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In Svizzera vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista

Il 27 settembre si è svolto, in Svizzera, il referendum sulla neutralità del paese. Il verdetto delle urne ha visto una netta vittoria del “no”, contro le richieste fatte dal comitato promotore del voto e in linea con le raccomandazioni del Consiglio federale e del Parlamento. In uno scenario di partecipazione comunque deludente e che, anche nei cantoni elvetici, un forte scollamento tra cittadini e classe dirigente.

Con un’affluenza (fisica o con voto per corrispondenza) che si è fermata al 47%, il “no” si è attestato al 70,15%. Il quesito denominato “Iniziativa sulla neutralità” (ve n’era anche un altro su temi alimentari) chiedeva l’iscrizione nella Costituzione di una formulazione più precisa della neutralità svizzera, che ad oggi lascia spazi “interpretativi” dei margini entro cui essa si esercita.

Per questo, il voto referendario ha rappresentato non tanto un dibattito sull’ordinamento interno, quanto piuttosto un duro scontro politico sull’allineamento strategico del paese, e il “no” segnala la sua adesione alla deriva guerrafondaia unioneuropeista, seppur nelle specifiche forme elvetiche. Oltre che, ovviamente, un confronto tra varie forze politiche del paese.

Nei fatti, la modifica sostanziale della Costituzione riguardava l’introduzione della frase che avrebbe impegnato la Svizzera a non adottare “misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti”, tolti i provvedimenti delle Nazioni Unite. Il vero oggetto del voto è stato, in sostanza, l’implementazione di sanzioni come quelle che sono già state comminate alla Russia.

La contrarietà alla cosidetta “Iniziativa sulla neutralità” è stata presentata come un’opzione di concretezza rispetto ai margini da tenere nell’applicazione effettiva della posizione di neutralità, compresa la cooperazione di sicurezza con i “vicini”. Il “sì” al referendum avrebbe pure impedito di continuare la collaborazione e le esercitazioni congiunte intraprese da tre decenni con la NATO.

Dietro le retoriche usate dai fautori del “no”, la battaglia referendaria è apparsa sin da subito consumarsi intorno all’allineamento elvetico sulle faglie della “guerra mondiale a pezzi” che viviamo, e sull’adesione sempre più spinta della Svizzera alla deriva guerrafondaia occidentale.

Il referendum è stato promosso dall’organizzazione Pro Svizzera, di chiaro stampo nazionalista, ed è stato sostenuto anche dall’Unione Democratica di Centro (UDC), la principale forza conservatrice elvetica. Hanno avuto gioco facile dunque i filo-europeisti e filo-atlantisti a presentare il “no” sia come una battaglia contro le destre sia come un atto di resistenza all’ennesimo tentantivo di interferenza nel paese da parte di agenti stranieri, leggasi russi.

Ma i quesiti referendari, come da sempre succede pure nel nostro paese, avevano ricevuto sostegno anche da forze molto lontane nello spettro politico, proprio perché il nodo era la modifica della carta fondamentale di tutta la comunità politica, e l’interpretazione da dare agli impegni costituzionali presi da Berna nell’arena internazionale.

Bisogna evidenziare che molti commentatori elvetici hanno espresso preoccupazione per lo smantellamento del regime sanzionatorio adottato contro Mosca, che avrebbe invogliato i capitali russi a trasferirsi verso la Svizzera per eludere le misure adottate da altri stati, con il rischio di subire poi contromisure punitive da parte dei partner occidentali.

Oltre a palesare la leva di potere mossa dalle potenze occidentali, è proprio questo genere di ricatto unilaterale che una vera neutralità dovrebbe disinnescare. Paradossalmente, l’iniziativa promossa da Pro Svizzera, da sempre contraria al “centralismo da parte delle organizzazioni internazionali” (si legge sul suo sito), avrebbe favorito la “centralizzazione” dell’ONU quale unico tutore del diritto internazionale, squalificando le misure sanzionatorie unilaterali occidentali, costruite per uccidere più che per dissuadere.

Durante la campagna referendaria, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri, Ignazio Cassis, aveva ribadito che la neutralità elvetica non era mai stato un dogma statico: “neutralità non significa che la Svizzera debba voltarsi dall’altra parte quando si verifica una palese violazione delle regole internazionali“.

Proprio Cassis, nel febbraio scorso, è stato al centro della denuncia di 25 avvocati che hanno sporto denuncia presso la Corte Penale Internazionale per la complicità elvetica in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nella Striscia di Gaza. Un doppio standard a cui siamo, purtroppo, abituati fino alla nausea, e che non risparmia la “neutralità” svizzera.

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