I settecento giorni di Gaza sono raccontati da un film che qualcuno avrebbe voluto far tacere. “Il Grido” è film nato per aprire uno squarcio nel muro di silenzio costruito attorno all’assedio di Gaza. E ieri, quel muro ha ceduto un altro pezzo: tutti i principali giornali hanno riportato in prima pagina, con grande risalto, che Netanyahu era stato avvertito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e non fece nulla.
Chi ha visto in anteprima “Il Grido” lo sapeva già da mesi. Sul primo cartello del film, girato ben prima di questa rivelazione, si legge: Il 7 ottobre 2023 i militanti di Hamas lanciano un attacco contro Israele prendendo 220 ostaggi e uccidendo più di 1200 persone. Avvertito in anticipo dai servizi segreti di paesi arabi del pericolo di un attacco, Benjamin Netanyahu e l’esercito non fanno nulla.” Non era una congettura, non era un’ipotesi azzardata del regista Giancarlo Bocchi, era il frutto di due anni di ricerca meticolosa, di fatti verificati uno per uno.
La cronaca, oggi, gli dà ragione. Eppure, nei festival internazionali e in molti eventi locali, su questo film è calato un silenzio colpevole. Perché “Il Grido” mostra una realtà molto più dura e tragica di quella raccontata in televisione, e in parte anche sui giornali.
Per impedire che questa verità emergesse, il governo israeliano ha bandito la stampa internazionale da Gaza e ha commesso il crimine di guerra di assassinare più di 260 giornalisti locali.
Ma la verità, quando qualcuno la cerca con ostinazione, trova sempre una crepa da cui filtrare.
Nei primi mesi del conflitto, superando ogni ostacolo della censura israeliana, il regista è riuscito a contattare giovani filmmaker dentro Gaza, ragazzi che, sfidando la propria sorte, gli inviavano clandestinamente, giorno dopo giorno, le loro riprese, cercando faticosamente di notte un segnale internet instabile che arrivava dal mare. Non erano scampoli di pochi secondi buoni per un telegiornale. Erano sequenze lunghe, intere, di eventi tragici e disastrosi, la vita vera, non filtrata, non tagliata.
Da quel materiale è nato “Il Grido”, un film documentario che diventa documento storico sulla vita, l’umanità, la resilienza, le sofferenze, i pensieri di un popolo. Un film senza censure e senza silenzi, che ha un solo, vero protagonista: un popolo intero. Giancarlo Bocchi non è nuovo a queste battaglie. Ha alle spalle una lunga esperienza di documentari sui conflitti, due dei quali girati in Palestina. Nel 2001, con “Un giorno a Gaza”, aveva documentato la vicenda del piccolo Mohammed Al Dura, la cui uccisione per mano dell’esercito israeliano fece esplodere la Seconda Intifada. Per aver osato smontare la tesi della propaganda sionista, che con perizie artefatte tentava di coprire le responsabilità israeliane, i soldati gli spararono a Ramallah. Nel 2006 era tornato sul campo per filmare il conflitto tra Israele e Libano nel documentario “WARS”, occupandosi anche di un sinistro protagonista della cosiddetta “Brigata ebraica”.
La vicenda di questo film è, in fondo, lo specchio di una situazione che non riguarda solo l’Italia, ma molti altri paesi dove alla libertà d’espressione vengono imposti bavagli più o meno occulti.
Bocchi lo dice senza mezzi termini: “Cosa direbbero due miei grandi amici con i quali ho lavorato anni fa, due grandi artisti ebrei, Wolf Vostell del gruppo Fluxus e Boris Lurie della No Art, entrambi scampati ai campi di sterminio nazisti, che avevano fatto della libertà d’espressione il centro del loro lavoro? Oppure Gustav Kanhweiler, amico e mercato d’arte ebreo tra i primi al mondo di artisti come Henry Moore e Pablo Picasso, donerebbe ancora la sua grande collezione al Museo di Tel Aviv dopo il genocidio a Gaza?
Se si vuole punire il neonazismo e il negazionismo bastano le leggi esistenti; promulgare invece una legge sull’antisemitismo nelle forme che sappiamo, è un grave pregiudizio alla libertà d’espressione e al diritto di critica. Con questa legge anche “Il Grido”, che è basato solo su immagini della realtà, ovvero vere, potrebbe essere colpito. Invece sarebbe indispensabile una legge contro il sionismo paramilitare, per smascherare finalmente i suoi servitori che si annidano in Italia nelle istituzioni e nei media.”
E mentre in Italia si discute di leggi bavaglio contro chi denuncia, c’è un dettaglio che nessuno sembra voler guardare in faccia: in questo paese si vendono ancora “armi non letali” agli israeliani.
In che film esistono “armi non letali”? Anche un giubbotto antiproiettile per la legge è un’arma. “Armi non letali” è una definizione che non regge alla prova dei fatti, uno specchietto retorico per continuare a fare affari mentre si guarda altrove. Non è che i criminali di guerra israeliani abbiano ancora, in Italia, dei complici occulti?
Per non subire censure di nessun genere, “Il Grido” uscirà con una distribuzione indipendente. https://www.ilgridoisettecentogiornidigaza.it
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