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In Libano con i palestinesi, 25 anni dopo la prima volta di Stefano Chiarini

L’entusiasmo con cui venticinque anni fa Stefano Chiarini organizzò il primo viaggio di solidarietà con i rifugiati palestinesi in Libano faceva immaginare che la sorte di quelle centinaia di migliaia di persone un giorno non lontano potesse cambiare.

Tutto iniziò perché un Comitato internazionale si pose il problema di dare degna sepoltura alle vittime della strage del settembre 1982 nei due campi profughi che sorgevano alla periferia di Beirut, Sabra e Shatila, gettate in una fossa comune dai falangisti che trucidarono uomini e donne sotto la regia del ministro israeliano alla Difesa: Ariel Sharon, quel piccolo e grasso generale che ricordiamo anche mentre va su e giù con i suoi sgherri a profanare la Spianata delle Moschee.

Da allora i viaggi si sono susseguiti ogni anni e oggi siamo ancora qui, con la stessa ostinazione che emanava il guizzo degli occhi di Stefano, di nuovo con una delegazione di attivisti/e organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, creatura sempre viva del suo lavoro e di quello di un altro nostro compianto compagno, Maurizio Musolino: la delegazione italiana parte oggi e fino al 20 settembre visiterà i principali campi profughi dove vivono in condizioni sempre più disperate i palestinesi profughi fin dal 1948, partecipando il 18 settembre alla manifestazione che ogni anno ricorda la strage.

Per motivi di sicurezza, viste le continue incursioni militari di Israele, abbiamo ristretto il numero dei partecipanti a 16 persone ma il viaggio si sta facendo e toccherà da nord a sud i principali insediamenti palestinesi dove vivono senza diritti e senza cittadinanza persone invisibili, circa 500 mila a febbraio 2025 secondo i dati UNRWA, l’agenzia delle Nazioni unite nata nel ’50 proprio per occuparsi dei rifugiati palestinesi perché Israele non volle che lo facesse l’agenzia dei rifugiati già esistente che si era occupata anche dei profughi ebrei della guerra appena conclusa attuando una politica di ritorno nelle case che erano stati costretti a lasciare.

La maggioranza dei palestinesi in Libano vive in 12 miserissimi campi profughi che si dispiegano in tutto il paese.

In questi anni i viaggi di solidarietà sono stati anche importanti momenti di formazione politica per centinaia di attivisti/e che hanno aderito: perché andare in Libano, soprattutto prima della pulizia etnica avviata a Gaza, significava toccare con mano l’esistenza di un popolo che l’agenda internazionale non ha voluto vedere, anche lavandosi la coscienza con uno slogan asfittico come quello dei due Stati a cui nessun accordo ha mai inteso dare gambe, persone considerate un ‘di più’ della storia, uno ‘scarto’ degli accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sempre secondo i dati UNRWA, l’80 per centro della popolazione rifugiata in Libano vive in condizioni di estrema povertà: nel corso del tempo la vita dei palestinesi ha poi risentito della crisi economica che devasta l’intero paese e delle grandi manovre israeliane per impossessarsi della sovranità sul Paese dei Cedri e realizzare lo storico obiettivo sionista della Grande Israele.

L’offensiva contro la Resistenza libanese organizzata dal partito di Hezbollah avviata nella scorsa primavera ha seminato morti e feriti e immobilizzato il paese.

Questo ha rafforzato la volontà del Comitato di tornare, per stare accanto ai palestinesi e alla popolazione libanese colpita dalla efferatezza del disegno criminale architettato da Israele per il Medioriente.

 * da il manifesto

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