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Il maquillage di Israele. Senza Netanyahu tornerà la “normale amministrazione”?

In questi giorni che precedono le elezioni in Israele, si stanno manifestando avvenimenti contraddittori tra loro ma che potrebbero convergere in uno scenario finale del tutto simile.

Da un lato c’è il clamore per il docufilm “Naza”, che denuncia e documenta i crimini delle forze armate israeliane contro i palestinesi, e che ha vinto il premio della critica al Festival del Cinema di Venezia.

Gli autori israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor sono stati indubbiamente coraggiosi, così come lo erano stati quando insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal avevano realizzato il docufilm “No Other Land”.

Le autorità israeliane e tutti gli ultrasionisti hanno giurato di volersi vendicare contro i due autori israeliani di “Naza”ritenendoli dei traditori. Insomma i due autori se la stanno rischiando seriamente.

Al fianco di Yuval Abraham e Rachel Szor si sono schierati centinaia di registi, autori e operatori del cinema israeliani, battendo un colpo a sostegno dei loro colleghi nel mirino. Un colpo che però o non avevamo sentito oppure non c’era stato in questi tre anni in cui si consumava un genocidio contro i palestinesi a Gaza e la pulizia etnica contro quelli in Cisgiordania.

Il coraggioso giornale israeliano Haaretz e i suoi giornalisti hanno reso pubblici i risultati della loro inchiesta secondo cui Netanyahu era stato pre-avvisato che l’operazione militare palestinese del 7 ottobre era nell’aria, ma che non avrebbe adottato alcuna contromisura per poi poter usare il fatto come casus belli per scatenare la mattanza contro i palestinesi a Gaza.

Ma proviamo a unire alcuni puntini: un importante docufilm di denuncia dei crimini di guerra israeliani assume un rilievo internazionale; l’intellettualità israeliana si risveglia dopo tre anni di silenzio e torpore mentre a Gaza i palestinesi morivano a migliaia; i sospetti che Netanyahu abbia “lasciato fare” il 7 ottobre per trarne vantaggio sono diventati una denuncia pubblica e circostanziata che ormai pesa e peserà come un macigno sulle prossime elezioni israeliane.

Mettiamo in controluce questi avvenimenti e proviamo a intuirne le conseguenze.

Alcuni commentatori palestinesi – Abo Nasr e Yhaya Barakhat – hanno offerto una lettura del successo di “Naza” spiazzante.

In qualche modo hanno indicato come un docufilm di denuncia e l’onda lunga che ha prodotto contro il governo israeliano, possa in qualche modo produrre l’effetto di “rigenerare” l’immagine di Israele dopo tre anni in cui il mondo ha conosciuto, compreso e condannato le sue responsabilità nel genocidio di un popolo da cancellare e da espellere dalla propria terra.

L’enfasi su “Naza” o sull’inchiesta di Haaretz sulle responsabilità di Netanyahu hanno indubbiamente rivitalizzato, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, i sostenitori di Israele come unica democrazia del Medio Oriente, restituendo l’idea di robusti anticorpi democratici dentro uno Stato e una società che invece hanno offerto, almeno negli ultimi tre anni, una immagine brutale di se stessi.

A questa scenario manca però il colpo finale: l’uscita di scena di Netanyahu.

Se le prossime elezioni vedranno la caduta del leader politico più longevo e sanguinario di Israele, siamo sicuri che tutto l’apparato ideologico di sostegno a Israele si rimetterà in moto a pieno ritmo per restituire una immagine ripulita della stessa, e con essa un colpo di spugna definitivo su quanto accaduto. E questo nonostante che le forze di opposizione a Netanyahu non facciano mistero di voler perseguire i medesimi obiettivi.

Si spegneranno le telecamere, incluse quelle mai accese su quanto avveniva a Gaza, si attenueranno i toni e le denunce, qualcuno staccherà la bandiera palestinese dal balcone, si sottoporranno a revisione documenti, delibere e deliberazioni sul boicottaggio verso i partner israeliani e gli apparati di complicità verso Israele si rimetteranno in moto, come se a Gaza non fosse mai accaduto niente di così grave o rilevante: i processi in corso alla Corte Penale e alla Corte Internazionale di Giustizia vedranno rallentare i propri iter. I palestinesi – se saranno fortunati – torneranno ad essere una questione meramente “umanitaria” e non una questione politica nell’agenda internazionale.

Senza più Netanyahu al governo lo Stato di Israele tornerà ad essere considerato “normale” nei consessi internazionali. Quanto accaduto a Gaza o in Cisgiordania diventerà nuovamente “normale amministrazione”.

Questo scenario potrebbe essere diverso solo le contraddizioni “interne” alla società israeliana si riveleranno più acute di oggi e se le contrapposizioni scivoleranno verso uno scontro interno tra opzioni che si ritengono incompatibili tra loro. Ma questo difficilmente avverrebbe sul rapporto e la situazione dei palestinesi.

Cresce la sensazione che dovremo prepararci a fare i conti con una nuova fase – e completamente diversa – nella informazione, mobilitazione e denuncia sulla causa palestinese. Spetta a chi riesce ad andare oltre le apparenze il compito di tenere la barra dritta e continuare a dire come le stanno le cose, nella realtà e non nella loro mera percezione.

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