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Nei vicoli di Shatila, tra i ricordi del massacro e una incrollabile speranza nel futuro

Ci eravamo rifugiati in quaranta in una casa di Shatila, dove abitavamo. I falangisti sono entrati, hanno portato via tutti gli uomini, e insieme con loro mio padre. Avevo sedici anni. Mio padre mi ha preso la mano e l’ha stretta: mi stava salutando. Quando siamo uscite, più tardi, mia sorella lo ha riconosciuto, nella strada, in mezzo agli altri corpi. Gli avevano sparato alla testa”.

È il racconto di Jamila, sopravvissuta al massacro di Sabra e Shatila insieme alla madre e a tre sorelle. Da allora, priva del sostegno del padre, la famiglia è andata avanti grazie alla madre, che ha cominciato a lavorare come cuoca nei ristoranti di Beirut. Ma quel 17 settembre 1982 è impossibile da dimenticare.

Nei vicoli di Shatila ci accompagna Zohour Akkawi, social worker dell’ associazione Beit Atfal Assumoud, nostra partner in Libano. Il degrado è inenarrabile, difficile da immaginare per chi non è mai stato qui. Vicoli che sono budelli, rifiuti ovunque, cavi elettrici, scoli, muri pencolanti, scrostati e sporchi. La luce entra a fatica.

Nei vicoli si infilano a razzo i motorini, sfiorando le pareti delle case. Dall’ alto viene acqua che goccia pericolosamente tra i fili elettrici; ogni anno ci sono persone che muoiono fulminate. All’ingresso di alcuni settori, uomini preposti alla sorveglianza fanno segno di non fotografare.

La mattina, prima del giro attraverso il campo, una breve tavola rotonda con Kassem al Aina, fondatore, nel 1976, di Beit Atfal Assumoud. Siamo qui in delegazione dall’ Italia, dalla Spagna, dall’ Olanda, dal Regno Unito, per commemorare il massacro avvenuto nei campi profughi dal 16 al 18 settembre 1982 (tre giorni di mattanza!), ma Kassem inizia subito dicendo che quel massacro è storia, e che oggi tutti gli occhi devono essere puntati sul genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano, dove c’è non solo guerra ma occupazione di un’intera area; il governo libanese è troppo debole per imporre il ritiro a Israele.

È una guerra non contro Hezbollah, come pretende Israele, ma contro tutta la popolazione libanese e palestinese, contro persone, case, chiese, moschee. Ben 67 villaggi del sud del Libano sono stati distrutti, la gente costretta a spostarsi a Beirut, a vivere per strada in ricoveri di fortuna, senza nessun tipo di aiuto. Addirittura i poverissimi rifugiati palestinesi hanno aperto i loro campi di Beirut per accogliere i nuovi profughi. Il governo e l’esercito non fanno nulla: sono deboli e c’è troppa corruzione.

Ci sono all’ orizzonte nuovi colloqui istituzionali in Italia e in Francia, ma Kassem non crede che ne verrà fuori qualcosa di buono per i palestinesi.

Quest’uomo, che ha visto davvero di tutto e che ci ha spiazzato con la sua capacità di andare dritto al punto, ha fiducia in tutt’altro: ha fiducia nella capacità di resistenza del suo popolo, e nelle nuove generazioni. “Siamo palestinesi dal 1917, e dal 1917 stiamo lottando per la nostra indipendenza. Non ci dimentichiamo che la nostra madrepatria è occupata, e continueremo a lottare non solo con le armi, ma anche con l’istruzione dei nostri ragazzi, insegnando loro la vera storia del nostro paese. Perciò, siamo attivi e positivi”.

Auguri ai resistenti di Beit Atfal Assumoud, per i loro cinquanta anni di lotta.

15 settembre 2026

*Associazione “Per non dimenticare” ODV

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