solidarietà con i popoli oppressi è una posizione di principio della sinistra, che però non si fonda su un allineamento incondizionato e deve distinguere tra il sostegno al diritto dei popoli alla dignità e all’autodeterminazione, e l’appoggio assoluto a partiti nazionalisti il cui coinvolgimento in violazioni documentate è accertato, partiti che hanno praticato gli omicidi, la detenzione arbitraria e la tortura contro i propri oppositori, molti dei quali provenienti dalle file della sinistra.

Una gran parte della sinistra si è lasciata attrarre dal «confederalismo democratico» e dalle teorie di Abdullah Öcalan, adottate dall’Amministrazione Autonoma come alternativa allo Stato nazione.

La pratica ha però rivelato una contraddizione acuta: mentre si parlava di comuni e di democrazia dal basso, la decisione militare e finanziaria si concentrava nelle mani di quadri non eletti che si muovevano con una mentalità rigidamente centralista. Quanto all’uso dei concetti di ecologia, femminismo e assenza di Stato come copertura retorica davanti all’opinione pubblica occidentale, al servizio di un potere che collaborava strettamente con le istituzioni di sicurezza statunitensi e ne riceveva finanziamenti, a mio parere ciò svuota il pensiero di sinistra del suo contenuto.

Che movimenti i quali si presentano come rivoluzionari dipendano dalle risorse finanziarie e militari statunitensi non è una questione tattica passeggera, poiché lega la loro permanenza alla continuità del sostegno internazionale più che al proprio bacino di massa, e quando cambiano le priorità di chi finanzia la fragilità viene allo scoperto tutta insieme. È esattamente ciò che è accaduto: Washington ha revocato le sanzioni contro Damasco e ha ricevuto Ahmed al-Sharaa alla Casa Bianca nel 2025, poi è arrivata la campagna del 2026 con intese statunitensi e turche.

L’inviato statunitense Tom Barrack ha dichiarato che il suo Paese non sostiene il federalismo e che lo scopo originario di quelle forze si era di fatto esaurito, mentre un ex inviato statunitense ha rifiutato di definire l’accaduto un tradimento, chiarendo che Washington aveva sempre guardato a quell’alleanza come a qualcosa di temporaneo, tattico e strumentale.

Questa non è una conclusione che avanzo oggi, a esperienza delle FDS conclusa, dato che scrivevo in questa direzione già diversi anni fa.

In un articolo pubblicato nel 2018 scrivevo che l’esperienza della sinistra nazionalista curda in Siria, per quanto si sviluppasse, non sarebbe andata oltre riforme simili alle esperienze della sinistra nazionalista, trasformatesi tutte in regimi dittatoriali corrotti. Nello stesso articolo mettevo in guardia sulla natura dell’alleanza con gli Stati Uniti, e scrivevo:

«L’America è nota per abbandonare i propri alleati una volta esaurito il loro compito, o quando questi entrano in conflitto con la sua agenda, e di ciò abbiamo molti altri esempi; i suoi interessi strategici con la Turchia sono i più importanti e i fondamentali, e la faccenda è soltanto questione di tempo, nulla di più».

Cricche nazionaliste simili tra loro in lingue diverse

Ho già osservato in testi precedenti che non vi sono differenze sostanziali tra le cricche nazionaliste al potere, nella Regione del Kurdistan iracheno o tra quelle che governavano il nord e l’est della Siria, e nemmeno tra esse e i regimi e le borghesie nazionaliste di Baghdad, Damasco o Ankara. La divergenza tra loro riguarda quote, influenza e risorse, e non la natura del governo né gli interessi delle classi lavoratrici, e tutte partecipano, in misura diversa, all’impoverimento delle masse e alla repressione delle libertà.

Per questo non basta che la sinistra dichiari la propria solidarietà con «il popolo curdo» in astratto. I popoli non sono blocchi omogenei. Sono formazioni di classe nelle quali le contraddizioni nazionali si intrecciano con quelle di classe. La sinistra deve sciogliere il proprio nodo: con quale classe del popolo curdo si schiera? Con una borghesia rentier e con élite di partito che monopolizzano il potere e la ricchezza, oppure con le lavoratrici e i lavoratori manuali e intellettuali curdi, arabi, turcomanni e delle altre nazionalità, che soffrono l’autoritarismo, la povertà e la disoccupazione, e che da soli pagano il prezzo delle guerre nazionaliste con il proprio sangue e con il futuro dei propri figli?

Questa revisione non riguarda soltanto i nazionalisti curdi, dato che una parte della sinistra nel mondo arabo ha difeso per anni regimi dittatoriali, tra cui i regimi baathisti in Iraq e in Siria. Ciò che serve non è abbandonare la solidarietà con i popoli e con il loro diritto all’autodeterminazione. Ciò che serve è ripensare il rapporto della sinistra con i partiti e i regimi nazionalisti autoritari, e liberare la solidarietà dalla giustificazione acritica delle violazioni, quale che sia l’identità di chi le commette.

L’alternativa: lo Stato di cittadinanza e la giustizia sociale

Pur essendo pienamente convinto del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli oppressi, le realtà attuali non consentono la formazione di uno Stato nazionale curdo indipendente in un orizzonte prevedibile, e non esiste un sostegno internazionale serio per questa strada.

Gli avvenimenti del 2026 ne hanno dato una prova evidente, quando un’entità quasi statale sostenuta dalla maggiore potenza imperialista del mondo è di fatto giunta al termine nel giro di pochi mesi, non appena sono mutati i calcoli di chi la finanziava. Ed è possibile che questi sviluppi si riflettano anche sulla Regione del Kurdistan iracheno, in base al mutare degli interessi statunitensi e dei rapporti di forza.

L’alternativa, a mio giudizio, non riguarda soltanto la questione curda, poiché rappresenta una cornice per affrontare i diversi nodi nazionali e religiosi della regione: lo Stato di cittadinanza democratica, fondato su una costituzione che si appoggia alle convenzioni sui diritti umani, sulla neutralizzazione della nazionalità e della religione rispetto allo Stato, sulla garanzia dell’uguaglianza nazionale e culturale per tutte le componenti, su un sistema federale decentrato con basi geografiche e amministrative eque che consenta un ampio autogoverno all’interno di uno Stato unitario, su elezioni corrette, indipendenza della magistratura, libertà di stampa e di organizzazione sindacale, e su una rottura completa con l’autoritarismo, l’ereditarietà del potere e il governo familiare. E non si compie senza una giustizia sociale che tuteli il settore pubblico e respinga il neoliberismo che impoverisce le masse.

La causa curda è una causa giusta che merita una solidarietà autentica e fondata su principi. La solidarietà autentica, però, non significa concedere ai partiti e alle élite nazionaliste un’immunità politica o morale. Significa sostenere la lotta del popolo curdo e degli altri popoli della regione per i loro diritti, le loro libertà, la loro dignità e la loro giustizia sociale.

Da qui, criticare le FDS non è criticare i diritti del popolo curdo, criticare i partiti al governo nella Regione non è criticare la causa curda, e respingere lo Stato nazionale non è respingere l’identità e i diritti nazionali. È una posizione di sinistra che chiama a liberare la solidarietà nazionale dalla subordinazione alle élite, a legare l’emancipazione nazionale alla lotta per la democrazia, l’uguaglianza e la giustizia sociale, e all’unità di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali di tutte le nazionalità.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
Argomenti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *