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Gli invisibili: i rifugiati palestinesi in Libano

Costretti a una precarietà che dura da ottanta anni, i palestinesi in Libano lottano per sopravvivere sognando il ritorno in Palestina

I dodici campi profughi presenti in Libano ospitano attualmente tra i 250.000 e i 300.000 palestinesi; si calcola che nel paese si trovino ancora un milione e trecentomila siriani (cifra ufficiale), per lo più nei cosiddetti “insediamenti informali” (leggi “tende”); le nuove ondate di sfollati provocate dalle ininterrotte aggressioni sioniste al Libano del sud rendono la situazione attuale ancora più grave.

Un numero così elevato di rifugiati pesa moltissimo in percentuale sulla esigua popolazione del Libano, che conta circa sei milioni di abitanti; i rifugiati vengono per lo più avvertiti come un corpo estraneo che rosicchia spazio e risorse (peraltro, gli spazi a loro concessi sono limitati e circoscritti per legge). Un importante fattore di squilibrio nella già difficile vita socio-politica libanese.

La delegazione dell’ associazione “Per non dimenticare” ODV ha incontrato Ziad Abdel Samad, del Comitato per il dialogo libanese-palestinese, e Bassam al Quntar, esperto di diritti umani, del Comitato per i rifugiati palestinesi. Gli oratori confermano che le condizioni dei profughi peggiorano di giorno in giorno, e le prospettive sono pessime.

Dopo quasi ottanta anni di permanenza dei profughi palestinesi in Libano, non si registra nessun passo avanti per nessuna delle proposte di avanzamento nel campo dei diritti civili (ovviamente, l’ accesso alla cittadinanza libanese e ai diritti politici non è neanche in discussione).

I rifugiati palestinesi vivono una pesantissima discriminazione nell’ accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, al diritto di proprietà della terra o di beni immobili, nella libertà di movimento. Sono chiusi tra l’incudine e il martello: il diritto al ritorno nella madrepatria è impedito dall’ occupazione sionista, la richiesta di naturalizzazione in Libano negata dai libanesi stessi.

Gli oratori chiariscono risolutamente che nessun esponente di partito libanese farà mai apertamente dichiarazioni di ostilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. A chiacchiere, sono tutti favorevoli alle aperture e alla concessione di diritti.

Nei fatti, quando si tratta di decidere, vengono tirate fuori le più astruse obiezioni, bastoni tra le ruote per l’approvazione di qualsiasi legge a favore dei profughi, a ogni livello di potere, dai politici agli esponenti religiosi ai rappresentanti sindacali. Nella costituzione libanese non c’è nemmeno una definizione precisa di “rifugiato”; le leggi libanesi, dice al Quntar, sembrano scritte in funzione anti-palestinese.

L’ impressione è che la situazione sia arrivata a una impasse difficilmente superabile. La verità è che i palestinesi sono ospiti indesiderati in Libano e stanno perdendo pian piano e spesso a loro insaputa ogni tipo di diritto (vengono a saperlo dopo che la legge è stata approvata). Ogni volta che aumenta la “pressione” politica e militare nei paesi circostanti, il Libano ne risente immediatamente, e per i rifugiati la situazione si fa ancora più complicata.

Una associazione come Beit Atfal Assumoud, spiega Kassem al Aina, è registrata ufficialmente con un nome diverso (National Institute for Social Care and Vocational Training, ossia Istituto Nazionale per l’Assistenza Sociale e la Formazione Professionale), altrimenti non sarebbe riconosciuta legalmente. Beit Atfal Assumoud significa infatti “Casa del bambino della resistenza”. Ogni riferimento alla Palestina è malvisto in Libano.

I rifugiati palestinesi in Libano, vaso di coccio tra (presunti) vasi di ferro, sono costretti a rinunciare alla loro identità ma rimangono esclusi dai diritti. Un altro tassello, e non piccolo, sulla via della liquidazione della causa palestinese.

*Associazione “Per non dimenticare” ODV

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